Sick

Regia – John Hyams (2023)

Hyams è un eccellente regista, che molto spesso si è ritrovato a lavorare con materiale scadente e gli è sempre successo di riuscire a nobilitarlo in qualche modo; Kevin Williamson lo conosciamo bene e non c’è necessità di dedicargli un’introduzione. La cosa interessante di questo Sick, primo slasher dell’anno per gentile concessione della Blumhouse, è che i due si ritrovano per la prima volta a lavorare insieme, e il film è arrivato su Peacock accompagnato da parecchio entusiasmo e curiosità su come la regia dinamica di Hyams si sarebbe amalgamata con la scrittura brillante di Williamson. La risposta è: magnificamente. 
Potrebbe essere una di quelle collaborazioni destinate a diventare ricorrenti e storiche, se solo Williamson avesse voglia. E speriamo non si fermi qui e che i due ci regalino tanti altri slasher, perché di film così, con questo ritmo, questo tiro micidiale e questa cattiveria, ne abbiamo un gran bisogno. 

Ambientato nell’aprile del 2020, Sick racconta di due amiche, Miri e Parker (Gideon Adlon, già vista in The Craft: Legacy), che decidono di isolarsi nella casa sul lago della seconda, e passare lì la fase più acuta della pandemia. Solo che le cose non vanno come previsto: un assassino mascherato (termine che, di questi tempi, si presta a molteplici significati) è sulle loro tracce ed è deciso a farle fuori entrambe. Non c’è molto altro da aggiungere sulla trama di Sick, se non si vuole rischiare di fare rivelazioni sgradevoli sul movente e l’identità del killer. È il classico, semplicissimo schema di uno slasher con una spruzzata di home invasion, solo che questa volta le protagoniste hanno una motivazione più che valida per allontanarsi dalla civiltà e andarsene in un posto dove non passa anima viva e la casa più vicina si trova a qualche chilometro di distanza. 
Se un film come The Harbinger affronta la questione pandemia da un punto di vista esistenziale, Sick procede molto più diretto e lineare, non si pone problemi filosofici sulla solitudine come cancellazione dell’io, ma di natura strettamente pratica, e il modo in cui narra i primi mesi della pandemia ha molto più a che vedere con la carenza di carta igienica nei supermercati che con il terrore cosmico. 

Sick, di conseguenza, si può anche permettere di essere ironico, di sottolineare la follia, la paranoia, il continuo fluire di messaggi e direttive contraddittori, la superficialità di alcuni e l’ossessione maniacale di altri. Invece di “Qual è il tuo horror preferito?”, l’assassino chiede alle sue potenziali vittime “Dov’è la tua mascherina?”, domanda che, almeno in un’occasione, strappa più di una risata amara, e scatena almeno un paio di situazioni paradossali. La meta-narrazione tipica di Williamson si sposta dall’ambito cinematografico a quello dell’esperienza condivisa con il pubblico, la riconoscibilità immediata di tutta una serie di atteggiamenti, circostanze e scenari deriva non dalla cultura popolare, ma dal fatto che certe cose le abbiamo vissute tutti. Tuttavia, il meccanismo è, di fatto, lo stesso. Williamson ci strizza l’occhio perché sa che noi sappiamo, sa che ciò che vediamo sullo schermo è un qualcosa che abbiamo sperimentato, ce lo abbiamo in comune con una enorme fetta dell’umanità. È ancora più universale del sapere esoterico di Randy sui B movie. Però forse è anche più banale. 

Williamson ci mette l’ironia, la consapevolezza, la capacità di creare e gestire meccanismi a orologeria; Hyams ci mette i muscoli, la violenza, lo spettacolo e un occhio da grande mestierante del cinema; dopo una breve introduzione atta a darci un’idea di chi sono i due personaggi principali e, soprattutto (e in maniera molto sottile) della geografia del luogo, Sick diventa un’unica, lunghissima scena di inseguimento della durata di circa 30 minuti. Cala un po’ quando l’assassino rivela le proprie motivazioni con uno spiegone che si sarebbe potuto anche evitare, e poi finisce tra i fuochi d’artificio con una bella conclusione a ghigliottina che non lascia spazio a code o a doppi finali superflui. Dura meno di un’ora e mezza, Sick, e non gli manca niente, anzi. Ha addirittura qualche parola di troppo, ma è anche comprensibile, altrimenti non si raggiungeva il minutaggio necessario a parlare di film vero e proprio. 
Senza voler togliere nulla a Williamson che ha fatto un ottimo lavoro di caratterizzazione ed è riuscito a non rendere imbarazzante l’ambientazione pandemica, Sick è più un film di Hyams che suo. Il cuore del film sta proprio in quei 30 minuti quasi senza dialoghi, nel corso dei quali le nostre protagoniste si nascondono, scappano, corrono nei boschi, addirittura si gettano nel lago e cercano di allontanarsi a bordo di una zattera, per sfuggire al killer. 

È una roba che ti inchioda alla poltrona e ti entusiasma come soltanto il grande cinema d’azione sa fare, anche perché si hanno a disposizione in tutto due attrici e uno stunt, gli ambienti sono limitati e la struttura è circolare, nel senso che si vaga da una parte all’altra per poi tornare sempre nello stesso punto, come se una forza misteriosa ricacciasse ogni volta Miri e Parker nella casa. Nonostante questo, la regia si inventa a ogni cambio scena qualcosa di nuovo e inaspettato, possiede una creatività furiosa e vulcanica, è una spinta propulsiva che eleva il film al di sopra di altri slasher e home invasion con grossomodo le medesime dinamiche e lo trasforma in un gioiello da guardare per rifarsi gli occhi e scaldarsi il cuore. No, non sto esagerando. Sick può non piacervi per diversi motivi, può irritarvi, potete considerarlo anche poco opportuno e tacciarlo di fare sciacallaggio (come in molti hanno fatto), ma sulla messa in scena e sulla direzione degli attori di Hyams non esiste obiezione che tenga. 
Il punto è: vi basta?
Ora, se non avete visto il film, non proseguite nella le

Sick soffre un po’ di alcune discrepanze che, essendo il periodo in cui si svolge molto vicino e fresco nella memoria degli spettatori, rischiano di infliggere un paio di colpi bassi alla sospensione dell’incredulità. Da uno come Williamson certe cose non me le aspetto e non voglio credere che si tratti di sciatteria, ma che ci sia una qualche volontà dietro. Passi, come ha fatto notare qualcuno, la presenza di mascherine ai tempi quasi del tutto irreperibili per i comuni mortali (non siamo su Cinemasin, per fortuna), ma il fatto che a un certo punto venga tirato fuori un test rapido, che ad aprile 2020 nemmeno esisteva, è un errore così marchiano che non può non essere in qualche modo frutto di una scelta. 
Se il movente degli assassini è la morte del loro figlio causata dal virus, e hanno attribuito la colpa a Parker perché era a una festa con lui, allora il fatto che la sottopongano a un test fasullo, e si inventino che è positiva, potrebbe essere coerente con l’intento satirico del film intero. Aggiungerebbe anche uno strato in più al discorso sulla narrazione a doppio fondo che facevo all’inizio: Williamson continua a sapere che noi sappiamo, e sbagliarsi, in un dettaglio così macroscopico, non è semplicemente da lui. 

A parte questo, c’è chi ha accusato il film di prendersi gioco delle misure sanitarie adottate durante la pandemia, chi di avere posizioni vicini ai negazionisti e ai no-vax, chi addirittura di fare sciacallaggio sulla pelle delle vittime, dando il ruolo di psicopatici a due genitori in lutto per la perdita del figlio. Io non ci ho visto nulla di tutto questo, ma lascio a voi il giudizio morale su Sick. Per quanto mi riguarda, è soltanto un buono slasher che racconta molto bene l’isteria collettiva di un determinato momento storico, con qualche momento debole (la motivazione non è politicamente ambigua, è scontata) e un mostro di bravura dietro la macchina da presa. 

2 commenti

  1. L’ironia è tragedia più tempo, diceva Lenny Bruce. Tra qualche anno nessuno farà più caso all’errore macroscopico di cui parli, e soprattutto quasi nessuno si sentirà ferito o toccato con il pensiero (azzeccato?) che si sia voluta fare speculazione su un dramma cosi recente (e ancora attuale). Difficile trovare un horror che non chieda un poco di sospensione dell’incredulità ma, come dice padre Pizarro di Harry Potter (e della religione): ti guardi il film, te lo godi e stai zitto (dopotutto almeno io non ho mai sentito alcuno che dinanzi Star Wars abbia storto il naso perché nel vuoto dello spazio Lucas ci mostra esplosioni con boati e fuochi). A parte l’agnizione dei killer (e le loro motivazioni), a quel punto l’unica coerente e giustificabile con quanto fino a quel momento visto e raccontato, Sick è davvero piacevole e credo anch’io non abbia finalità altre rispetto a quelle (già nobili) di intrattenere con ironia, ritmo e una buona dose di violenza. “Troppo presto!” qualcuno potrebbe lamentare. Può essere.

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Andando indietro nel tempo, ricordo il suo cupo e violento restyling della saga degli UniSol, in particolare nell’ultimo capitolo Universal Soldier – Il giorno del giudizio che a me non mi dispiacque affatto. Il fatto di saperlo qui impegnato a collaborare con Williamson, poi, mi incuriosisce assai riguardo al risultato finale…

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