M3GAN

Regia – Gerard Johnstone (2023)

Bisognerebbe fare un monumento ad Akela Cooper, la mente brillante dietro a Malignant, che quest’anno ci delizia con M3gan, il film che ha fatto partire il 2023 horror con il piede giusto. La capacità di scrittura di questa sceneggiatrice non manca mai di sbalordirmi, sia che si dedichi a una forma di racconto completamente folle e sovversiva come il film di Wan del 2021, sia che invece prenda una strada più tradizionale, come si conviene a un film Blumhouse PG13 destinato a sbancare i botteghini in un mese, gennaio, mai troppo favorevole al cinema dell’orrore e quasi sempre avaro di uscite. M3gan è infatti uno spasso e una gioia, una di quelle esperienze da divertimento selvaggio che acquistano un valore aggiunto in sala, perché condivise. Un po’ come Smile, ma con le manopole del camp alzate a mille. 
M3gan ha scalzato Avatar 2 dal primo posto al box office americano (è successo per un solo giorno, e poi il film si è piazzato al secondo posto e da lì non si schioda), il che la dice lunga sul potere di attrazione che l’horror ancora esercita sul pubblico. La crisi delle sale pare non aver minimamente sfiorato il genere, e credo che questo dipenda dall’enorme varietà di storie, stili e registri che ci offre ogni giorno. M3gan è horror commerciale che mostra la sua faccia migliore, quella più consapevole. Sa di non raccontare nulla di nuovo e quindi sa prendersi gioco di se stesso e dei suoi cliché senza risultare fastidioso; funziona perché si diverte con il suo pubblico senza sottovalutarne mai l’intelligenza, e questa è una cosa che pochissimo cinema considerato “di massa” riesce ancora a fare, all’alba del 2023.

L’idea alla base di M3gan è stata visitata un bel di volte nella storia del cinema horror e di fantascienza. M3gan, tuttavia, compie un’operazione interessante, una sorta di ibrido tra Terminator e La Bambola Assassina. Da un lato siamo all’interno del filone sui bambolotti che prendono vita e si rivoltano contro i loro padroncini, che è una branca specifica dell’horror sovrannaturale; dall’altro siamo in zona Ex Machina, o meglio, una versione di Ex Machina che non ti fa venire voglia di sbattere ripetutamente la testa contro il muro. M3gan è un giocattolo ed è anche una sofistica intelligenza artificiale, un surrogato di figura genitoriale e un’amica per bambini che si sentono soli. La protagonista Gemma (Allison Williams) la progetta di nascosto dal suo capo e poi la usa per consolare la nipotina di 9 anni che ha perso entrambi i genitori in un incidente stradale. Allo stesso tempo, sfrutta il trauma della nipote per spingere in azienda la sua eccezionale scoperta. Non è una persona cattiva, Gemma, è solo priva degli strumenti di base per gestire una bambina così piccola e con un carico di dolore così estremo. 
M3gan, al contrario, gli strumenti li possiede tutti, anzi, forse ne possiede anche troppi. 

Lo si potrebbe leggere come un trattatello tecnofobico sulla nostra dipendenza da certi aggeggi che prendono il sopravvento su di noi, e spesso il genere androidi che danno di matto ha più di qualche sfumatura tecnofobica. Eppure, come dicevamo prima, M3gan è troppo consapevole e troppo smaliziato per essere questo. Il bersaglio, se così si può definire, non è tanto l’uso forsennato della tecnologia, o peggio, il concetto ottocentesco del sostituirsi a Dio ed essere puniti per questo; al contrario, il punto di tutta la questione è la nostra incapacità di rapportarci con i sentimenti e con i terremoti emotivi che inevitabilmente siamo destinati ad attraversare. In questo modo, la tecnologia non è altro se un pretesto per evitare, a ogni possibile costo, di guardarci dentro, e per evitare che lo facciano anche gli altri. Non è quindi un problema in quanto tale, ma un sintomo, la messa in luce di un disagio che va molto oltre il “signora mia, a miei tempi si stava in mezzo alla natura e non si pasticciava con gli smartphone”. Anche perché il film ci mostra in maniera abbastanza chiara cosa succede quando si va in mezzo alla natura. 

M3gan ha gioco facile perché lei non ha alcuna remora a essere sentimentale, a evocare l’emotività altrui e a simularne una propria. Quando gli adulti la vedono interagire con la piccola Cady (la Violet McGraw di Hill House) si commuovono, ma il sospetto forte è che quelle lacrime siano di sollievo: basterà spendere una cifra oltraggiosa per un giocattolo e non toccherà più a loro parlare ai propri figli della morte e degli altri fatti incresciosi e dolorosi a proposito dei quali i bambini tendono a fare troppe domande. In una società altamente performativa come la nostra, che ti fa lavorare 28 ore al giorno e guai a voler avere una parvenza di vita, una M3gan è l’ideale per non doversi occupare di quei fastidiosi marmocchi che abbiamo messo al mondo loro malgrado, e pensare alle cose davvero importanti, tipo arricchire i nostri padroni, tanto per dirne una. M3gan è l’oggetto cinematografico che meglio si adatta al capitalismo avanzato, ed è molto interessante che a far passare un concetto simile sia un horror di serie B costato 12 milioni di dollari e girato in Nuova Zelanda per risparmiare (il regista è quello di Housebound). 

Soprattutto, che riesca a farlo senza spacciarsi nemmeno per un istante da horror sofisticato. È la Blumhouse: anche se è quello che ha lanciato la carriera cinematografica di Jordan Peele, Jason Blum non si è mai e poi mai sognato di fare qualcosa di elevated in tutta la sua parabola da produttore. 
Questo per dire che l’horror è ormai in una fase in cui non ha nemmeno più bisogno di (far finta di) elevarsi, ma può riscoprire il suo lato sardonico, può essere ridicolo, può essere puro intrattenimento, può mostrare M3gan che un secondo prima balla e un secondo dopo prende in mano un machete, essere orripilante ed esilarante all’interno della stessa scena o anche della stessa inquadratura, e spingersi in territori sgradevoli con il sorriso sulle labbra e la gioia infantile di mettere tutto in disordine. Questa è una descrizione che si può applicare a M3gan come a Malignant. Magari il primo è più contenuto rispetto al secondo (ma anche perché è stato parecchio tagliuzzato prima di arrivare nelle sale), ma la sostanza non cambia. L’antifona è quella di anarchia pura. 

È una buona notizia che questa ventata anarchica sia arrivata anche nell’horror destinato a un pubblico più ampio, e che piaccia anche a un pubblico più ampio: io credo che se Malignant uscisse ora non sarebbe affatto il flop al botteghino che è stato due anni fa. Dal neoclassicismo dei vari The Conjuring (che continueranno a macinare incassi, non ho alcun dubbio) siamo passati al dadaismo di Akela Cooper. E penso sia bellissimo. 
Il 2023 non poteva cominciare in maniera più entusiasmante. Correte tutti al cinema. 

6 commenti

  1. Io mi sono divertito tantissimo al cinema. Mi ha sorpreso molto più di quanto mi aspettassi. È vero che ha cose già viste, ma vengono sfruttate molto bene. Mi è piaciuto che la prima parte del film fosse esente dalla componente horror e si basasse di più sui personaggi e sulle loro relazioni, quest’ultimo uno degli elementi più importanti a mio avviso. Infatti ho apprezzato molto che sia parlassa in maniera matura dell’intelligenza artificiale e di come essa non debba sostituire l’uomo nelle relazioni sociali. Sono argomenti che sono stati trattati bene, insieme a qualche critica legata al consumismo com’era successo per La Bambola Assassina. Inoltre è un film diretto pure bene che sa divertire e intrattenere. Forse ho trovato il finale un pochino sbrigativo, ma per il resto è un film che promuovo appieno e a cui mi sono ormai affezionato. Ottima recensione!

  2. Più che dedicato ad un pubblico vasto,mi sentirei di dire che “M3GAN” è dedicato soprattutto al pubblico dei più giovani,che magari non conoscono tanto i classici del genere,ma sono anche quelli che frequentano maggiormente le sale ora come ora! Diciamo che per me che ne ho visti così tanti di film di questo tipo,questa nuova iterazione della tecnologia che si ribella al creatore mi ha intrattenuto il giusto per farmi passare un buon pomeriggio in sala,ma lo considero un classico film da vedere una volta e basta,carino e divertente,ma di certo almeno a parer mio,trovo siderale il confronto con “MALIGNANT”,che ho invece nominato mio film horror preferito del 2021,anche perchè diciamolo pure,a parte il fatto di essere stato diretto dal mitico James Wan,a parte il fatto di essere meravigliosamente brutale e gore,quel film faceva anche riferimenti e citazioni a film parecchio di nicchia,che non penso che la fetta più giovane del pubblico conosca! Comunque mi sento solo di fare i miei complimenti per l’ottima gestione imprenditoriale di Jason Blum,la maggior parte dei film da lui prodotti sono dimenticabili,ma ne ha anche prodotti alcuni da me molto graditi e senza dover scomodare Jordan Peele,è in fondo il mondo a bisogno anche di film così,se si puntasse solamente sul film artistico,allora si che le sale e l’industria cinematografica intera fallirebbe,insomma i filmetti come “M3GAN” fanno bene agli esercenti e fanno divertire in maniera semplice e pulita,obbiettivo raggiunto! Un saluto a te Lucia,alla prossima,ciao ciao!!!.

  3. Ho un pò riflettuto,fatto mente locale per farmi venire in mente i miei film preferiti in assoluto della Blumhouse,alla fine ne è venuta fuori una discreta lista,comprendente anche i film co-prodotti da Jason Blum ma non distribuiti direttamente dalla sua casa di produzione,tra quelli distribuiti direttamente dalla Blumhouse,il mio preferito resta ancora “SINISTER” di Scott Derrickson che ancora oggi mi fa una paura fottuta,tra quelli co-prodotti da Blum ma non distribuiti da lui,come menzione d’onore tirerei fuori un film ingiustamente caduto nel dimenticatoio,e che io trovai bellissimo,sto parlando di “THE BAY” di Barry Levinson!

  4. “Non è nemmeno sicuro che di ospite si possa parlare, no? Che faccio, ti tratto come un’aspirapolvere?” così si rivolge una donna a Klara, l’Amica Artificiale (A.A.) acquistata per fare compagnia all’adolescente Josie nel romanzo del Nobel Ishiguro. Già in Io e Caterina (1980) Alberto Sordi doveva prendere atto che il robot acquistato (licenziata la donna delle pulizie) non si sta limitando a svolgere le solo mansioni domestiche. In M3gan se il compito del Model 3 è più complesso (sostituire le figure genitoriali di Cady) rispetto a quello affidato da Enrico a Caterina il cortocircuito cui va incontro Amie Donald/M3gan non è poi molto distante. Compito richiesto improbo e non dissimile per vacuità a quello affidato in After Yang al tecno-sapiens della Brothers & Sisters chiamato a preservare la cultura asiatica della piccola Mika. Ma la memoria (e i bit) non sono i ricordi. M3gan naturalmente non ha niente della poesia lirica di Kogonata e nonostante affronti o, quanto meno parta dal tema della perdita non ha l’ambizione (né la ricerca) di interrogarsi e confrontarsi neppure sull’elaborazione del lutto come fa Jonze nella fine di un amore in Her (2013). Ancora, il Model 3 di Johnstone non insegue né pretende l’amore incondizionato dell’A.I. David di Spielberg ma voglio azzardare qualcosa di altro, ben consapevole che M3gan non ha di queste pretese, sebbene l’I.A. olografica Ana De Armas/Joi con la sua calda e commovente performance in Blade Runner 2049 ci abbia illuso del contrario: ovvero che le macchine, come deve infine constatare Klara abbandonata da Josie, mai potranno vivere l’amore. Tutt’al più comprenderlo (ma per quello chiedere al T2 Schwarzy).

  5. Hanno fatto un bel lavoro il trio con questo film.
    Secondo te, può essere l’inizio di una saga?

  6. Mi avete incuriosito!

    Questo film mi manca, però il post mi ha fatto venire in mente altri film “del cinema” forse pensati in un modo simile (per target, dimensioni, approccio… magari non per successo) che ho apprezzato molto: penso a “Wish upon”, ad esempio, che mi piace un botto, o a “Cry Wolf” (di qualche anno fa), lavori “classici”, realizzati molto bene e magari sorprendenti in alcuni dettagli, che ti fanno anche venir voglia di rivederli…

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