WiHM 2020: Black Christmas

Regia – Sophia Takal (2019)

OCCHIO AGLI SPOILER

Anni fa, abitavo in una via dove trovare parcheggio era difficilissimo e nel mio palazzo non c’era il posto auto. Quando tornavo da sola, di notte, e lasciavo la macchina distante da casa, affrontavo il tragitto che mi separava dalla sicurezza del portone brandendo le chiavi come fossero un’arma impropria. È un automatismo che fa parte del mio vissuto quotidiano e, ne sono certa, quasi tutte le mie lettrici non avranno difficoltà a riconoscerlo come parte anche del proprio vissuto.
Black Christmas, nella sua versione del 2019, quella tanto vituperata e boicottata a destra e a manca (soprattutto a destra) da bambini piagnucolosi nel corpo di cinquantenni, comincia proprio così, con una ragazza che cammina in una strada isolata, sente dei passi alle sue spalle e impugna le chiavi per difendersi. È soltanto uno, il più evidente, di decine di dettagli disseminati lungo il film che descrivono minuziosamente i vari intoppi e ostacoli che incontriamo ogni santo giorno della nostra vita. Non è sottile, perché Black Christmas non è un film sottile; è uno slasher, dopotutto, un filone a cui nessuno ha mai osato chiedere sottigliezze. Black Christmas tende a sbatterti in faccia le cose, lo fa apertamente, ed è persino grossolano nell’esporre le sue tesi. Black Christmas è un film radicale e arrabbiato, ha causato un polverone all’epoca della sua uscita, è stato un flop critico e commerciale, è stato preso a bersaglio con lo stesso coraggio con cui un bullo alto due metri se la prende con un ragazzino più piccolo, è diventato il simbolo di tutto ciò che, secondo certa gente, non va nel mondo dell’intrattenimento odierno e ha dato inizio a una strana parabola per cui i film diretti da donne, con donne protagoniste o semplicemente rivolti anche a un pubblico femminile, sono diventati all’improvviso velenosi per il botteghino, rischiando di farci tornare agli anni ’90.
Black Christmas andrebbe proiettato nelle scuole e fatto vedere a forza, tipo cura Ludovico, a un sacco di ragazzi dai 12 anni in su.

L’evoluzione del genere che tanto amiamo la si trova tutta racchiusa nelle tre versioni di Black Christmas, quella del ’74, quella del 2006 e, infine, l’ultima arrivata: il film di Bob Clark era un film politico, e anche lui non andava troppo per il sottile quando si trattava di discutere di aborto e libertà di scelta; il remake del 2006 eliminava del tutto la linea narrativa abortista e, al suo posto, ci piazzava una bella vicenda di corna, tanto per rimestare del torbido della leggendaria “rivalità femminile” (le femmine sono tutte invidiose e crudeli, pronte a pugnalarsi alla schiena l’una con l’altra); ora Sophia Takal e la sua sceneggiatrice April Wolfe riportano in carreggiata una vicenda che ha sempre avuto una forte connotazione politica, cancellata in un momento che non faccio fatica a considerare come uno dei punti più bassi mai raggiunti dall’horror nella sua lunga e altalenante carriera.
Logico che, nel 2019, cambi il bersaglio della satira, che diventa la rape culture, talmente pervasiva e radicata nella nostra società, da non essere neppure percepita; anch’essa è diventata un automatismo, è come respirare. Noi respiriamo rape culture, siamo immersi nella rape culture e ci muoviamo al suo interno con circospezione. Sia mai che qualche maschio dovesse prendersela a male.

In questa versione di Black Christmas, la protagonista, Riley (Imogen Poots) ha subito violenza da parte di un ragazzotto di una confraternita universitaria, ha denunciato il fatto, nessuno le ha creduto e il suo aggressore se ne è potuto andare in giro per il campus, felice e tranquillo insieme ai suoi compari con la supina acquiescenza delle istituzioni e del corpo docente. Questo è l’antefatto del film, che comincia un paio d’anni dopo, con Riley che fa fatica a scrollarsi di dosso il trauma e un assassino incappucciato che approfitta della pausa natalizia per agire senza troppi ostacoli o disturbi.
Black Christmas, per circa tre quarti della sua (breve) durata, segue lo schema classico dello slasher senza deviare neanche di un millimetro e, nel frattempo, come dicevamo prima, accumula dettagli per preparare la brusca e inattesa sterzata dell’ultima parte, quando il film cambia pelle e diventa un’altra cosa.
Ora, io capisco che un voltafaccia del genere possa lasciare interdetti, ma ha una sua coerenza, sia con la narrazione sia con la tesi portata avanti dal Takal e Wolfe. Basta guardare il film con un minimo, ma proprio un minimo sindacale di attenzione.

Perché, se si sta attenti le cose si notano, come per esempio l’assenza quasi totale della soggettiva del killer che ha caratterizzato la cifra stilistica principale di ogni slasher e affini da (appunto) Black Christmas in giù, e non perché Takal non sappia girare una soggettiva con maschera, ma perché non vuole farlo, perché in questo modo l’assassino non è più l’unico soggetto del film, il suo sguardo non si identifica con quello della macchina da presa, e di conseguenza con l’esperienza del pubblico; l’assassino è, in questo modo, spersonalizzato. E non potrebbe essere altrimenti, dato che l’assassino non è uno solo.
Lo slasher segue uno schema fisso: il mostro di turno è una devianza dalla norma, la sua sconfitta ripristina lo status quo e  si va tutti nel diner più vicino a festeggiare. Ma se la rape culture è la norma, non può essere ridotta a un singolo individuo, a un’aberrazione momentanea da eliminare per poi tornare alla situazione precedente. Qui è proprio la situazione precedente a finire sotto accusa, è lo status quo che va abbattuto, e di conseguenza, l’assassino non è un outsider, ma è un rappresentante di un intero sistema sociale, da abbattere a spallate, radere al suolo e spargere sale sulle sue rovine che non si sa mai.
Se non si capisce questo non si capisce Black Christmas. E io rimango basita, dato che si tratta di un messaggio a prova di idiota, quanta gente abbia fatto finta di non capire e abbia cominciato a delirare dipingendo il film come “contro gli uomini a prescindere” o come uno strumento di propaganda per lo sterminio sistematico del maschio bianco.
No, signori, no. Ve lo assicuro che non è affatto così. Sarebbe troppa grazia (devo segnalare che si tratta di una battuta?).

Per questo motivo mi azzardo a dire che Black Christmas è uno slasher rivoluzionario: ribalta veramente le convenzioni del genere, stravolgendo del tutto la prospettiva con cui gli slasher sono sempre stati girati. La natura conservatrice del filone (nel senso che mira a conservare uno stato preesistente le azioni del killer) viene scardinata e l’assassino di turno smette di essere un agente del caos e diventa alfiere dell’ordine costituito.
Il caos, l’elemento destabilizzante sono, al contrario, le donne che denunciano gli stupri, che creano petizioni affinché si insegni una storia della letteratura non soltanto maschile, che tentano di cambiare la narrazione e di riappropriarsene e, per questo, vengono rimesse “al loro posto” dai villain del film, posseduti dallo spirito del fondatore dell’università dove Black Christmas si svolge, capostipite di una lunga tradizione di abusi di potere e prevaricazioni.
Non si potrebbe essere più chiari di così.

Ovvio che per spettatori un minimo smaliziati, sia molto facile rimproverare al film proprio un eccesso di didascalismo. E tuttavia, Black Christmas non è rivolto agli spettatori smaliziati, ma a un pubblico molto giovane che, oggi più che mai, ha bisogno di un messaggio semplice, diretto ed efficace.
Ecco perché Takal e Wolfe hanno deciso, senza alcuna ingerenza da parte della produzione (Blumhouse) di tagliare il film per farlo uscire con la classificazione PG13. E se la parte più “cinematografara” di me soffre ogni volta che un omicidio viene troncato con un colpo di accetta per non mostrare il sangue, nonostante sia evidente che, in sede di riprese, era stato realizzato in maniera più esplicita, se alcune sequenze soffrono di un doppiaggio anomalo, atto a togliere qualche fuck di troppo, comprendo e appoggio la scelta di regista e sceneggiatrice, nonostante non sia andata a buon fine.
Dopo il disastro critico e commerciale di Black Christmas non riesco sinceramente a prevedere quali scenari si apriranno per l’horror commerciale. Le registe aumentano in ambito indipendente, ma questo film era il primo vero esperimento su vasta scala, una scommessa di Jason Blum, purtroppo persa malamente, ma non per demeriti del film, che non va giudicato al netto del suo significato politico, ma la cui qualità è imprescindibile da esso.
Black Christmas è stato boicottato e preso a insulti da personaggi che somigliano in modo molto sinistro agli antagonisti presenti nel film. Può non piacervi, può annoiarvi, potete pensare che non sia il film per voi e siete liberissimi di preferirgli roba un po’ più adulta e con almeno qualche goccia di sangue; ma non sottovalutatelo, non passatelo sotto silenzio, non fate in modo che, per vedere un horror commerciale diretto da una donna, ci tocchi aspettare una trentina d’anni.

9 commenti

  1. Luca Bardovagni · ·

    Grazie anche sto giro perchè mi chiarifichi molte cose. No, il messaggio di Black Christmas NON ha bisogno di chiarificazioni. Però vedi, salvo rari casi, io bhe…fruisco dell’ opera.Non è che mi interessi poi molto esaminare accoglienza, incassi, critiche.Leggo quei due o tre recensori di cui mi fido (a cui da qualche mese si è aggiunta una recensora dannatamente in gamba), nel caso, e me lo vo a gustare. Alle volte manco quello. Alle volte “Fiiiiga la locandina”.
    Quindi ero rimasto un po’ perplesso. Ovviamente non la perplessità del bullo di due metri, l’opposto. “Perchè tutto questo didascalismo? Perchè ‘sto PG13 “forzato”? Poteva essere un capolavorino, si è un po’ auto-dimensionato da solo”.
    Adesso mi è chiaro il perchè. Ci potevo arrivare da solo, mi sa, ma forse non provando direttamente sulla mia pelle quel tipo di cultura velenosa mi è sfuggito l’evidente. “La lettera rubata”, no?
    Disquisendo dei meriti artistici (dei meriti MORALI del film della Takal non è possibile obiettare) trovo che un film altrettanto fracassone e sguaiato come “All Cheerleaders die” riesca a mantenere una SOTTIGLIEZZA che lo eleva. Pur adottando lo stesso ribaltamento dei venefici luoghi comuni. Se non ricordo male tu stessa hai scritto di avere subito un “pugno in faccia” metaforico quando nel film di McKee si passa dallo sbellicamento horrorsplatteroso al momento in cui la protagonista si “apre” con l’ amica strega. Ecco, io lì stavo MALE, ma perchè me lo sentivo, sai quello scuotere la testa “no, no, no, ho capito, non me lo raccontare..” . Malessere , ma non pugno in faccia. Perchè se ci pensi il film inizia con una morte “naturale”. Solo che non c’è nulla di naturale, in quella morte naturale. Cosa c’è ci culturalmente naturale nell’ essere cheerleader. Cosa RAPPRESENTA nell’immaginario una cheerleader?
    Ecco, Il lavoro di McKee riesce quasi a essere raffinato. Che per il tipo di pellicola che è , non è molto semplice.
    Come già scritto mi rammaricavo perchè la Takal non aveva raggiunto questo tipo di raffinatezza. L’urgenza del messsaggio e la necessità di farlo arrivare chiaro , e al maggior pubblico possibile.
    P.s.- Ho un’amica illustratrice. Sta a Parigi. In un arrondissment lontano dal centro, piuttosto multietnico, ma distante dalla Banlieu. Un posto tranquillo, per i miei standard. Una sera mi porta da adorabile Cicerona a vedere qualche cosuccia di Parigi che non conoscevo. Rientriamo tardi, non tardissimo. La metro ferma diciamo a un km da casa sua. Mentre camminiamo Ari mi dice “eh, la sera un po’ è pesantuccio, quando sono da sola, farmela a piedi”. Ci conosciamo da vent’anni . Avendo qualche annetto più di lei e con le mie pose (autoironiche, eh, non sono così scemo) da “uomo-che-le-ha-viste-tutte-metà-Iggy Pop-Metà Tom Waits” mi ha sempre chiamato “il daddy” e la cosa mi ha sempre commosso. Lei è una donna con un carattere molto indipendente , scanzonata, non certo fobica. “Ari, dai, è un quartiere tranquillo” “Certo daddy. Però TU NON SEI UNA DONNA”.
    Già. Non sono una donna.

    1. Io credo che All Cheerleaders Die sia proprio un’altra razza di film, con un’altra statura e altre ambizioni. È superiore, è più sottile, più intelligente.
      Ma Lucky McKee è anche un autore assolutamente indie, che non è mai sceso a nessun compromesso nel corso di tutta la sua carriera ed è rimasto all’interno di un circuito di nicchia.
      Non credo che un suo film sia mai arrivato in sala.
      Perciò, sì, All Cheerleaders Die gioca proprio in un altro campionato, e se mi chiedessero quale dei due film rivedrei più volentieri, risponderei McKee senza neanche esitare un istante.
      Ma credo che Black Christmas possa avere un impatto maggiore.

  2. Blissard · ·

    Mah, onestamente sono sorpreso dal tuo giudizio positivo.
    “Ovvio che per spettatori un minimo smaliziati, sia molto facile rimproverare al film proprio un eccesso di didascalismo”, ecco, mettici questo e mettici anche un finale aberrante che dà il colpo di grazia anche a coloro i quali si erano dovuti sorbire assurdità assortite e scene horror perturbanti quanto una puntata media di Don Matteo. Diciamolo, anche a dar per scontata la carica destabilizzante e “educativa” dela pellicola, il finale goliardico alla Tarantino/Rodriguez dei bei tempi non sembra voler trasmettere una sorta di “dai su, si fa per scherzare, non prendeteci sul serio”?
    Poi hai ragionissima, alcuni particolari sono gestiti bene (ad esempio mi è rimasta impressa l’inquadratura dall’alto della protagonista che va al – o torna dal – commissiariato), ma i migliori particolari del mondo non emendano un quadro d’insieme traballante, soprattutto dal punto di vista cinematografico.
    Non so, hai elencato le migliori ragioni del mondo per apprezzare il film, ma giuro che durante la visione non ho neanche intravisto – se non per sprazzi quasi impercettibili – le qualità che elenchi, mentre sono stato travolto dai suoi difetti.

    1. ma a me il finale è la cosa che è piaciuta di più e non ho pensato a Tarantino o a Rodriguez, sinceramente.
      Ho soltanto visto un gruppo di donne che, dopo aver cercato di affrontarlo individualmente, si coalizza contro il patriarcato e lo fa collassare, perché siamo “come formiche”.
      Poi sì, il PG13 qui è particolarmente fastidioso, avrei voluto più sangue, magari Blum, dal volpone che è, farà uscire una versione unrated e vedremo un altro film.
      Ma ti giuro che se dovessi iniziare un ragazzino/a all’horror, ora non avrei dubbi su cosa fargli/le vedere.

      1. Blissard · ·

        Non contesto l’idea della coalizione anti-patriarcato, contesto la messa in scena fumettistica e plastificata che, a mio modo di vedere, la svilisce. Sarà che sono un tipo troppo serioso e arido.

        1. Ma no! 😀
          Non è un fatto di essere seriosi o aridi. Io lo so per prima che questo Black Christmas è un film a rischio. Poi io sono disposta a perdonargli molte cose perché credo faccia tutto parte di un disegno ben preciso, tu no.

  3. Giuseppe · ·

    Pur da spettatore smaliziato, capisco la necessità del didascalismo quando questo sia al servizio di un messaggio forte così come, di conseguenza, l’accettazione del “ricatto” del PG13 (a inevitabile detrimento del lato slasher del film, pur se da scelta autonoma di regista e produttrice) per dare la possibilità al messaggio stesso di circolare il più possibile. Ragion per cui trovo ingiustificata la debacle a cui Black Christmas è andato incontro (il bieco boicottaggio/insulto sistematico nei suoi confronti ha ottenuto risultati, vedo 😦 ): penso solo al ridicolo punteggio attribuitogli su IMDB, dove titoli palesemente inferiori vengono trattati con maggior riguardo…

  4. Ho un po’ paura, su imdb ha una media di 3.6/10 e non vorrei perdere un’altra ora e mezza per nulla, dopo “Antisocial 2” di ieri, quando ero riuscito a vedere ben 2 film belli lo scorso weekend ç_ç

  5. Una trashata totale, un film veramente brutto, lasciamo perdere il messaggio che vuole dare ma non e’ girando film cosi che si ottiene qualcosa.
    Qui al contrario delle donne semplici diventano super-woman, sul finale stendo un velo pietoso.

    Guardatevi (se non lo avete fatto) invece “The Nightingale (Jennifer Kent, 2018)”
    quello si che colpisce allo stomaco e lascia qualcosa.

    Voto: 5

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