They/Them

Regia – John Logan (2022)

Quando They/Them è uscito ad agosto, è stato accolto malissimo, nonché accusato di essere un film omofobo, transfobico, non al passo coi tempi. Il suo regista, l’esordiente dietro la macchina da presa (ma esperto e quotato sceneggiatore) John Logan è stato anche oggetto di un discreto tiro al bersaglio, in quanto troppo “vecchio” (è del 1961) per comprendere certe dinamiche e certi linguaggi tipici della generazione di cui fanno parte i protagonisti del suo film; inoltre, il finale di They/Them ha causato più di una controversia, in particolare per la scelta compiuta da un personaggio che, secondo molti, doveva essere completamente diversa.
Per questa serie di motivi, ho preferito aspettare che si calmassero un po’ le acque prima di vederlo, e cercare di giudicarlo per i suoi meriti oggettivi, se ne possiede. Perché va tutto bene, si può discutere di ogni aspetto ideologico di un film come questo, ma la cosa diventa superflua se il film in sé vale poco. 

They/Them è la storia di un gruppo di ragazzi che, per svariati motivi, finisce per passare una settimana in un campo di conversione, uno di quei posti atroci dove, in teoria, ti dovrebbero “curare” dall’omosessualità e cose del genere. Questo campo in particolare, diretto da Kevin Bacon in persona, è all’apparenza tutto inclusività, modi gentili, sorrisi, abbracci e comprensione. Dietro questa facciata si nascondono raffinati e biechi meccanismi di tortura psicologica e fisica. Come se i nostri adolescenti non fossero già abbastanza nei guai così, c’è anche un serial killer che si aggira per il campo e comincia a fare fuori uno a uno i membri dello staff. Che poi, non è che lo si possa biasimare più di tanto.
A chi si aspettava uno slasher (il titolo si legge letteralmente They slash them) alla Venerdì 13, ma ambientato in un campo di conversione, spetta una brutta sorpresa: They/Them non è uno slasher, purtroppo, ed è questo il suo difetto principale. Non è un brutto film, ha i suoi momenti interessanti, che tuttavia non sono quelli che ascriveremmo normalmente al cinema horror. 

Ci sono due film in conflitto, dentro They/Them, che lottano per farsi lo sgambetto a vicenda e finire così in primo piano. Peccato che alla fine il film dell’orrore, dei due, sia quello che ne esce peggio, quello più sacrificato, quello a cui viene dato meno spazio. Alla fine, lo slasher qui non ha senso di esistere: tutti gli omicidi sono fuori campo, la violenza è assente e non si sta neppure in pena per le vittime, perché quando prendono ad accettate in faccia (senza nemmeno avere il buon gusto di fartelo vedere) un sadico istruttore di un campo di conversione, cosa vuoi fare se non metterti a esultare con tanto di trombetta?
C’è poi un altro film, un dramma adolescenziale sulla scoperta e l’accettazione della propria identità, che funziona molto meglio, ma proprio per la presenza della parte horror, non ha abbastanza spazio per respirare. Ci sono tanti personaggi, in They/Them, ma ne emergono al massimo un paio, e il film, per il genere a cui si fregia di appartenere, è anche abbastanza lungo: sta sopra i 100 minuti. 

Io, a vederlo, mi sono divertita e mi sono anche affezionata a un paio dei ragazzi, forse più per un fatto di identificazione personale che di scrittura sapiente, ecco. Ma è il risultato che conta. Credo che il film sarebbe stato molto più centrato ed efficace se Logan avesse scritto e diretto uno slasher puro, se avesse avuto il coraggio di infierire non soltanto sullo staff, ma anche sugli ospiti del campo, perché  le accuse di indulgere nel “gay trauma” gli sono arrivate comunque e, a questo punto, tanto vale meritarsele. E d’altronde, è difficile parlare di un campo di conversione senza raccontare esperienze traumatiche, è un po’ come chiedere di fare un Fast & Furious senza macchine. Possiamo scegliere di parlare d’altro e possiamo scegliere di smetterla con le narrazioni che abbiano tra gli snodi principali sofferenza inferta alle minoranze. E però non so quanti nei film dell’orrore uscirebbero fuori con questo paletto. Il che non significa nemmeno scadere nel torture porn: ci siamo già passati, non è stato piacevole, lo abbiamo superato.

Significa piuttosto chiedersi quale significato e forma dovrà assumere il queer horror negli anni a venire. Io credo che stia ancora elaborando la libertà quasi assoluta di parlare di certi temi, quel concetto inebriante per cui le metafore e i simbolismi hanno smesso di essere la strada principale, quando non sono diventati direttamente inutili. Oggi Pretorius sarebbe apertamente gay, come anche Stu di Scream. Però, in questo modo, e soprattutto in un genere simbolico come l’horror, c’è il rischio di banalizzare, di scivolare in una eccessiva linearità, cosa che secondo me fa anche They/Them: è tutto troppo urlato, tutto troppo detto e spiegato. Pare quasi che Logan si sia fatto un giretto su Twitter e abbia copiato da lì i dialoghi dei suoi protagonisti adolescenti. Da qui le accuse di essere un “vecchio che fa il giovane”.

Alla fine, a They/Them manca il coraggio, e quindi preferisce essere un prodotto dignitoso piuttosto che rischiare di graffiare sul serio. Dignitoso e pure con qualcosa da dire. Ma soprattutto, il film è la dimostrazione pratica che, quando tocchi certi temi, qualcuno lo fai sempre incazzare. È successo con Promising Young Woman, tanto per fare un esempio eclatante, succederà di nuovo e non credo che smetterà mai di succedere. Allora, a questo punto è meglio andare fino in fondo e non essere timidi, perché poi escono fuori le cose fatte a metà, come in questo caso, un film che aveva in sé le premesse per essere grande e invece ha scelto consapevolmente di essere piccolo.

2 commenti

  1. Non potevi esprimere meglio le tue sensazioni su questo film..e mi trovi completamente d’accordo.. è un buon lavoro con un grande potenziale sprecato..un film che non osa,non solo come horror/thriller, ma anche come analisi di una realtà terrificante come i campi di conversione.. dispiace, ma nonostante tutto gli si vuole bene anche se non ha voluto (o potuto) spingersi oltre.

  2. “Le probabili impossibilità sono da preferire alle improbabili possibilità” è la vecchia regola aurea di Aristotele, disattesa puntualmente da qualsiasi horror (compreso questo) che si rispetti; probabilmente perché se non apri quella porta poi non c’è nulla da raccontare, e mostrare. Ora, il pur non eccelso La diseducazione di Cameron Post (2018) si fa preferire a questo gender fluid pronoun di Logan, in quanto a dramma; mentre se si cerca l’orrore (ri)guardare il magnifico Magdalene (2002). È vero, opera timida ma, dopotutto “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare” soprattutto con questi chiari di luna di politically correct.

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