Color Out of Space

Regia – Richard Stanley (2020)

Lovecraft e il cinema, ovvero la storia di una serie infinita di tradimenti, ove bisogna fare una distinzione tra film tratti da Lovecraft e film lovecraftiani, quelli che si limitano a essere ispirati alla narrativa dello scrittore senza fare riferimento a una delle sue opere in particolare. E pure lì, c’è un’ulteriore suddivisione tra due atteggiamenti molto diversi; il primo può essere sintetizzato in “ci metto un mostro marino e un paio di tentacoli ed ecco fatto”, mentre il secondo è più, mi si perdoni il termine, filologico e si basa su un’adesione più profonda e sentita a Lovecraft e alla sua sfrenata immaginazione. Per fare un esempio, The Endless è un film molto più lovecraftiano di quanto non lo sia Underwater.
Se facciamo un rapido calcolo, le pellicole lovecraftiane, di una specie o dell’altra, sono di gran lunga numericamente superiori agli adattamenti diretti, e questo perché (è stato detto un milione di volte) Lovecraft, con la sua verbosità , non è cinematografico. Ma, ancora di più, a non essere cinematografica è la sua indefinitezza, e il cinema, che le cose le fa vedere, non va molto d’accordo con l’indefinito. Il Colore Venuto dallo Spazio è un racconto che sul concetto di indefinito costruisce tutta la sua efficacia.
Non era un’entità che appartiene ai mondi e ai soli che vengono scrutati attraverso i nostri telescopi, o che impressionano le lastre fotografiche dei nostri osservatori astronomici. Non era un’emanazione dai cieli i cui movimenti e le cui dimensioni i nostri astronomi misurino, oppure ritengono troppo vasti per essere misurati. Era un colore, solo un colore dallo spazio. Spaventoso emissario da dominii privi di forma in un infinito oltre la natura come la conosciamo“.
E ora mettete questa roba in un film.

Richard Stanley sparisce dalle scene per oltre 25 anni e torna, nel 2020, con questa trasposizione difficilissima, grazie a quel gran pezzo di produttore che è diventato Elija Wood con la sua SpectreVision, e anche (mi duole ammetterlo) al successo inaspettato di Mandy. La presenza di Nicolas Cage come nome di richiamo in cartellone potrebbe far supporre una sorta di legame tra Color out of Space e Mandy, ma per fortuna non è così, e in fin dei conti, Cage non è neppure il vero protagonista. Se vi aspettate una sorta di clone di Mandy, girate alla larga da questo film, perché siamo proprio su un altro pianeta. Ma che dico altro pianeta, un’altra galassia.
Devo dirvi la verità: io avevo paura. Ero sì emozionata per rivedere il nome di Stanley alla regia nei titoli di testa di un film, ma soprattutto avevo paura. Temevo di vedere una cosa di una tristezza inenarrabile, con Cage lasciato a ruota libera e unica attrattiva presente nel film; temevo che Stanley fosse stanco, infiacchito, rimasto irrimediabilmente indietro rispetto all’horror contemporaneo; temevo, insomma, di vedere un film diretto da un regista bloccato in una capsula temporale all’inizio degli anni ’90, con un attore impresentabile, qualche effettaccio gore e il fluo sparso per ogni dove, tanto per strizzare l’occhio a Mandy.

Non sono mai stata così felice di essermi sbagliata: non solo Stanley è, non solo al passo, ma anche più avanti rispetto all’horror contemporaneo, ma pare essere uno dei pochissimi, insieme a San Stuart Gordon da Chicago, ad aver capito come si porta Lovecraft sullo schermo.
L’orrore cosmico, inspiegabile nella sua enormità, sarà sempre attuale, perché l’uomo sarà sempre troppo piccolo. Ma questa nozione non è sufficiente per creare un oggetto artistico che dialoghi con noi contemporanei, con le nostre inquietudini e i nostri terrori. Non basta, in altre parole, dire che c’è qualcosa di grosso e cattivo nello spazio il cui unico scopo è distruggere la vita, non basta adattare Lovecraft alla lettera. Ho sempre creduto che l’horror, al di là degli archetipi senza tempo su cui poggia e prospera, abbia il dovere di fare da ponte tra l’eternità e l’oggi.
The Color out of Space, non soltanto perché usa un’ambientazione moderna con personaggi moderni (che quello sono buoni tutti), fa esattamente questo: inserisce Lovecraft nel XXI secolo. Stanley e la sua sceneggiatrice Scarlett Amaris compiono la complessa operazione di attualizzare Lovecraft senza tradirlo e snaturarlo. E anche qui, il paragone con Gordon, e soprattutto con From Beyond, è abbastanza funzionale. Lovecraft per il pubblico degli anni ’80 è diverso da Lovecraft per il pubblico del 2020.

La precarietà economica, le malattie, la violenza domestica, la mascolinità tossica, la difficoltà di essere genitori: Stanley butta nel calderone cosmico tutte queste tematiche e le sporca con l’orrore atavico generato da un’entità indefinibile, aliena e distruttiva, che precipita con un meteorite nel cortile di un allevamento di alpaca e prende a divorare e assimilare sistematicamente ogni forma di vita lì presente.
Lo scheletro della trama è identico a quello del racconto originale, di cui viene anche rispettata la presenza di un narratore testimone esterno delle vicende. Ma Stanley manipola il materiale di partenza e compie il miracolo di dare una forma alle astrazioni dello scrittore, di costringere l’indefinito all’interno del fotogramma, senza tuttavia fargli perdere nulla del suo potere annichilente, cosa che purtroppo accade spesso quando si tenta di portare al cinema gli orrori lovecraftiani, quelli che non sono soltanto tentacoli e uomini pesce, per capirci, quelli che ci parlano di entità incomprensibili in agguato negli angoli più riposti dell’universo, esseri talmente spropositati che se il loro sguardo si posasse su di noi, ne saremmo ridotti in polvere all’istante.

Il colore indescrivibile di Lovecraft qui diventa un fucsia fluorescente (che era poi anche il colore di From Beyond, se vi ricordate), perché purtroppo al cinema non puoi cavartela dicendo che era un colore impossibile e mai visto prima. Di certo è la scelta più ovvia, ma anche la più azzeccata. O almeno, io è sempre così che ho immaginato il colore venuto dallo spazio, nelle mie letture infantili.
È un colore che ispira fastidio e un certo senso di angoscia claustrofobica, è invadente, è pervasivo, e allo stesso tempo si presta magnificamente alle sperimentazioni psichedeliche cui Stanley ci aveva già deliziato in Dust Devil e che qui tornano, ma sotto steroidi.
Color out of Space è un film che ti fa sentire sempre minacciato, come se ci fosse qualcosa che ti osserva ai bordi dell’inquadratura, e la macchina da presa è così misericordiosa da lasciare quasi sempre fuori campo.
Il ritmo del film è costruito in maniera scientifica: parte lento e rilassato e accelera per gradi, così che quando entra nella sua fase frenetica, negli ultimi dieci minuti del film, la velocità parossistica con cui si susseguono i tagli è naturale e deliberata. E corrisponde al momento in cui la macchina da presa smette di avere pietà di noi e fa entrare in campo la minaccia.

Color out of Space è costato circa sei milioni di dollari, un’inezia, per un horror con queste ambizioni. Eppure, se si sorvola su alcuni effetti speciali che fanno sentire il peso delle ristrettezze economiche, sembra un film ricchissimo e regala due sequenze (almeno) in cui, ne sono certa, vi raggomitolerete sulle vostre poltrone disgustati e inorriditi. Mi dispiace continuare a citare Gordon (anzi, no, perché dovrebbe dispiacermi?), ma come lui, anche Stanley ha capito perfettamente che Lovecraft si presta alla perfezione al body horror, anche e soprattutto nella sua accezione più estrema, quando i corpi, umani o animali, vengono plasmati per assumere forme irriconoscibili e raccapriccianti. Perché il buon Stanley non si tira indietro davanti a niente: è arrabbiato, è furioso, questa è la sua rivincita e ve la farà pagare cara.
Se vi state chiedendo quanto si copre di ridicolo Cage, potreste ricevere una cocente delusione. Ci sono, ovvio, dei momenti in cui l’attore se ne parte sopra le righe e non lo fermi neanche a calci, ma Stanely è stato molto oculato nell’utilizzare le sue capacità istrioniche e, se nel delirio finale ci sta che Cage vada per la tangente, è molto misurato per gran parte del film, mentre la vera protagonista è la giovane quasi esordiente Madeleine Arthur, una vera e propria rivelazione.
Otto anni fa, recensendo Hardware, scrivevo: “Più di tutto, resta Richard Stanley, al centro delle mie fantasie da bambina, in grado di riaccendere quelle dell’ adulta che non è tanto cresciuta. E che solo a sentire il suo nome, si innamora di nuovo.”
Posso finalmente festeggiare il suo ritorno con un grande, grandissimo film che, ne sono certa, farà la storia dell’horror contemporaneo.

28 commenti

  1. Maxnataeleale · ·

    Ciao Lucia non vedo l’ora di vederlo. Tu lo hai visto in lingua originale vero?non credo esistano sottotitoli in italiano purtropo

    1. Allora, a quanto ne so, i sottotitoli in italiano ci sono!

  2. 2020?
    il film e del 2019, e il blu-ray e’ uscito nello stesso anno

    https://www.imdb.com/title/tt5073642/

    1. È prodotto nel 2019 ed è uscito a gennaio di quest’anno.

  3. Io invece di Lovecraftiano – paradossalmente – ci ho visto poco (“paradossalmente” perchè credo ognuno di noi abbia la sua idea di cosa sia il “lovecraftiano”, e dunque un metodo e una scala di giudizio che può divergere totalmente da quella di un altro spettatore). E’ bella l’attualizzazione dei personaggi (ma perchè proprio gli alpaca? che bisogno c’era di distrarre lo spettatore con Cage che porta alpaca nella stalla?), è bella la famiglia, è bella la messa in scena, è bello il colore, è bravo il regista; ma per me poi si ferma tutto lì, a una trama da film horror “coi mostri” applicata alle tematiche di HPL (E non l’opposto, come dovrebbe essere). C’è questo colore che arriva, e… (ATTENZIONE: POSSIBILI SPOILER!!!)
    …. non sa bene cosa fare, per cui – che so – prima striscia e poi zompa, un pò fa ammattire i televisori e un pò ipnotizza i giovanetti, un pò si nasconde e un pò azzanna, un pò si mette a creare fiori cthuliani (che alla fine non servono a niente) o delle puzze o degli insetti (che poi non servono a niente) e un pò si mette a giocare col pongo umano. Mi è sembrato il classico: “sono un creaturone cattivo-cattivo che ora inizia a farvi del male un pò a caso, facendo cose a caso ma tanto-tanto inquietanti/schifose”. Ed è tutto ASSOLUTAMENTE ben riuscito, però non porta angoscia, non porta brividi, non porta riflessioni sul gelo di un cosmo indifferente e alieno, non pone nessuna distanza tra spettatore e mostro.
    Personalmente, ho trovato MOLTO più Lovecraftiano un film come ANNIENTAMENTO, dove tu protagonista e tu spettatore ti ritrovi a essere testimone attonito di un mondo mutato in modi inconcepibili, dei quali non riesci a capire il senso ultimo, in maniere barocche e fantasmagoriche. Ma attenzione: mutazioni che oltretutto NON hanno l’obiettivo dichiarato di farti del male, ma stanno solo perseguendo i loro obiettivi alieni, posto che ce ne siano. E questi obiettivi sono così alieni che hanno poco o nulla a che fare con te, anzi forse di te neppure se ne accorgono. Tu spettatore arrivi, prendi atto di ciò che vedi, un pò te ne stupisci, un pò ti affascini, un pò ti disgusti e ti spaventi, un pò rabbrividisci perchè non hai idea di cosa stia succedendo, non riesci a trovare una logica o un senso, capisci che LI’ FUORI ci sono COSE inimmaginabili con le quali non riesci neppure ad avere un contatto, e perdi ogni punto di riferimento, ogni certezza, ogni senso della realtà.
    Ecco: in questo film a mio parere è proprio questo che manca. Il mostro fa il mostro, stira i tentacoloni, attacca la gente, fa casini a caso,e pare anche avere un piano, Quindi bel film, graditissimo ritorno, ma poi stop.

    Nota a margine: ho trovato Lovecraftiano anche MIDSOMMAR, lì dove il regista inquadra quelle case nere e dalle geometrie distorte posate come tumori in mezzo a prati verdi e cieli azzurre, al punto che sembra che la luce non le tocchi neppure, e che se ti avvicini troppo cambieranno forma e ti faranno percepire un senso di freddo e di vertigine. QUESTO, per me, è HPL.

    Altra nota: la più bella cosa Lovecraftiana vista negli ultimi anni non è un film ma un fumetto, e cioè Providence di Alan Moore, che credo sia l’omaggio ad HPL più meraviglioso, inquietante, stupefacente, filologicamente perfetto che si sia mai visto. Lo consiglio a piene mani.

    1. Sì, è vero, Lovecraft è talmente parte dell’immaginario collettivo che ognuno di noi ha in mente la sua visione di cosa sia o no lovecraftiano, ma a parte questo… che ti hanno fatto di male gli alpaca?
      Se erano delle mucche non era la stessa cosa?

      1. E’ come se Ripley nel primo Alien invece di avere il micio rosso avesse una scimmietta che suonava l’organetto, o come se ne La Cosa invece di essere un cane il primo infettato fosse invece uno struzzo. Differenza sottile, ma differenza! Ahahahah.

    2. Blissard · ·

      Comprendo la tua obiezione ma io ho letto la vicenda da un’altra angolazione.
      (mi autocito) Abbiamo la famiglia Gardner, che nel suo microcosmo pensa di potere esercitare un controllo assoluto sia di tipo ecologico (gestisce piante, alberi e animali) che financo magico (Lavinia che effettua rituali pagani per proteggere la salute della madre); l’ingresso di un semplice sasso arrivato da una dimensione “altra” fa in brevissimo tempo franare questa illusione di controllo, scalza i Gardner dall’apice evolutivo del loro microcosmo e lo rimodella a suo piacimento.
      (fine autocitazione) A me questo anti-antropocentrismo è sembrato pienamente in linea con la poetica di Lovecraft, e non ho pensato neanche per un secondo che il “colore” fosse cattivo, ma soltanto talmente superiore come entità da manipolare a piacimento ciò con cui entra in contatto.

      Al di là di questo, il film mi è piaciuto, meno che a Lucia ma mi è piaciuto. E l’idea che possa essere il primo capitolo di una trilogia lovecraftiana diretta da Stanley mi gasa non poco.

      1. Gasa molto anche me. Non vedo l’ora di seguire gli sviluppi di questa nuova carriera di Stanley nel segno di Lovecraft.

      2. Mmmh… A me invece è sembrato di vedere la comune famiglia americana moderna in fuga dalla città e dalla crisi economica, in cerca di un rifugio nella campagna inizialmente idealizzata ma che ora sta già dimostrando da sola quanto sia difficile da gestire (anche l’allevamento di alpaca è un po’ una scommessa, e i figli non aiutano e sembrano poco interessati ai grandi sforzi del padre in cerca di una “alternativa” per sopravvivere). La figlia fa la moderna streghetta new age facendo rituali magari trovati su internet ma tutto sommato è una giovane donna turbata e in cerca di sicurezze e conforto, con in più il tentativo di darsi un tono tramite la magia.
        Forse la migliore di tutti è la madre, la cui malattia è il cardine intorno al quale ruota tutto, e che magari avrebbe potuto essere sfruttata in modo migliore, più “attivo” nei confronti del “male che viene da fuori”. E ovviamente aggiungo che la famiglia mi è piaciuta, è interessante da vedere. Però, ecco, mi pare che ancora prima del sasso extraterrestre essi abbiano già il loro bel da fare con i tanti problemi terrestri che non riescono a gestire o che tentano di sistemare in maniere approssimative. Il sasso non fa altro che inserirsi in un sistema già precario, ma lo fa semplicemente buttando tutto all’aria in modi casuali, così che i 2 filoni narrativi non sono mai in rapporto tra loro.
        E poi sì, il sasso NON è cattivo, solo che si comporta come se fosse tale sembra quasi ridotto a un essere senziente venuto a conquistare il mondo. Per me situazione limitativa e limitante.
        Comunque ripeto che il film è molto piacevole, e che molto dipende dalla personale interpretazione che ciascuno dà del “lovecraftiano” Tutto è vero e niente è vero.

  4. S Frenz · ·

    Allora… 2 cose… 1 di Lovecraftiano c’ho visto davvero molto poco. 2 ma cazzo ma si può rovinare un film perfetto negli ultimi 2 minuti… non ti dico l’incazzatura che m’è presa. Comunque assolutamente godibile e lo terrò in archivio.

  5. Giuseppe · ·

    Effettivamente, la tonalità fucsia per il colore impossibile di Lovecraft ce la siamo davvero immaginata in molti visto che, oltre a Stuart Gordon in From Beyond e Richard Stanley in Color out of Space, pure Huan Vu l’ha adottata nel tedesco Die Farbe (adattamento del 2010 tratto sempre dal medesimo racconto lovecraftiano) 😉
    Naturalmente, di distribuire nelle nostrane sale quest’attesissimo ritorno di Stanley all’horror (con H.P. quale nume tutelare) non se ne parla proprio, a quanto pare… 😠

    1. Confido seriamente in Amazon Prime, dove è già sbarcato Mandy e che ha un catalogo di film davvero impressionante. Se c’è un posto dove questo film può finire, è lì!

  6. carlo rotolo · ·

    Ottima rece, Lucia. Ben scritta e interessante, non vedo l’ora di sbobinarmi questo film (chissa’ quando!).
    Con Lovecraft ho un rapporto davvero bopolare: lessi quasi tutto in italiano ormai diversi lustri fa, era un’edizione omnicomprensiva in 5 volumazzi edita Newton&Compton. Non lo amai per nulla, fino al punto che mi sono persuaso che dal punto di vista della cultura pop i suoi miti abbiano lasciato un’impronta bella grossa, ma ho dei dubbi che il grande pubblico abbia letto i testi che stanno all’origine di quegli stessi miti – magari e’ solo che frequento brutte persone e millantatori. E tuttavia riconosco che subisco una certa fascinazione da parte della sua idea di orrore e di norma quando quando Lovecraft rientra dalla finestra, mi si rizzano le antenne. Di recente, forse non e’ un testo approfondito, ma di certo e’ appassionato, ho trovato davvero piacevole Contro il mondo, contro la vita di Houellebecq.

    1. Guarda, abbiamo avuto un’esperienza simile con Lovecraft, nel senso che credo di aver letto la tua stessa edizione delle opere, da giovincella, per la prima volta.
      Solo che io me ne sono perdutamente innamorata. Credo che il richiamo del mare abbia avuto un ruolo preponderante.
      Il libro di Houllebecq ce l’ho su kindle da un po’, ma con la mia coda di lettura chilometrica, ancora non sono riuscita a cominciarlo!

      1. carlo rotolo · ·

        Volevo aggiungere un altro commentino (un po’ superfluo, ma come si dice l’importante e’ partecipare). Capisco perfettamente cosa intendi riguardo Nicolas Cage e soprattutto riguardo Mandy. E tuttavia provo per lui un certo affetto, la sua partecipazione a questi film mi sembra sempre sincera, ci mette il cuore.Ad esempio di recente l’ho trovato davvero spassoso in Mom and dad.

        Inoltre confesso con una certa vergogna che per quanto rigurda Stanley che qui viene osannato ho dovuto andare a cercare su IMDB, il nome non mi diceva nulla -_-

        1. Ma anche io provo dell’affetto per Cage, solo che spesso temo la sua presenza in produzioni più serie di Mom and dad, che comunque è una commedia horror spassosissima dove lui fa il matto per un’ora e mezza ed è giusto così!

  7. Luca Bardovagni · ·

    Richard Stanley? QUEL Richard Stanley? Holy shit!!
    Grande rece, as always. La differenza tra “adattamenti” e “filologia lovecraftiana” colta in pieno. (Peraltro il film più filologicamente Lovecraftiano, seppur originallissimo , l’ha diretto a mio avviso Dio, si chiama “in the mouth of Madness” e più non dimandare, direbbe l’Alighieri).
    Capisco cosa puoi avere pensato vedendo Stanley dopo un quarto di secolo+Nicholas Cage. Chi non l’avrebbe pensato?
    Ah, come al solito regali perle:
    “Ho sempre creduto che l’horror, al di là degli archetipi senza tempo su cui poggia e prospera, abbia il dovere di fare da ponte tra l’eternità e l’oggi.”
    Ecco, son quelle cose che ti fan sentire stupido. Una cosa in cui hai sempre CREDUTO ma non hai mai saputo esprimere per bene,
    E vabbè, di Hardware non ne parliamo nemmeno.
    Mi tocca di vederlo, fiducioso.
    P.s.-A proposito di Lovecraft, ho reperito da poco Lighthouse. Perchè tutti parlano di H.P.? A me è sembrato invece profondamente Eddie Poe. Sarò strano. “The tell-tale Heart”, come atmosfera, precisamente.

    1. In the Mouth of Madness, ma anche La Cosa, è il film lovecraftiano per antonomasia, il film di uno studioso di Lovecraft, di uno che lo ha letto tutto, dalla mattina alla sera, per anni e lo ha assimilato così bene che neanche ha bisogno di trarre un film da Lovecraft per fare IL film lovecraftiano per eccellenza.
      Su The Lighthouse: molti fanno il collegamento tentacoli=Lovecraft, cosa su cui non sono molto d’accordo, perché è vero che le antiche divinità tentacolari sono un parto di Lovecraft (ma non solo, e non per primo), ed è vero che l’ambientazione di The Lighthouse rimanda alla narrativa di Lovecraft, ma l’atmosfera è completamente diversa.

  8. Però, ragazzi, io non voglio fare polemica, ma se un film basato su un racconto di Lovecraft, che lo adatta quasi alla lettera (con le dovute modifiche, ovvio) non è lovecraftiano, allora davvero, vale tutto.
    Che poi il colore, nel racconto, fa esattamente ciò che fa qui: assimila e distrugge tutto ciò che è vivo.
    Quindi forse è Lovecraft a non essere abbastanza lovecraftiano.

  9. Luca Bardovagni · ·

    Mah forse perchè tutti noi abbiamo la nostra visione (di cui siamo puerilmente gelosi) di ciò che amiamo. Io quando ho visto Doctor Sleep i primi dieci minuti sono stato col broncio PERCHE’ ROSE CILINDRO nella mia testa è CARAIBICA. Poi è intervenuto il Luca sano di mente, ormai ESTENUATO dagli ultimi 43 anni di combattimento col moccioso rancoroso che è il 90% della mia personalità a dirmi “chiudi quella fogna e goditelo. Oltretutto sta dando una gran interpretazione”.
    Con gli Autori immagino questa sindrome si amplifichi.

    1. Assolutamente: Lovrecraft è parte dell’immaginario collettivo e, anche chi non ne ha letto neanche una riga, ha una sua idea precisa.

  10. Annarita · ·

    Il fucsia …ma quanto è disturbante?!?

  11. Non sapevo di questa veste da produttore di Elijah Wood. Comunque questo film mi attira notevolmente.

    1. Sì, la SpectreVision fa cose molto pregevoli. E adesso stanno progettando una trilogia dedicata a Lovecraft.

      1. Io l’ho trovato estremamente riuscito e inquietante..con un’ottima regia e soluzioni visive affascinanti..come sempre ottima recensione!

  12. Veramente disturbante, ci sono almeno 2, 3 sequenze che mi faranno compagnia nei miei prossimi incubi.
    Ammetto che all’inizio ero partito un po’ prevenuto, ma poi il livello del film si e’ alzato.
    Lovecraft si o no? io dico di si.
    Aspetto gli altri.

  13. Molto difficile paragonare “color out of space” con “mandy”.genere molto diverso.comunque entrambi molto belli.Cage rules!

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