Pillole per un lunedì nichilista

Vi erano mancate le pillole, vero? Mi sono resa conto che era passato parecchio tempo dall’ultima volta: mi pare fosse addirittura novembre dello scorso anno, perché il tempo, quando ci si diverte, va a rotta di collo, e anche quando si sta di merda, ve lo assicuro. E quale genere meglio dell’horror sta lì per dirci che la vita fa schifo e, come se non bastasse, è anche breve? Nessuno, appunto, E vi assicuro che i quattro film selezionati oggi per voi dalla vostra affezionatissima mandano il messaggio forte e chiaro: alcuni con un leggero anelito di speranza, altri meno, il migliore del mucchio, che arriva in coda, proprio zero. Quindi, bando alle chiacchiere introduttive e tuffiamoci in questa valanga di risate. 

Cominciamo con una cosa facile, una volta tanto: un film svedese che trovate comodamente su Netflix e che io visto per una ragione che fa Noomi di nome e Rapace di cognome. Sono completista di Rapace, guardo ogni singolo film in cui lei sia presente, quelli riusciti e quelli meno riusciti, e mi domando anche spesso perché non abbia mai veramente sfondato, perché non sia una super diva, insomma. Però è anche vero che è nata per i film d’azione e per il cinema di genere nel senso più ampio, e le attrici come lei di rado vengono tenute in altissima considerazione, ma non divaghiamo.
Il film si chiama Black Crab, Granchio Nero in italiano, ed è diretto dall’esordiente Adam Berg. Racconta di una guerra civile che ha diviso in due la Svezia. Una delle due parti, quella governativa, ufficiale, chiamiamola così, sta perdendo, e come ultima mossa disperata, spedisce un gruppo di soldati dietro le linee nemiche per consegnare un misterioso contenitore che, secondo le parole del generale, dovrebbe rovesciare le sorti del conflitto e addirittura porvi fine.
La cosa interessante è che la spedizione è da farsi pattinando sul mare dell’arcipelago svedese ridotto a una lastra di ghiaccio, troppo sottile per farci passare sopra dei mezzi pesanti, ma troppo spessa per le navi. Si va quindi a piedi, e la nostra Noomi è motivata soprattutto da fatto che, a destinazione, dovrebbe esserci sua figlia, o almeno così le hanno detto al comando. 
Come film di guerra, Black Crab è abbastanza generico, ma è salvato da questa ambientazione originalissima, e dalla splendida messa in scena di tutte le scene girate sul ghiaccio, al tramonto o col buio, rischiarate dai fuochi dei bombardamenti o dall’aurora boreale. Rapace è, al solito, straordinaria, e non dovrebbe essere una novità, però qui lo è in modo particolare perché non ha poi molto su cui lavorare e ci mette davvero tanta classe e tanta bravura per dare uno spessore e un carico emotivo al suo personaggio. Black Crab è un po’ lunghetto e ci mette un sacco ad arrivare alla fine, quando forse lo si poteva risolvere con una quindicina di minuti in meno, però intrattiene e fa il suo dovere, e con quell’ambientazione, vince a mani basse su altri generici film d’azione presenti su Netflix. 

Passiamo a Shudder, perché senza Shudder ormai Ilgiornodeglizombi non ha senso di esistere, e parliamo di un’altra produzione originale della piattaforma dedicata all’horror che piace a grandi e piccini: They Live in the Grey, diretto dai fratelli Vang, ha sulla carta tutte le caratteristiche che potrebbero farne uno degli horror dell’anno, ma purtroppo non è così. Cerchiamo, in poche righe, di capire perché: Claire (Michelle Krusiec) è un’assistente sociale che si occupa di abusi sui minori, ha perso da poco il figlio in un’incidente, si è separata dal marito e, come qualcuno di nostra conoscenza, vede la gente morta. Le assegnano il caso di una bambina che mostra segni di maltrattamenti. Quando Claire va a indagare dove la bambina abita con la sua famiglia, si accorge che i maltrattamenti sono reali, ma con ogni probabilità i genitori non c’entrano e la casa è infestata da un fantasma molto aggressivo. 
They Live in the Grey ha una storia molto interessante e anche ben gestita, che raccontata al volo come ho fatto io può sembrare pure scontata, ma ve lo assicuro, non lo è; ha una protagonista eccezionale, intensa, che comunica tutto il dolore e il senso di colpa che si porta sulle spalle con un solo sguardo; è pure girato in maniera elegante e non somiglia ai film a basso costo che di solito vengono dati in pasto allo streaming. 
Solo che dura due ore e, di queste due ore, almeno quaranta minuti sono superflui. They Live in the Grey è un film che porta il concetto di slow burn al livello successivo, e io non ho niente contro i film che ci mettono un po’ a carburare o che si prendono tutto il tempo necessario per dare il giusto respiro ai personaggi, però qui pare che il montatore li abbia mollati dopo un primo cut appena abbozzato e abbiano deciso di non lavorarci più e fare uscire quello. Guardatelo quindi, perché è comunque valido, ma armatevi di qualche litro di caffè. 

Rientriamo nel confortevole alveo dei canonici 90 minuti di durata con Take Back the Night, opera prima a bassissimo budget di Gia Elliot e scritto, oltre che dalla regista, anche dall’attrice protagonista, Emma Fitzpatrick, che mi ha fatto davvero piacere rivedere sullo schermo.
Take Back the Night è una strana bestia di rape & revenge con risvolti soprannaturali che cerca di fare, ovviamente con mezzi molto più limitati da ogni possibile punto di vista, un’operazione alla Babadook  usando la violenza sessuale al posto dell’elaborazione del lutto.
Jane sta festeggiando l’apertura della sua personale mostra d’arte quando resta chiusa fuori dall’edificio, in un vicolo fetido e a tarda ora. Viene aggredita da qualcuno che lei non riesce a vedere bene, ma che ricorda come una specie di mostro. Va a denunciare il fatto e, tanto per cambiare, non le credono: era ubriaca, era sotto l’effetto di droghe, è nota per il suo comportamento sessualmente disinibito e, come se non bastasse, ha un passato e una storia famigliare di malattia mentale, quindi deve esserselo inventato per forza, anche perché Jane, a forza di essere presa per squilibrata, sta avendo un crollo nervoso e comincia pure a farneticare di mostri, e comunque, se è davvero successo se lo è andata a cercare. 
Però il mostro esiste davvero, e non perseguita soltanto Jane, ma tantissime altre donne che sono nella sua stessa situazione.
Take Back the Night dà al tema un taglio interessante e anche relativamente nuovo, e lo racconta anche molto bene, con una regia nervosa, la macchina da presa incollata a Jane dall’inizio alla fine come se fosse uno stalker, il ritmo sincopato del montaggio che costruisce un senso di paranoia crescente. Pesa molto il basso costo e forse la metafora non è poi sottilissima o particolarmente raffinata, ma comunque funziona, non cade mai in zona exploitation e garantisce anche un paio di sani spaventi. Cosa chiedere di più?

E veniamo finalmente a un film che, per quanto mi riguarda, è la vera sorpresa dell’anno, anche è uscito nel 2021. Ero restia a dargli un’occhiata perché ho visto troppi eroi della mia infanzia degradarsi, a fine carriera, in produzioni di livello infimo perché a un certo punto uno i conti li deve pagare. E, sia chiaro, non c’è nulla di male in questo, prendi le parti che ti danno nei film che ti propongono. Non è però obbligatorio per me assistervi. Caroline Williams fa parte della schiera degli eroi della mia infanzia: non ho mai fatto mistero di guardare più volentieri il secondo Texas Chainsaw Massacre rispetto al primo, e non mi andava di guardarla in un filmaccio da tre lire nel suo primo ruolo da protagonista dopo chissà quanto tempo, tanto più se il suo personaggio è un richiamo diretto a Stretch. Poi, qualche giorno fa, stavo cazzeggiando su Tubi e Ten Minutes to Midnight mi è capitato davanti. Mi sono detta “perché no” e, un’ora e un quarto dopo, avevo i lucciconi agli occhi e un sorriso da un orecchio all’altro. Il film, diretto da Erik Bloomquist, racconta dell’ultima notte di lavoro di una dj con qualche annetto sulle spalle, Amy. Lei non sa che il direttore della stazione dove va in onda da trent’anni ha deciso di rimpiazzarla con una ragazza molto più giovane di lei e non la prende bene. Ma non è tutto qui: prima di arrivare, Amy è stata morsa da un pipistrello e si sta trasformando in una vampira. Fuori infuria un uragano e tutto lo staff è chiuso nella piccola stazione per l’intera nottata. Succederanno cose brutte. 
Ten Minutes to Midnight, che è il nome della trasmissione condotta da Amy, affronta il tema dell’invecchiamento, del non avere più uno scopo nella vita, della paura di morire ed essere dimenticati e dell’eredità che ci lasciamo alle spalle quando per noi arriva la fine. Lo fa con i toni della horror comedy con un sacco di sangue e trovate grossolane, ma lo fa in un modo così approfondito, reale e doloroso che è difficile non uscirne scossi, soprattutto se si è passata la quarantina e si è donne. Caroline Williams rientra nei panni che l’hanno resa famosa negli anni ’80, e lo fa con una maturità e una consapevolezza invidiabili. Non è un film nostalgico che ammicca al pubblico, è una meditazione sofferta sul tempo che passa, messa in scena con il linguaggio del B movie sguaiato. Dura pochissimo e dice tutto ciò che è necessario in uno spazio molto breve. 
È anche l’ultima apparizione sullo schermo di Nicholas Tucci, attore molto noto nell’ambiente dell’horror indipendente, scomparso a 38 anni nel 2020. È un film piccolo, ma bellissimo. Se usate un VPN, lo trovate gratis su Tubi. Fateci un pensierino. 

3 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Che bello, sono tornate le pillole!
    Visti il primo (retto secondo me solo da Noomi, che con la sua intensità fa dimenticare quanto stupida sia la trama, soprattutto nel finale) e il quarto (adorabile e sulfureo).
    Del secondo ho solo sentito parlare, del terzo non sapevo assolutamente niente, quindi grazie assaje Lucia

    1. Il finale di Granchio Nero è un po’ a cazzo, assolutamente sì, ma lo è più meno allo stesso modo del 90% dei generici film di guerra/azione, categoria di cui fa parte. Solo che le scene con loro che pattinano sull’oceano ghiacciato sono una gioia assoluta, e Noomi sostiene tutta l’impalcatura da sola. Sono molto curiosa di vedere il suo folk horror in uscita ad aprile.

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Sul fatto che il tempo vada a rotta di collo pure quando si sta di merda ho una più che discreta esperienza anch’io… E adesso, volendo scegliere a istinto le pillole che un filo di speranza mi sembrano contenerlo, darei la precedenza a Black Crab (la presenza di Noomi è già sufficiente di per sé) e Take Back the Night (l’operazione alla Babadook mi intriga assai, mezzi assai limitati a prescindere).

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