Dragged Across Concrete

Regia – S. Craig Zahler (2018)

Ogni film di Zahler è un evento che va celebrato con il dovuto ossequio e a me pare assurdo che i suoi film ancora siano distribuiti solo in poche sale (o non distribuiti affatto, come accade qui da noi) e poi dritti nell’home video, neanche si trattasse di roba buona per il DTV. Nonostante tutti e tre i film diretti da Zahler possano vantare un cast di una certa importanza e siano soprattutto girati in un modo che sembra quasi implorare la proiezione su grande schermo, non c’è verso di riuscire a vederli in sala, e questo non è un problema solo della distribuzione italiana, una volta tanto, ma globale. Insomma, pare che uno dei più interessanti, innovativi e intelligenti registi e sceneggiatori di genere (ma Zahler è anche romanziere e musicista) interessi solo a quattro scalmanati assetati di sangue.
E di sangue, nei suoi film, ce n’è di solito a litri: cominciano di solito molto piano, quasi sotto tono, e poi impazziscono e ti fanno ritornare su tutto quello hai mangiato dal ’93 a oggi.

È anche il caso di Dragged Across Concrete, all’apparenza il film di Zahler più accessibile dal punto di vista della violenza mostrata in campo, ma non per questo meno estremo nelle sue implicazioni. Anche qui abbiamo, su quasi due ore mezza di durata, una prima parte molto lenta, “seduta”, se mi passate il termine, con occasionali e sporadici scoppi di brutalità messi per ricordare allo spettatore che non si tratta del classico action o buddy cop movie. Al contrario, Dragged Across Concrete è un vero e proprio noir esistenziale, mirante a frustrare le aspettative di ogni tipo di spettatore, anche degli stessi fan di Zahler (se ne esistono), che magari pensavano di assistere al consueto spettacolo di teste spappolate e gente aperta in due, e invece si trovano di fronte questo strano oggetto dove si parla in continuazione, dove si devia dalla linea narrativa principale, sempre che ce ne sia davvero una, andando a raccontare le vicende personali e intime di personaggi magari destinati ad apparire per una manciata di minuti, dove persino quando il film dovrebbe, in teoria, decollare e non fermarsi più, si torna invece a rallentare il ritmo, ad assistere a un lunghissimo pedinamento in macchina, preparatorio all’infernale sequenza finale.

Ma tutto questo è esattamente ciò che Zahler ha sempre fatto, perché se si ricordano bene le sue due opere precedenti, erano entrambe, nella loro interezza, costruite intorno ai personaggi, approfonditi fino ai più minuziosi dettagli. Sia Bone Tomahawk che Brawl in Cell Block 99 erano film molto lunghi, in cui era necessario aspettare parecchio tempo per arrivare al dunque, e qualunque fosse questo “dunque”, non era di certo l’elemento portante del film. Certo, c’era il gore, qui quasi del tutto assente, se si esclude un solo istante che però penso ci basterà per tutto il resto della nostra vita, per come è costruito e per tutto ciò che avviene prima di esso.
Ecco, a Zahler interessa il prima, interessano le motivazioni, ciò che porta qualcuno a fottersi la vita per sempre, ciò che ti fa mettere su una strada segnata e ti condanna. È per questo che i suoi film sono così ramificati, cominciano in un modo e poi se ne vanno per fatti loro quasi non avessero una direzione prestabilita. In realtà ce l’hanno, e sono il frutto di una scrittura attenta e studiatissima che simula la vita come pochi altri sceneggiatori sono in grado di fare.

Esemplare, in tal senso, è il personaggio interpretato da Jennifer Carpenter: appare sullo schermo sì e no per un quarto d’ora, è del tutto scollegata dalla storia e poi scompare senza influire direttamente su di essa. Eppure, per il poco spazio che le viene concesso, Zahler ci fa sapere tutto di lei, la rende la chiave di volta del suo film, il simbolo di quel momento preciso in cui tutto va a puttane con moto accelerato e non si torna più indietro e le dona uno spessore che, davvero, alcuni personaggi di serie tv presenti per ventordici puntate si sognano e mai raggiungeranno.
Zahler sceneggiatore dimostra quindi di essere il solito geniaccio in grado di estrarre, da uno spunto di partenza abbastanza trito, qualcosa di sorprendente e fresco. Perché la vicenda di due poliziotti, uno anziano e sfiancato, l’altro più giovane ma non meno stanco, che dopo una sospensione decidono di passare dall’altra parte della barricata per prendersi ciò che il corpo di polizia ha loro tolto, non è proprio il massimo dell’originalità. Ma qui da noi dell’originalità ce ne è sempre fregato il giusto e ciò che davvero conta è il modo in cui una storia viene raccontata.

Il che ci porta allo Zahler regista, che è prima di tutto un sublime direttore di attori e tira fuori da tutto il cast delle prove oltre l’eccelso. Oltre alle presenze fisse nei suoi film, come Don Johnson, Udo Kier, la stessa Carpenter e, ovviamente, Vince Vaughn, Zahler ha l’intuizione di prendere Mel Gibson e offrirgli uno dei ruoli migliori di tutta la sua carriera, quella di un poliziotto che si è visto passare avanti tutti i suoi colleghi, lavora con un partner di vent’anni più giovane di lui e si becca una sospensione percepita come ingiusta. Non è il classico sbirro corrotto di tanto cinema americano, è un uomo fuori dal suo tempo, che non capisce e non vuole capire il mondo intorno a lui, e vede il ricorso al crimine come una decisione estrema, presa per mancanza di alternative, sofferta, intrinsecamente sbagliata, ma inevitabile.
Gibson lo interpreta con uno stoicismo e una misura che non credevo fossero nelle sue corde: uno di quei casi, rarissimi a Hollywood, in cui a un certo punto smetti di vedere la star e guardi solo il personaggio.

La messa in scena di Zahler è sobria e classica, ma ha la potenza di uno schiacciasassi. Anche quando si tratta di far dialogare due personaggi all’interno dell’abitacolo di un’automobile per diversi minuti, non ti fa mai distrarre o annoiare. C’è una partecipazione alle vicende di questa umanità alla ricerca di un impossibile riscatto che è quasi commovente; tutte queste persone che si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato e sono incastrate in un destino già scritto, vittime di loro stesse e delle circostanze, tanto da rendere quasi indistinguibili le due cose.
Zahler, che gioca coi generi, dirige un horror western, poi un action violentissimo con la struttura di un videogioco a livelli, e ora un noir in piena regola, è una delle realtà più interessanti e vive del cinema di genere contemporaneo americano. Non fate l’errore di sottovalutarlo, di confonderlo con tanta spazzatura che gli somiglia solo formalmente. Quello che abbiamo tra le mani è un grande autore e lo dimostra a ogni film.

8 commenti

  1. Blissard · ·

    Ad oggi, il più bel film dell’anno per quanto mi riguarda. Un noir soffuso e sofferto, un Michael Mann girato coi tempi dei fratelli Coen.
    In rete qualcuno sembra essersi accorto di quanto bravo sia Zahler, ma la maggioranza è ancora schierata sul pollice verso: troppo leeeento, palloso, quando spuntano i cannibali come in Bone Tomahawk, quand’è che Vaughn inizia a spaccare teste come in Brawl in Cell Block 99, ma dove vuole arrivare, quand’è che si mena?

    1. Concordo: siamo solo ai primi di Aprile, ma è la cosa più bella che ho visto nel 2019.
      E, ti giuro, un film così andrebbe visto in sala, non su una tv.
      E tutte le “lentezze” del film sono altrettanti momenti di approfondimento. Io sono innamorata di questo film.

      1. Giuseppe · ·

        Le lentezze non mi hanno mai spaventato, in special modo quando a gestire il tutto c’è un autore capace, com’è di certo Zahler… peccato che la grande distribuzione non si sia mai dimostrata altrettanto capace, nel non impossibile compito di trovargli un degno posto nelle sale 😦

        1. Io spero tanto che, dopo questo film, si accorgano di lui anche gli spettatori non proprio avvezzi alla violenza estrema. Credo sia l’unico modo per allargare il suo pubblico e trovare uno sbocco nelle sale.

  2. enricotruffi · ·

    Sono riuscito miracolosamente a vederlo sul grande schermo, grazie alla rassegna di Venezia a Roma, e me ne sono innamorato. La libertà che si prende Zahler sul racconto classico sono gestite con una sapienza magistrale (non a caso è romanziere prima che regista), e la lentezza calcolata invece di annoiare fa aumentare la tensione a livelli quasi insostenibili, e neanche dopo la risoluzione si riesce a tirare un sospiro di sollievo.

    1. È che io durante la rassegna non potevo muovermi da casa per problemi logistici e ho tirato giù tante di quelle bestemmie che sicuramente finirò all’inferno.
      Che film meraviglioso.

  3. Ogni volta che esce un suo film non ne parla mai nessuno. Ho scoperto questo regista grazie a Cell Block 99 (di cui sono innamorato) e poi ho recuperato anche il meraviglioso Bone Tomahawk. Spero che esca almeno in dvd o blu-ray qui da noi perché io adoro i noir e un noir diretto da lui mi da grandi aspettative.

  4. Jack Napier · ·

    Se riuscirà a generare anche solo la metà della tensione generata da Bone Tomahawk sarà già un ottimo film.

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