Nope

Regia – Jordan Peele (2022)

“Tutto questo fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, non può produrre ormai altro che stupidità. Stupidità affannose e grottesche! Che uomini, che intrecci, che passioni, che vita, in un tempo come questo? La follia, il delitto, o la stupidità. Vita da cinematografo!”
(Luigi Pirandello – Quaderni di Serafino Gubbio Operatore)

È complicato, anche se ormai è passato più di un mese dalla sua uscita in Italia, e quindi è pure fuori tempo, scrivere qualcosa che abbia un minimo di senso su Nope. Bisognerebbe sezionarlo in ogni sua più piccola componente e, anche lì, il rischio sarebbe di trovarsi di fronte a un cadavere fatto a pezzi. Al contrario, il corpo vivo e pulsante del film di Peele è fatto di temi che si annodano tra loro, e va visto nel suo insieme, anche con le sue contraddizioni e con i punti lasciati volutamente oscuri. Peele è un regista che aumenta la complessità di film in film. Era partito abbastanza facile con Get Out, si è fatto un po’ più criptico e metaforico con Us, e qui ha definitivamente spiccato il volo, uscendo anche dai confini dell’horror, per quanto elevated lo si possa chiamare. Il percorso, a mio parere voluto, ha permesso al pubblico di abituarsi e di crescere insieme all’autore. Peele ci ha presi per mano e ci ha portati ad abbracciarla, questa complessità, a farla nostra. 
In tutto questo, è maturato anche tantissimo come messa in scena e stile visivo, e non solo perché, rispetto ai 5 milioni di budget di Get Out, ha a disposizione mezzi molto più ingenti: 68 milioni di dollari devi essere in grado di gestirli. E Peele li ha gestiti alla grande.

Nope va a pescare, da una prospettiva completamente nuova, nel serbatoio del cinema americano che più di tutti gli altri ha contribuito a crearne e a perpetuarne il mito nel corso del tempo: il western. Ma è un western spento e sbiadito, quello di una antica famiglia di addestratori di cavalli per Holywood e quello di un imbonitore da fiera con alle spalle un passato da attore bambino. Si tratta quindi di prendere il Genere Cinematografico con le maiuscole e svuotarlo dal suo lato avventuroso, epico, magico. Il ranch dei due fratelli protagonisti, Emerald e OJ Haywood è in crisi e il loro vicino di casa, Jupe Park, sta comprando tutti i loro cavalli a un prezzo stracciato per farne le attrazioni del suo squallido spettacolino per turisti. In comune, i tre personaggi hanno appunto una vita trascorsa sotto i riflettori che si sono ormai spenti, una serie di ricordi legati alle immagini, al set, alle macchine da presa accese, allo sguardo del pubblico. Ricordi che, in un caso in particolare, sono profondamente traumatici e mai del tutto superati. 

In questo contesto si inserisce il “cattivo miracolo” che sta al centro del film. Sul deserto arriva l’imponderabile, l’imprevedibile, il segnale di un qualcosa più grande di noi che non si può governare e non si può sfruttare, né per farne uno spettacolo né a fini di lucro, nonostante quasi tutti gli attori in campo ci provino. 
Ora, chiedersi cosa sia esattamente questo “cattivo miracolo” è, a mio parere, abbastanza pretestuoso e, soprattutto, poco utile ai fini dell’analisi del film. Però possiamo provare a dare a questa cosa un senso, o almeno un significato. Di sicuro Peele insiste moltissimo, data la tradizione di famiglia di OJ ed Emerald e dati i flashback sull’infanzia di Jupe, sul concetto di sfruttamento animale: i cavalli nel western, appunto, la scimmia nella sit-com con Jupe protagonista, e ora l’organismo che appare nel cielo sotto forma di nuvola. 

Nope è un film pieno di bestie che soffrono, che vengono piazzate contro la loro volontà davanti l’occhio spietato di una macchina da presa o di una telecamera e che le persone si illudono di poter controllare. Un po’ come la tigre del romanzo di Pirandello, dal quale proviene la citazione posta in apertura. Ed è anche un film pieno di occhi e di sguardi, quelli freddi e quasi sempre ciechi, per un motivo o per l’altro, delle telecamere di sicurezza, quello più vivo e presente di una MdP meccanica, quelli dei cavalli, spesso inquadrati con dei primissimi piani e, infine, quello del grande animale nel cielo, un occhio che, se si osa ricambiarne lo sguardo, letteralmente ti divora. Ma c’è anche lo sguardo dei personaggi umani, che scrutano l’orizzonte curiosi, indagatori, famelici e terrorizzati. Si tratta di immortalare e quindi catturare un essere che non si conosce e non si capisce, e l’unico mezzo per farlo è riprenderlo, fotografarlo, riuscire a prenderne un fotogramma in grado di attestarne l’esistenza. 

Gente di spettacolo, cinematografari, guitti: non conoscono altro modo di approcciarsi alla realtà. Alcuni di loro morirebbero pur di mettere insieme una bella inquadratura, l’ultima. 
“Continua a girare”. Quante volte abbiamo sentito questa frase in un qualsiasi found footage da Cannibal Holocaust in poi?
E a girare si continua sempre, in Nope, qualunque cosa accada, si gira. Se poi un animale non si comporta secondo i piani, lo si distrugge e lo si sostituisce. Almeno fino a quando smettiamo di essere noi i predatori e non diventiamo le prede, fino a quando l’occhio divino delle telecamere non viene soppiantato dall’occhio bestiale di un enorme predatore che ha eretto a territorio di caccia quella che credevamo fosse casa nostra. 

Come dicevo in apertura, non è un film facile Nope: è indigesto, a tratti sgradevole, criptico e spigoloso. E tuttavia è bellissimo ed è sicuramente l’opera più ambiziosa e sì, estrema, di un regista che è appena all’inizio del suo percorso e ha dimostrato di poter piegare i generi cinematografici al servizio del suo talento.
È anche uno spettacolo incredibile per gli occhi, e non potrebbe essere altrimenti, se le mie riflessioni sono corrette: Peele usa tantissimi trucchi della Hollywood classica, come l’effetto notte, tanto per cominciare, utilizzato in tutte le (numerose) sequenze notturne; campi lunghi mozzafiato come nella sequenza iniziale, dove non si trova un’inquadratura stretta nemmeno a pagarla; un sonoro magistrale, tra effetti, rumori d’ambiente e musica che creano un impasto capace di sfondare i timpani: infine, ma non meno importante, dato che siamo su un blog che parla di cinema horror, una capacità fuori del comune di generare terrore cosmico senza mostrare nulla in campo, tutta basata sulle reazioni degli attori e su pochi dettagli che lasciano intendere orrori al di là della nostra comprensione. 
Nope potrebbe essere tranquillamente il film più lovecraftiano dell’anno, e sappiamo bene che Peele si è già appropriato e ha già destrutturato la mitologia dello scrittore. Sappiamo che la conosce alla perfezione, sappiamo che ha intenzione di riscriverla dalla prospettiva di un regista e di un autore nero. 
È un film che va metabolizzato, forse rivisto, di sicuro è necessario rifletterci sopra parecchio, ma che soddisfazione. Che enorme soddisfazione.

9 commenti

  1. L’ho visto al cinema ed è stata un’esperienza magnifica. Jordan Peele continua a sorprendere e a dimostrarsi un vero autore, riuscendo a creare un’opera unica nel suo genere, difficile da identificare ma stupenda nella messa in scena e nel come mostra la storia. Con Get Out mi aveva colpito e con Us l’avevo amato. Con questo conferma di essere veramente un grande regista.

  2. balkancassavetes · · Rispondi

    Ottima recensione e bellissimo film.
    Moonster di grande suspance, Peele bravissimo a gestire i tempi ed usare un montaggio originale.
    Finale con trovate bellissime ed altamente spielberghiano.
    Filmone.

  3. L’ho visto e mi è piaciuto molto anche se mi ha lasciato un senso di smarrimento. C’è tanta roba, in questo film, e non sono sicuro alla fine di aver compreso tutto (è il primo film di Peele che vedo).

  4. Davide Locatelli · · Rispondi

    Non lho visto spero di recuperare a breve. Ma le parole che hai usato mi caricano di attesa. Ho un attesa simile a quando c’è il mostro dietro la porta e hai paura che l’aprirla ti deluderà😅. Ma la aprirò.

  5. Film notevole e di difficile classificazione, sicuramente importante e da rivedere..un altro tassello e una neanche troppo velata critica al mondo dello spettacolo che tutto “divora”.. bellissima recensione 🤩

  6. […] Recensione del film su Il giorno degli zombi […]

  7. Bel film, concordo, anche se forse non mi ha convinto al 100% come ha fatto con te, mi par di capire. Nonostante i miei dubbi, comunque, ce ne fossero di film così!

  8. Trovai Get out di una banalità e noia disarmante. Tutti, o comunque molti, a gridare al capolavoro; probabilmente perché la woke culture si è sostituita all’estetica. Ciò anche il motivo per cui è toccato sorbirci il pessimo Antebellum (un solo fotogramma de Il cuore nero di Paris Trout vale più di tutto il film di Bush-Renz) o, perché, si debba leggere in un cliccatissimo portale di cinema che il bellissimo (a mio avviso) Promising young woman abbia il difetto di lanciare un messaggio sbagliato: come se l’arte si debba sostituire alle (spesso) pessime pubblicità progresso (che magari invitassero a (ri)leggere Wilde allora). Us e Nope decisamente meglio. Ma troppi (sensi di colpa) confondono Peele con Ta-Nehisi Coates.

  9. Pirandello e Lovecraft, un inusuale accostamento, ma che in Nope ha un suo perché. E, pensandoci bene, non ti sembra ci possa pure essere un pizzico di Lansdale in tutto questo? In fin dei conti, la terribile “creatura” di Peele, dallo sguardo letale e onnipresente sulle misere vicende delle sue umane prede, non sfigurerebbe affatto all’interno di un certo Drive-In (considerando che siamo in presenza di un esteso uso dell’effetto notte)… 😉

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