Master

Regia – Mariama Diallo (2022)

Questa settimana rimaniamo in zona Sundance: anche Master è stato presentato lì e, poco dopo, acquisito dagli Amazon Studios che lo hanno distribuito su Prime Video il 18 di questo mese. È anche passato al SXSW, dove è stato accolto con parecchio entusiasmo e, a differenza di Fresh, è un entusiasmo che comprendo meglio e mi sento di condividere quasi pienamente, se non altro perché Master non è mai confuso sui temi da trattare e sa cosa sta facendo. Può darsi che il “cosa” non ci piaccia, ma il “come” è di una precisione millimetrica e va a colpire proprio lì dove ci fa più male. Soprattutto, racconta di un tipo di esperienza che gran parte di noi non conosce, e potrebbe tornare utile a capire meglio certi dinamiche e atteggiamenti nei quali scivoliamo quasi senza rendercene conto. Certo, va visto senza mettersi subito sulla difensiva, provando ad ascoltare: fosse mai che impariamo qualcosa. 

Master racconta del primo semestre di lezioni in una prestigiosa e antica università americana, la Ancaster, visti dalla prospettiva di tre donne nere: la giovane Jasmine (Zoe Renee), studentessa del primo anno, Liv Beckmann (Amber Grey), professoressa in attesa di ricevere una cattedra, e Gail Bishop (Regina Hall), da poco diventata direttrice dell’istituto, prima donna nera a ricoprire il ruolo, nonostante la schiacciante maggioranza di bianchi nel corpo docente e in quello studentesco sia palese sin dalle prime inquadrature del film.
La parte strettamente “horror” di Master riguarda una vecchia leggenda relativa a una strega impiccata, secoli prima, dove adesso sorge il campus, e una stanza, la 302, dove va a vivere Jasmine, in cui si è suicidata, negli anni ’60, la prima studentessa nera dell’università, pare proprio perché perseguitata dalla presenza della strega. 
Seguiranno incubi, visioni, cappi appesi alle porte, croci bruciate davanti alla biblioteca e, in generale, un’atmosfera di soffocante oppressione. 

Master non ha una trama vera e propria, è al contrario composto da tre microstorie che si intersecano occasionalmente e hanno come punto in comune la sopravvivenza, all’interno dell’ambiente accademico, di tre personaggi appartenenti a una minoranza; il tutto è filtrato attraverso il loro sguardo, così da obbligare lo spettatore a calarsi nei loro panni e a cercare di comprendere cosa voglia dire esistere essendo un oggetto perenne di piccole aggressioni, accondiscendenza, ostilità più o meno velata, anche quando colleghi e compagni di studi sembrano armati dalle migliori intenzioni: “It’s not ghosts. It’s not supernatural. it’s America“, dice a un certo punto Gail a una terrorizzata Jasmine, una linea di dialogo che ci aiuta molto a individuare la concezione di orrore messa in scena da Diallo, non una forza che procede a scoppi improvvisi, un elemento che arriva a destabilizzare l’ordine naturale delle cose, ma una malignità pervasiva, che dell’ordine naturale delle cose è parte integrante, e che infatti i personaggi bianchi non percepiscono, perché è un orrore che non li tocca. 

Se per la compagna di stanza di Jasmine, e per le sue amiche bianche, la leggenda della strega è soltanto un tocco di colore locale, una storia da raccontare per spaventare le matricole, un pezzo come un altro nell’edificazione dell’immaginario istituzionale, per Jasmine è una realtà che assume delle forme molto concrete e minacciose e, in diversi termini e diversa intensità, colpisce anche le due professoresse, quella utilizzata come spot vivente dell’inclusività della scuola, e quella che, al contrario, deve essere sottoposta a un severo scrutinio da parte di tutti i suoi colleghi, schierati a guisa di tribunale inquisitorio per decidere se assegnarle o no la tanto sospirata cattedra. 
Master è un film che, attraverso il trito meccanismo dell’antica maledizione che grava su un luogo carico di storia, illustra in maniera esemplare le dinamiche di potere all’interno di un sistema basato su una discriminazione più o meno accettata da tutti e mai davvero messa in discussione, parla del modo in cui il passato influisce sul presente e lo determina e mostra con una chiarezza dolorosa il senso di isolamento ed esclusione che si prova quando gli altri non ti fanno sentire a casa, ti trattano come un’intrusa e come una strana anomalia che, prima o poi, verrà eradicata. 

Ma accennavamo prima a come Diallo mette in scena questo insieme di orrori molto concreti e attuali; abbiamo già sottolineato la natura minimalista del racconto, formato da tanti piccoli momenti di vita quotidiana appena distorti dall’inserimento di dettagli che non tornano, distorsioni appena percettibili della realtà, spesso anche spiegabili (l’infestazione di larve a casa di Gail, per esempio) senza fare alcun ricorso al soprannaturale. Poi, soprattutto per quanto riguarda la storia di Jasmine, Diallo fa irrompere all’interno di questa tessitura delicata e quasi invisibile delle sequenze oniriche di puro delirio. Ne trovate una, verso la fine, che contiene una delle più belle citazioni da Suspiria io abbia mai visto in epoca contemporanea, perché non è mero omaggio, ma ha senso nel contesto in cui avviene e mette addosso una paura del diavolo. Queste scene, delle quali non ci viene affatto chiarito il vero significato, se siano uno scherzo della mente provata di Jasmine o se davvero una strega la stia perseguitando, servono a spezzare il ritmo dilatato del film, a dare una scossa alla sua narrazione quieta e un po’ ondivaga.

Ma è soprattutto con il montaggio che Master riesce a catturare l’attenzione e a manipolare la percezione di ciò che stiamo guardando. Curato da Jennifer Lee e Maya Maffioli, il montaggio del film è attentissimo a non creare mai una cesura vera e propria tra le vite dei tre personaggi principali, tanto che spesso ci ritroviamo a scivolare da una all’altra e nemmeno ne siamo pienamente consapevoli. È bizzarro e molto peculiare; ricorda un po’ quello che aveva fatto Flanagan in Oculus, ma è portato tutto al livello successivo. Il risultato è che un film, per scelta deliberata, lento, non risulta affatto lento perché ha una fluidità estrema nei passaggi da una situazione all’altra. Sembra, in altre parole, di veder scorrere davanti ai nostri occhi un flusso continuo di immagini connesse quasi per magia. Insomma, i problemini che comunque il film ha a causa del ritmo vengono compensati da questo linguaggio così personale, e di conseguenza Master ha un’atmosfera unica. 
Poi può succedere che non piaccia, anche perché la parte horror è davvero in secondo piano rispetto a tutto il resto, ma vale comunque la pena di dare al film un’occasione, se non altro per avere la possibilità di guardare le cose da un punto di vista che non possiamo conoscere. 

3 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Ne ho sentito parlare male praticamente in ogni dove, non solo nel(l’ormai da me odiatissimo) sito di Roger Ebert, dove non riconoscono un buon horror manco a pagarli oro (come del resto non ne capiva niente neanche il celebre recensore, quindi a loro modo sono coerenti).
    Pensavo di vederlo in questi giorni, il fatto che tu l’abbia recensito mi invoglia alla visione.

  2. Bello e interessante. Fa riflettere (e ha i suoi momenti: soprattutto uno che mi ha colto di sorpresa).

  3. Blissard · · Rispondi

    L’ho finito di vedere da poco, mi è piaciuto, sebbene debba confessare che l’andatura sonnacchiosa ha reso un po’ disagevole la visione, almeno per la prima ora. Queste le mie considerazioni a caldo:

    “Molti elementi riconducibili alla ghost story tradizionale (figure incappucciate, ombre, un passato storico oscuro di caccia alle streghe, stanze maledette che trasudano angoscia) si intersecano con altri “trasversali” (il sonnambulismo di Jasmine, la fluida continuità sogno-realtà, incongrue proliferazioni di larve) per costituire l’impalcatura soprannaturale di quella che, a conti fatti, è forse l’opera cinematografica recente più sottile e diretta nel descrivere in cosa concretamente consista il razzismo tutt’ora serpeggiante in USA.
    L’andatura del film, pervasiva ed avvolgente, può risultare sonnacchiosa e priva di grossi sbalzi emotivi nella prima ora di durata, ma quando Mariama Diallo decide di colpire duro lo fa a sorpresa e senza versare una goccia di sangue, cosa che ha lasciato perplessi – a quanto pare – un bel po’ di esimi recensori che si sono lamentati dell’assenza di orrore viscerale (e stereotipato); l’orrore messo in scena in Master (incomprensibile il titolo italiano, La Specialista) è quello dei piccoli gesti, delle frasi smozzicate e degli sguardi accondiscendenti di quanti nei loro corpi vedono scorrere il medesimo sangue degli schiavisti bianchi che, secoli prima, si erano insediati in quella parte d’America. Anche il criticato colpo di scena finale possiede una sua efficacia nello sparigliare le carte e rendere più stratificata la disamina della discriminazione che imbastisce la regista.
    Degne di menzione le prestazioni delle tre protagoniste principali, veramente notevoli.”

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