Fresh

Regia – Mimi Cave (2022)

Mi trovo in seria difficoltà ad analizzare questo film: da un lato non nascondo di essermi, a tratti, divertita a vederlo, e di averci trovato anche tante cose buone e interessanti; dall’altro, anche se è abbastanza sgradevole, non riesco a condividere l’entusiasmo generalizzato che lo circonda. Ho pensato di non scrivere nulla in merito, ma poi, in parte per i concetti che Fresh cerca di veicolare, in parte proprio perché è stato accolto con estremo favore dalla critica specializzata, e anche da tanta gente di cui mi fido e, di solito, condivido le opinioni, mi sento di cercare di capire cosa, nella mia testa, non ha funzionato. 
Ma prima, un minimo di contesto, altrimenti faccio confusione: Fresh è un film prodotto dalla Legendary Pictures, esordio della regista Mimi Cave, presentato al Sundance e acquisito, ancora prima che facesse la sua apparizione al festival, dalla Searchlight, e quindi da Hulu, per essere distribuito in streaming. Non è quindi un film nato con l’intento di finire sulla piattaforma, ma il fatto che se lo siano comprato senza che avesse neppure debuttato sugli schermi virtuali del Sundance 2022 è abbastanza singolare. Se si considera anche che il produttore del film è Adam McKay, ammanicatissimo con la Searchlight, e quindi con Hulu, e quindi con la Disney, per chiudere il cerchio.  
Perché sto scrivendo tutto questo? Perché Fresh ha la classica estetica da streaming e non posso fare a meno di pensare che sia stata cosa voluta e programmata. 

Basta dare un’occhiata fuggevole alla locandina per capire di cosa parla Fresh, qualora poi non bastasse il titolo. Insomma, è molto facile intuire che si tratta di cannibalismo. Tuttavia, non è altrettanto facile addentrarsi in quello che del film mi ha convinta e in quello che, al contrario, mi ha lasciata perplessa, senza approfondire il modo in cui il tema del cannibalismo si fa metafora di tutt’altra faccenda e quindi vi chiedo la cortesia, se non avete ancora visto il film, di fermarvi qui o al massimo al prossimo paragrafo, perché sarò costretta a fare SPOILER.
La protagonista di Fresh, Noa (Daisy Edgar-Jones) è una giovane donna con tutta una serie di esperienze poco piacevoli legate alle app di dating. Niente di grave, sia chiaro, ma la poveretta ha collezionato un discreto campionario di stronzi e palloni gonfiati e non ne può più. Conosce per caso, in un supermercato, Steve (Sebastian Stan). I due si piacciono e cominciano a frequentarsi. Steve pare perfetto: come dice a Noa la sua migliore amica Mollie, è il sogno di ogni ragazza etero che si realizza. Fossimo in una commedia romantica, sapremmo già come va a finire, ma siamo in un horror, e Steve nasconde un segreto dalla caratteristiche un filino antisociali. 

Non soltanto è un cannibale, ma gestisce un traffico di carne umana (solo femminile) molto remunerativo e, per ottenere la mercanzia, se ne va in giro ad adescare giovani donne, le rapisce, le lega in un seminterrato della sua bellissima casa e stacca loro un pezzo per volta, mantenendole in vita il più a lungo possibile perché la carne deve essere, come da titolo, fresca. 
È una trama da torture porn dei primi anni 2000 però tutta narrata come se fosse una rom-com un po’ più sarcastica della media, come se il film aspirasse a fare per il torture porn quello che Promising Young Woman ha fatto l’anno scorso per il rape & revenge: disinnescare i più volgari e triti stereotipi del filone e, allo stesso tempo, utilizzarlo come un’arma contro i suoi abituali fruitori. È interessante notare anche come entrambi i film prendano in prestito la struttura della commedia romantica portandone allo scoperto le dinamiche più problematiche. La differenza sta nel fatto che il lavoro di Emerald Fennel era, a mio avviso, molto più centrato rispetto a quello di Mimi Cave e della sua sceneggiatrice Lauryn Kahn, forse perché la prima aveva chiaro il suo obiettivo, mentre qui l’impressione è che si colpisca un po’ a casaccio.

Fresh funziona molto bene nei primi 30 minuti, quando è una commedia romantica a tutti gli effetti: la chimica tra i due protagonisti è innegabile, il tono è quello scanzonato e un bel po’ disilluso di parecchio cinema contemporaneo “al femminile”, i segnali d’allarme che manda il personaggio di Steve al pubblico sono evidenti, ma comunque ambigui; ogni elemento in scena sembra indirizzare verso uno dei grandi classici del film sentimentale, riassumibile nella frase: “Io lo posso cambiare”, che tra i vari cliché tossici che il cinema ci ha impartito sin dalla nostra più tenera età, è forse il più tossico di tutti. 
Quando scatta la mezz’ora e cominciano i titoli di testa (sì, il cartello con il titolo del film arriva circa al trentottesimo minuto), con la povera Noa narcotizzata da Steve e prontamente incatenata al muro, ho subito pensato che si andasse a parare proprio nella sistematica dissezione del cliché tossico di cui sopra. Ma purtroppo non è così e il film, da quel momento in poi, diventa un survival tipico con metodo: Noa deve sfruttare a suo vantaggio il fatto che, sotto sotto, a Steve lei piace, e cercare di ingannarlo fino a quando non si presenterà l’occasione di ribellarsi e fuggire. 

La situazione in cui la nostra protagonista è inserita, lo abbiamo detto, è da torture porn: fosse stato girato anche solo una decina d’anni fa, in Fresh avremmo visto tutte le operazioni cui vengono sottoposte le ragazze prigioniere in ogni più orripilante dettaglio anatomico, la casa di Steve sarebbe stata un lurido tugurio con illuminazione rigorosamente virata al verde, e non oso immaginare neppure lo stato in cui Steve avrebbe lavorato la carne perché mi salgono i conati al solo pensiero; in realtà Fresh è interessante proprio per capire come è cambiato il linguaggio nel corso di un arco temporale relativamente breve; si è trattato di un cambiamento radicale e forse ci eravamo troppo dentro per rendercene del tutto conto. Non soltanto è radicale, ma è anche positivo. Ci sono un paio di sequenze, in Fresh, che mi hanno fatto accapponare la pelle più di parecchi spettacoli di pura macelleria cui ho assistito nel corso degli anni. In un tema come il cannibalismo, basta davvero poco per destabilizzare e per togliere il terreno da sotto ai piedi al pubblico e, in alcune circostanze, Fresh riesce a fare proprio questo. Se solo avesse un maggiore equilibrio nel dosare i toni e i registri, sarebbe un grande film. 

Non è purtroppo questo il caso: i toni sono miscelati molto male, la commedia in alcuni punti arriva davvero fuori posto e stride; allo stesso tempo, il film non vuole mai andare fino in fondo con l’orrore puro e viscerale delle sue premesse, che non vuol dire (non mi sto contraddicendo) scivolare nel gore estremo o nella becera exploitation, ma analizzare un po’ più a fondo la metafora di un maschio che colleziona donne per venderne la carne ad altri maschi benestanti. Se proprio hai deciso di andare in quella direzione, abbi il coraggio di esplorarla, non ti rifugiare nel teatrino da rom com deviata, quando non è evidentemente ciò che davvero desideri fare con il tuo film, quando hai scelto di parlare dei Grandi Temi. Maneggiali con cura, santo Dio, altrimenti non sei né migliore né più intelligente dell’ultimo Non Aprite quella Porta scaraventato a febbraio su Netflix. 
Alla fine è proprio questo (oltre l’eccessiva lunghezza che sfiora le due ore) ad avermi irritata al punto da far cadere in secondo piano gli attributi positivi del film, che pure non mancano. E insomma, decidete voi cosa farne, di Fresh. Magari mi sbaglio ed è bellissimo come stanno dicendo tutti, magari sono io che non l’ho capito. Mi ci sento persino in colpa, la scema che sono. 
Fatemi sapere che ne pensate perché sto impazzendo. Grazie.

5 commenti

  1. Avevo cominciato a vederlo senza finirlo… magari lo riprendo.
    Certe volte io faccio così: se qualcosa non mi è chiaro, lascio sedimentare, rivedo dopo qualche mese e magari qualcosa cambia.
    C’è anche da dire che “siamo abituati bene” e se un film non gira proprio bene forse ce ne accorgiamo di più. Oppure c’è qualcosa di geniale che ci sfugge e che capiremo in seguito… 🙂

  2. Blissard · · Rispondi

    Cara Lucia, anche io nutrivo aspettative molto alte per questo film e anche a me ha suscitato non poche perplessità, che in parte sono le medesime che citi tu, in parte sono di altro tipo ma non le approfondisco per non dovere appesantire il commento con una sezione in spoiler.

    Cmq, questo è quanto ho scritto a caldo:
    Mimi Cave richiama stilisticamente gli asettici anni 80, la patina brillante e la perfezione geometrica delle immagini e dei movimenti di macchina creano una sorta di involucro antisettico tra i corpi dei protagonisti. Un’operazione che, condita con una ingegnosa (ancorchè di grana grossa) allegoria dei rapporti tossici e della violenza sulle donne, possiede un suo fascino ma che è molto meno brillante rispetto a quanto si dica in giro, anche perchè a parte l’evidente rimando ad un film (che non è affatto Raw, contrariamente a quanto sembri pensare la maggioranza dei recensori, ma Get Out) piuttosto conosciuto dai fan dell’horror, si nutre di spunti trattati con ben altra consistenza (anche perturbante) nel meno celebre The Poughkeepsie Tapes.

    1. Ma infatti ho letto in giro che il film è stato definito “white women Get out”, ed è perfetta come definizione. Io ho pensato di più a Promising Young Woman per come cerca di usare a suo vantaggio una struttura da classica rom com. Però manca proprio la brillantezza

      1. Blissard · · Rispondi

        Manca anche un bel po’ di coraggio oltretutto, perchè se è vero che il torture porn ha fatto il suo tempo… vabbè, non scrivo niente per non utilizzare spoiler, ma mi aspettavo qualcosa di mooooolto più crudo nel finale.

  3. Questo è un periodo interessante per il cinema di genere, le registe e sceneggiatrici donne stanno riprendendo i vari modelli creando variazioni sul tema. Non sempre si hanno risultati notevoli come con “The Babadook”, “Raw” o “Promising Young Woman” ma devo dire che questo film non mi è dispiaciuto affatto.

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