King al Cinema: EP 5 – Firestarter

Regia – Mark L. Lester (1984)

Andando in ordine cronologico, l’adattamento kinghiano immediatamente successivo a Cujo dovrebbe essere Grano Rosso Sangue, ma i più affezionati tra voi sapranno che ne ho già parlato, e quindi si passa subito a L’Incendiaria, arrivato qui da noi con uno dei peggiori titoli italiani mai dati a un film tratto da un romanzo di King, ovvero Fenomeni Paranormali Incontrollabili, che solo a pronunciarlo ci metto sei ore, figuriamoci a scriverlo. E già Grano Rosso Sangue non era poi questo granché, perché chiamarlo I Figli del Grano pareva brutto; perché chiamarlo L’Incendiaria pareva peggio.
Sempre i più affezionati, e attenti, tra voi sapranno che questo film sancisce in maniera ufficiale l’inizio dell’era De Laurentiis alla produzione di gran parte delle trasposizioni dal Re. C’è, sempre perché siete attenti e svegli, il precedente dell’anno prima con La Zona Morta (abbiamo già parlato anche di questo), ma quella è un’opera che, data la presenza di Cronenberg, potremmo definire d’autore, Firestarter vuole essere un blockbuster che sfrutti la scia di grandi successi come Carrie, Scanners, The Fury e via espeggiando.

A co-produrre insieme a De Laurentiis c’è la Universal, che era al lavoro sul progetto da un paio d’anni. Nel 1982, mentre si trovava sul set de La Cosa, a Carpenter venne offerto di dirigere il film. A interpretare Andy, il padre di Charlie, doveva esserci Richard Dreyfus, mentre la sceneggiatura, scritta da Bill Lancaster (figlio di Burt), era già stata approvata da King.
Poi La Cosa uscì nelle sale e la Universal fece una brusca retromarcia, licenziando Carpenter su due piedi e assume Lester, che poi avrebbe diretto Commando e all’epoca era noto per uno dei miei B movie preferiti: Classe 1984. Lester, a sua volta, cambia sceneggiatore e getta nel cestino la versione Carpenter/Lancaster, preferendo attenersi molto di più al testo kinghiano, fino all’autolesionismo, oserei dire.
Il problema di Firestarter è che non puoi farne un film a basso budget come, per esempio, Christine (o quasi tutte le successive produzioni De Laurentiis).  Nel finale, la piccola Charlie crea una sorta di apocalisse in miniatura, rade al suolo la struttura dove è tenuta prigioniera, lancia palle di fuoco, addirittura. Non te la puoi cavare, come aveva fatto De Palma con Carrie, facendo cadere un paio di festoni in una palestra. Per cui affidare a Carpenter una grossa produzione dopo il flop de La Cosa deve essere sembrato un suicidio a quelli della Universal, e ripiegare sul più docile e accomodante Lester deve essere sembrata una soluzione valida.

Peccato non lo fosse. Firestarter ha qualche elemento che funziona, non voglio essere troppo disfattista: Drew Barrymore, in primis, anche se il suo personaggio manca di caratterizzazione, è così adorabile nel ruolo di Charlie che si tifa per lei nonostante manchi di spessore; di conseguenza, funziona anche il rapporto col padre, non perché qualcuno si sia preso il disturbo di scriverlo, questo rapporto, ma perché c’è una grossa intesa tra i due attori (Andy è interpretato da David Keith) e l’impressione è che tra loro ci sia un affetto sincero; gli effetti speciali e le sequenze in cui Charlie scatena i suoi poteri di pirocinetica funzionano bene anche a distanza di 36 anni, e qui Lester è davvero in gamba, ma d’altronde parliamo di un regista in grado di mettere in scena scene d’azione lunghe, complesse e coreografate, quindi si porta a casa agenti della “Bottega” ridotti a torce umane, esplosioni ed edifici in fiamme con gran disinvoltura; George C. Scott funziona sempre, ovunque lo si metta, persino se, come in questo caso, il casting è toppato e il personaggio di Rainbird risulta più ridicolo che inquietante. Ma, ehi, è George C. Scott, e vederlo muoversi sullo schermo è sempre un dono di Dio.

Tutto il resto è abbastanza scricchiolante, anche se io non sono d’accordo con l’accanimento di solito riservatogli e, a mio parere, resta un buon prodotto di media fattura. Certo, uno dei miei più grandi rimpianti cinematografici è il non aver potuto vedere cosa avrebbe fatto Carpenter con un materiale simile.
Quando si fanno le annose classifiche su quali siano i libri di King che più amiamo, è difficile che compaia L’Incendiaria. Fa sempre un po’ la parte del brutto anatroccolo, forse perché mischia elementi da Carrie e da La Zona Morta e quindi sa un po’ di già letto, oltre a prendere ispirazione da quella filmografia sui poteri paranormali e su organizzazioni governative a caccia di esper di cui abbiamo parlato tante volte in questa sede. Io ci sono molto affezionata, ma ne riconosco i limiti, tra cui un’eccessiva lunghezza, una folla di personaggi secondari non sempre centrati, e la tendenza, tutta kinghiana, a stiracchiare i tempi degli avvenimenti all’inverosimile.

Ora, l’unico modo di portare sullo schermo un romanzo così ricco e pieno di roba è tagliare il più possibile, cambiare anche, dove è necessario. Il maggior difetto di questo film è di aver tagliato le caratterizzazioni e non la successione degli eventi. In altre parole, nel film succede quasi tutto ciò che succede nel libro, ma se su carta ciò accadeva con tempi molto dilatati, qui deve essere tutto compresso nell’arco di un paio d’ore, e ci sono alcuni snodi narrativi che, così accorciati, hanno davvero poco senso. La dipendenza dagli psicofarmaci di Andy, tanto per fare un esempio, è una faccenda che si sviluppa in un arco molto lungo; qui sembra che capiti tutto dall’oggi al domani e non c’è modo di capire né il dramma vissuto dal personaggio né la sua successiva ripresa. Questo dipende, credo, dal voler esser rimasti eccessivamente fedeli al libro, ma in maniera superficiale, senza coglierne i punti forti, che stanno tutti nei personaggi.

Il risultato è che, quando non vediamo Charlie in azione, quando il film non è quindi visivamente spettacolare, il rischio è di annoiarsi, perché non esiste un motivo che sia uno per investire emotivamente nella sorte di Charlie e del suo papà, a parte il fattore tenerezza fuori scala di Drew Barrymore e quel po’ di calore umano che il cast riesce a infondere a personaggi che non prendono quasi mai vita.
Perché Charlie, nel romanzo, è una figura complessa, lacerata dal senso di colpa, sedotta dall’enorme potere che si porta dentro, una bambina che deve prendere delle decisioni da adulta, anzi, delle decisioni così terribili che un buon 80% degli adulti non dovrà mai essere costretto a prendere per tutta la sua vita. Charlie è pericolosa, e non soltanto perché può appiccare incendi devastanti con il pensiero, ma perché si rende conto che la pirocinesi, sotto sotto, le piace. E la chiusura del romanzo è su una nota ambigua, sul dubbio se sia effettivamente giusto lasciar circolare una bomba atomica di 9 anni, se  gli agenti della “Bottega”, per quanto ignobili e ripugnanti, non avessero poi tutti i torti.
Questa ambiguità manca del tutto al film, perché il personaggio di Charlie è fuori fuoco (perdonatemi), è, per citare Roger Ebert, un espediente, un trucco narrativo, non un personaggio.
Non il peggior adattamento della storia degli adattamenti kinghiani, ma di certo un’occasione sprecata, nonostante io, col mio proverbiale cattivo gusto, mi diverta parecchio a vedere Drew Barrymor che griglia i cattivi e su di me lo sfoggio di poteri extrasensoriali eserciti sempre un fascino enorme.

8 commenti

  1. Sto leggendo il romanzo proprio in questo periodo. Sicuramente dopo guarderò la trasposizione (anche se non mi ispira notevolmente).

  2. valeria · · Rispondi

    lessi il romanzo anni fa (fu addirittura uno dei primi libri presi in prestito dalla biblioteca; lettura non proprio consigliata ad una bimbetta delle elementari, ma evidentemente avevo già ottimi gusti all’epoca :D), quindi non ricordo quasi nulla. so per certo che non ho mai visto il film, ma affronto la visione con piacere, giusto per fare un tuffo nel passato 😀 ti farò sapere!

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Firestarter rimane comunque un film vedibile, anche se chissà cosa ne sarebbe venuto fuori con Zio John alla regia: quasi certamente l’avrebbe personalizzato senza seguire pedissequamente il testo scritto, al pari di quello che aveva fatto con Christine (e che invece il pur in gamba Lester non fa, limitandosi a “subordinare” i personaggi agli eventi)… Nel caso, mi piace pensare che avrebbe comunque tenuto i Tangerine Dream per la colonna sonora 😉

    1. L’avrebbe composta lui, la colonna sonora 😅

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Eh, mi sa proprio di sì 😅

  4. Lucia ho visto The Lodge ieri sera, ne avevi parlato a inizio anno sulle uscite del 2020. BELLISSIMO. Ritmo a metà tra il serrato e il lento, a volte ci “sentivo”dentro un po di Hereditary nella parte centrale, un frullatore di twist, misticità religiosa, paranoie e due fratelli diabolici.
    Penso che per ora sia il mio film di questa ( quasi) prima metà del 2020. L’ambientazione poi è bellissima.

  5. Beh… uno degli ispiratori del Settimino e perciò film nella lista bianca dei miei. Concordo su tutto. Scott è sempre Scott ma decisamente sopra le righe rispetto al corrispettivo letterario. La Barrymore bamboleggia e in fondo va bene così. Aleggia su tutto una costruzione che porta un olezzo “televisivo” se permetti, specie nella fotografia ma c’è La bottega e poi scoppia tutto!

    1. Vero, ha un taglio un po’ troppo televisivo. Però quando esplode la Bottega sono grandi soddisfazioni!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: