Pillole dalla Quarantena

E così comincia l’ultima (pare) settimana di lockdown in Italia. Dico pare, perché le nostre illuminate autorità ancora non si sono decise a fornirci informazioni chiare, e anche perché sono consapevole del fatto che lunedì prossimo non ci sarà nessun “tana libera tutti”, e spero ne siano consapevoli anche molti miei concittadini.
Insomma, non finisce qui, e com’è accaduto nell’ultimo mese e mezzo, dovremo ancora rivolgerci a film, serie tv e vari mezzi di intrattenimento per aiutarci a far passare le ore. E qui mi sento di fare una piccola nota a margine, perché io faccio parte della categoria dei lavoratori dello spettacolo, siamo tutti fermi, non sappiamo quando riprenderemo, e nessuno si sta occupando di una situazione potenzialmente esplosiva. Poi, quando in autunno non avrete più un cazzo di nuovo da vedere, veniteci a raccontare quanto siamo superflui. Chiusa nota a margine. Abbiamo parecchi film di cui parlare, quindi taglio corto e passo al sodo.

Cominciamo con We Summon the Darkness, diretto da Marc Meyers e forte di un cast femminile in gran spolvero, con Alexandra Daddario a fare la parte della leonessa. È un film che ho aspettato per diversi mesi e che ero convinta mi sarebbe piaciuto molto. In realtà, mi ha divertita con moderazione, soprattutto per il già citato cast e per l’ambientazione a fine anni ’80 tra metallari e satanisti. Un gruppo di tre amiche è in viaggio per un concerto; sullo sfondo, una serie di misteriosi e truculenti omicidi a sfondo satanico; sulla loro strada, tre ragazzi incontrati per caso con cui decidono di passare una nottata di bagordi. Questo è il massimo che saprete da me, perché We Summon the Darkness fa parte di quella categoria di film che piazza il suo colpo di scena principale circa a metà del minutaggio e poi si gode le conseguenze. Per intrattenere, intrattiene, ma l’impressione è quella di un’eccessiva reticenza nell’affondare più di tanto il colpo, sia per quanto riguarda il lato satirico sia per quanto riguarda la violenza. Un’ora e mezza piacevolissima, ma tutto sommato, dimenticabile.

Va decisamente meglio con Little Joe, della regista austriaca Jessica Hausner, qui al suo primo film in lingua inglese, e che ha portato Emily Beecham a vincere il premio allo scorso festival di Cannes come migliore attrice. La storia è quella di una scienziata “allevatrice di piante” che sta sviluppando una nuova specie, chiamata appunto Little Joe in onore del figlio della donna. Little Joe emana un particolare profumo che riesce a suscitare una reazione in chi lo annusa molto simile alla felicità. Proprio quando sta per essere immessa sul mercato, la nostra bravissima Emily comincia ad avere dei dubbi su alcuni effetti collaterali della pianta, di cui iniziano a mostrare i sintomi il suo collega e, in seguito, proprio suo figlio. Siamo dalle parti de L’Invasione degli Ultracorpi, quindi è il senso di paranoia a farla da padrone, ma Little Joe colpisce soprattutto per lo stile di Hausner, gelido e geometrico, tutto colori tenui (tranne il rosso acceso della pianta) e atmosfera all’apparenza statica, ma in realtà carica di una tensione latente. Un piccolo gioiello, di cui vi parla molto meglio di me Fausto Vernazzani in questa recensione.

Ed è sempre Fausto che devo ringraziare per avermi segnalato la presenza su Prime di un film che aspettavo da mesi con un discreto quantitativo di bava alla bocca. Parlo di Jalikattu, pellicola indiana che, come botta di adrenalina, mi ha riportato ai bei vecchi tempi in cui uscivo e rientravo dal cinema per rivedere tre volte di seguito Mad Max: Fury Road: in un villaggio, un bufalo, destinato alla macellazione per un banchetto di nozze, fugge gettando tutti gli abitanti nel panico e dando il via a un crescendo di violenza che annichilisce i sensi e lascia senza respiro. La trama è “tutta qui”; un animale braccato da una massa indistinta di uomini (anzi, maschi) che vogliono fargli la pelle. Lui cerca disperatamente la libertà e la sopravvivenza, loro hanno sete di sangue. Non aspettatevi personaggi complessi o approfondimenti psicologici. Jalikattu è il racconto di una folla accecata dalla rabbia, e l’unico individuo è proprio il bufalo. Da vegetariana, ho avuto difficoltà a seguire alcune sequenze, ma ne è valsa la pena.

E ora, per alleggerirci un po’, che ne dite di quattro ore e mezza di documentario sull’horror degli anni ’80? In Search of Darkness è una smaccata operazione nostalgia canaglia, è quasi una forma di exploitation della nostalgia, ha un taglio volutamente conservatore, inteso nel senso di “tutto ciò che è vecchio è meglio”, e non c’è da stupirsi del contrario, perché è realizzato da appassionati cresciuti a pane e VHS. Dovete quindi sapere a cosa andate incontro: solita parata di vecchie glorie (ultime apparizioni in video di Stuart Gordon e Larry Cohen. Lacrimuccia), interviste, foto di backstage, racconto di come sono state girate certe scene divenute in seguito iconiche. Il film procede per arie tematiche e poi analizza un pugno di film significativi per ogni anno, dal 1980 al 1989. Non è che racconti chissà cosa di nuovo in relazione a quel periodo così prolifico per l’horror, ma lo fa molto bene, e soprattutto sottolinea come sia stata l’evoluzione degli effetti speciali a dare luogo all’esplosione di creatività caratterizzante gli anni ’80 nel cinema horror. Le oltre quattro ore di durata scivolano via che è una bellezza, quasi non ci si rende conto del tempo che passa. Vedere Carpenter che racconta di come sia stato buttato fuori dalla produzione di Firestarter è sempre una gioia, come del resto ascoltare i ricordi di Barbara Crampton e Kane Hodder. Non è un documentario di critica cinematografica, è una dichiarazione d’amore e, devo ammetterlo, ti manipola alla perfezione.

Chiudiamo con una cosa diversa dal solito, che con l’horror non c’entra niente, ma celebra la troppo breve vita di un attore che all’horror ha dato tanto. Anton Yelchin è morto nel 2016, a soli 27 anni, e in un modo così assurdo e atroce che se qualcuno lo inserisse in una sceneggiatura, verrebbe accusato di non essere abbastanza realistico. La sua scomparsa mi lasciò traumatizzata: la sua era una faccia amica nelle produzioni indie e nei blockbuster, a cui non si è mai sdegnato di partecipare. Giovanissimo, aveva già la bellezza di 69 crediti, tra cinema e tv e, poco prima di morire, era pronto a partire con le riprese del suo primo film da regista, Travis.
Il documentario è forse il film più commovente che mi sia capitato di vedere in 41 anni di vita, ed è un omaggio doveroso non soltanto a un grandissimo talento, ma anche a un essere umano pieno di curiosità e interessi, che ha lasciato il segno in chiunque lo abbia conosciuto. Di più, Love, Antosha è un saggio sull’arte della recitazione, lo studio del personaggio, la cultura cinematografica (e non solo) necessaria a intraprendere questo mestiere così affascinante e particolare, visto attraverso gli occhi di un ragazzo che stava per diventare uno dei migliori attori della sua generazione. Se non siete preparati a farvi un pianto straziante di quasi due ore, magari soprassedete, ma una documentario così è davvero un oggetto raro, come era raro Anton. Lo trovate, anche questo, su Amazon Prime, che non smetterò un secondo di ringraziare per avermi dato la possibilità di vederlo, e per avermi fatto conoscere meglio un volto che amo dai tempi di Cuori in Antlantide.

7 commenti

  1. valeria · · Rispondi

    purtroppo nutro poca fiducia nel genere umano, per cui temo che una ventina di giorni dopo il 4 maggio ci ritroveremo esattamente nella situazione emergenziale di un mesetto fa. nel mio paese ancora certa gente continua a girare imperterrita senza mascherina, nonostante siano state distribuite dal comune, e ho detto tutto.

    passando a temi più lieti: i film mi ispirano tutti tantissimo, specialmente ‘little joe’ e il maxi documentario, che avevo già adocchiato 😀 vorrei vedere il tributo ad anton, ma non credo che reggerei in questo periodo, quindi lo tengo da parte per tempi ‘migliori’. grazie per i consigli! 😀

    1. Beati voi, per le mascherine! Qui a Roma è ancora difficile trovarle.
      Il tributo ad Anton è una tortura emotiva che non vorrei fosse inflitta a nessuno, ma era troppo bello per non segnalarlo.

      1. valeria · · Rispondi

        e pensa che alcuni addirittura le hanno buttate piuttosto che mettersele… secondo me siamo una razza senza speranza u.u

        1. Poi magari le buttano in mezzo alla strada, così inquinano ben benino.

  2. Blissard · · Rispondi

    Ho visto soltanto le due darkness (We summon e In search) e la penso in entrambi i casi come te, anche se forse sono un po’ meno generoso nei confronti del documentario, che però ha il grande merito di avere messo in luce a) che la Crampton era una strafiga allora e lo è ancora oggi, che sia benedetta; b) che Roger Ebert non ne capiva un cazzo di horror, verità scomoda troppo spesso sottaciuta.
    Gli altri 3 film mi ispirano molto

    1. Beh dai, che Crampton fosse una strafiga anche a 60 anni si sapeva. Non c’era bisogno del documentario.
      Su Ebert, non ha mai capito un cazzo di un certo tipo di horror, che è poi quello fiorito negli anni ’80. Quindi, ai tempi, è stata guerra aperta.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Riguardo alla nota a margine: massima solidarietà dal sottoscritto (anche se io, da solo, non conto un beneamato cazzo) ❤
    Tornando al post, fra i titoli che proponi mi incuriosisce molto Little Joe, con quella sua nuova specie floreale che mi rimanda a un mix fra l'Invasione degli Ultracorpi e Il giorno dei Trifidi, e anche l'astutamente nostalgico mega-documentario In Search of Darkness non dev'essere male.
    Quanto al povero Yelchin, sono passati quattro anni ma ricordo ancora perfettamente il modo in cui ci ha lasciati, troppo male e troppo presto 😦 : ci manca, Anton (tanto ha dato all'horror, e quanto poteva dare ancora alla fantascienza: mi manca il suo Pavel Andreievich Chekov), e "Love, Antosha" credo sia un atto più che dovuto nei suoi confronti…

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