Tanti Auguri: 40 Anni di Lo Squartatore di New York

Regia – Lucia Fulci (1982)

Scusate il ritardo, ma c’è stato qualche piccolo problema di natura logistica. E tuttavia, nonostante qualche casino di troppo, se c’è un complehorror che coinvolge Fulci, bisogna festeggiarlo, anche se si tratta di un film molto controverso. Il più controverso, oserei dire, accusato di ogni tipo di nefandezza ai tempi della sua uscita nelle sale (il 4 marzo del 1982), e ancora oggi non completamente rivalutato: Lo Squartatore di New York, all’interno della filmografia fulciana, rimane un lavoro abbastanza sommerso e sottaciuto. E io lo capisco e, in un certo senso, lo condivido anche. Insomma, Lucio mio, io ti amo tanto, però che cazzo. 
Una persona per cui ho una stima enorme (potete trovare parte delle cose che scrive qui) usa, per un certo tipo di film, una definizione che trovo perfetta da adattare a Lo Squartatore di New York: “Film da vedere con accanto il secchio per il vomito”. 
Al che potremmo dire pure che la quasi totalità delle opere di Fulci merita il secchio per il vomito da tenere accanto per ogni evenienza. Non mi dimenticherò mai di una sequenza in particolare di Paura nella Città dei Morti Viventi, quella che coinvolge Daniela Doria, avete capito quale. Credo sia stata la prima volta nella mia vita da spettatrice in cui ho letteralmente avuto dei conati guardando la scena di un film. Ma, come avevo già scritto più o meno in questo stesso periodo un annetto fa, ogni volta che rivedo L’Aldilà, ho problemi a mangiare per qualche giorno. 
In The New York Ripper, tuttavia, non è soltanto un problema legato allo splatter. E, a proposito della povera Daniela Doria, a lei nei film di Fulci succede sempre il peggio del peggio del peggio. 

Lo Squartatore di New York non è infatti il film più splatter di Fulci, è quello più violento, e quando parlo di violenza non mi riferisco soltanto alle aggressioni ripetute e sempre più estreme subite dai corpi (femminili) delle vittime: la violenza è l’atmosfera in cui si muovono i personaggi, è l’aria che respirano, la violenza è nei loro sguardi e nelle loro abitudini. Non esiste ambito della vita, nell’universo narrativo di The New York Ripper, che non sia imbevuto di violenza. Non c’è traccia di affetto, di empatia, di calore umano. I rapporti sono tutti basati sull’utilitarismo più strumentale o su necessità di tipo animalesco, a voler sottolineare, da parte di Fulci, la mancanza di differenza alcuna tra noi e gli altri esseri che popolano il pianeta. Se non fosse che noi facciamo più danni. 
L’entità di questi danni si nota da come il regista mette in scena New York, che è la New York ritratta, più o meno negli stessi anni, da Henenlotter e Lustig, la New York di Brain Damage e, soprattutto, di Maniac, vero modello di riferimento per questo giallo così atipico di Fulci. Forse è il distacco, forse la distanza culturale, forse, ancora, la mancanza di una connessione profonda con la città, però la New York di Fulci è davvero un inferno sulla terra. E non è soltanto una mia impressione: è una cosa che affermano moltissimi critici americani, a prescindere dal giudizio dato al film. New York così livida, disperata e mostruosa non l’avevano mai vista. 

Dicevamo che trattasi di giallo atipico, nel senso che viene rispettata formalmente la struttura del classico giallo all’italiana, dando un certo spazio alla parte investigativa, ma si capisce sin dall’inizio che a Fulci di risolvere il caso interessava poco o nulla.
Tra l’altro Fulci, a dirigere il film, ci è finito quando la produzione era già in stadio avanzato; ha fatto riscrivere la sceneggiatura a Dardano Sacchetti e credo proprio che sia stata completamente stravolta rispetto alle origini. Doveva parlare di un assassino affetto da progeria ed essere firmato da Ruggero Deodato, che poi  il film lo ha fatto davvero nel 1987. Alla fine, dell’idea originale resta poco, e Lo Squartatore di New York è  frutto, nella sua quasi totalità, della storica collaborazione Fulci/Sacchetti. 
Esce fuori uno strano ibrido di giallo e slasher, in cui l’occhio del regista è preoccupato soprattutto dal catturare nei dettagli l’orrore fisico e anatomico degli omicidi. Lo Squartatore di New York è una roba che fa sembrare American Psycho un testo per le scuole elementari. Non c’è oltraggio al corpo femminile che non venga rappresentato con dovizia di particolari: è tutto in campo, tutto sotto la spietata luce artificiale di uno squallido corridoio di un hotel o di un peep show, o sotto l’altrettanto crudele luce diurna di un cielo plumbeo. Quindi, se non lo avete visto, valutate attentamente se è il caso di farlo. 

Il 1982 è l’anno dei gialli violentissimi, l’anno in cui il filone viene portato a al parossismo e, contestualmente, annientato. Nel 1982 arriva anche Tenebre di Dario Argento e, secondo me, è importante non paragonare, ma sottolineare le modalità in cui i due registi si sono sbarazzati del giallo a pochi mesi di distanza uno dall’altro. Argento (che poi avrebbe ulteriormente distrutto il genere con Phenomena) lo fa essenzialmente con una serie di trucchi di stile: annulla il concetto di trama, alza il livello di brutalità degli omicidi, ma portando il tutto in una sfera cerebrale e astratta, per cui sì, c’è tanto sangue e muore malissimo un sacco di gente, eppure il grado di coinvolgimento è bassissimo.
Fulci attua il procedimento contrario: ne Lo Squartatore di New York è tutto carnale e ravvicinato, così sporco e feroce che quei colpi inferti alle vittime te li senti addosso. Fulci non ti dà il permesso di distrarti per la bellezza dell’inquadratura, per il dinamismo del movimento di macchina, per l’uso dei colori; ti immerge in un mondo lurido e te lo mostra privo di filtri, riservando a te la stessa pietà che il killer riserva alle sue vittime. Per questo, non per il bulbo oculare tagliato con il rasoio, è una visione che sfiora l’insostenibile. 

È anche il film più nichilista di Fulci, di un nichilismo diverso da quello cosmico de L’Aldilà e degli horror sovrannaturali, lo stesso nichilismo presente in Non si Sevizia un Paperino, ma ancora più accentuato, ancora più estremo. Neanche vale più la pena di mettersi a fare analisi antropologiche come dieci anni prima, figuriamoci di battere la strada della provocazione politica. Si avverte una stanchezza dolorosa nel raccontare questa umanità che si esprime soltanto attraverso la violenza, che reagisce agli stimoli più elementari e vive per soddisfare quelli; non esistono gli affetti, in questo film, esistono soltanto i bisogni primari. E infatti, la scoperta del colpevole, dal punto di vista della trama mistery è abbastanza risibile, ma se letta alla luce della posizione di totale pessimismo occupata da Fulci in questo film, diventa potentissima. È la mazzata finale, la consapevolezza ultima che non esistono sentimenti positivi o puliti, che tutto, prima o poi, si sporca e si rovina. E la colpa è tutta nostra. 

Ora, però, tocca affrontare il proverbiale elefante nella stanza, perché sarei vigliacca se lasciassi correre la questione fischiettando: è un film misogino, Lo Squartatore di New York?
Non credo ci sia una risposta univoca o anche soltanto facile a questa domanda. Fulci non era di certo un’anima illuminata e il film è pura exploitation costruita sulla deturpazione, la tortura e la violazione del corpo femminile. È un dato di fatto, non possiamo negarlo e sarebbe intellettualmente disonesto negarlo. A questo va pure aggiunto che la misoginia è connaturata al giallo molto più che allo slasher: sono sempre le donne quelle che subiscono la sorte peggiore nei gialli italiani, e di solito sono anche personaggi che non hanno altra funzione se non quella di essere un corpo fatto a pezzi o che ne fa a pezzi altri come il suo. Da qui non si esce. Non c’è lo spazio per analizzarne le motivazioni. Ne prendiamo atto e ce lo teniamo come appunto. 
Nonostante questo bagaglio pesantissimo, pieno di roba sgradevole, Lo Squaratore di New York ha una prospettiva, non so quanto consapevole o derivata da quella visione così sconfortante della natura umana di cui si parlava prima, molto particolare, unica nella sua categoria di appartenenza: mostra, meglio di Maniac che ha come punto di vista quello dell’assassino, il terrore costante derivato dall’esistere in quanto donna in un mondo dominato dal potere maschile. Non so se è talmente impregnato di misoginia che fa quasi il giro e diventa addirittura sex positive, ma se proprio vogliamo procedere oltre con questa interpretazione, Lo Squartatore di New York parla di una serie di donne che vorrebbero vivere la propria sessualità in santa pace (e non vengono mai giudicate dal regista nelle loro scelte) e finiscono ammazzate per questo. Che poi sia espresso nella forma della più becera e sguaiata exploitation è dovuto all’epoca, al budget e a quello che era il marchio di fabbrica del regista. 
Resta una testimonianza importantissima di un momento preciso del nostro cinema di genere, quello in cui, forse si è spinto troppo oltre e hanno cominciato a ricacciarlo indietro. 
Non è la cosa migliore mai girata da Fulci, ma è lo stesso imprescindibile. A vostro rischio e pericolo. 

7 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Chapeau per la splendida riflessione sul film, veramente complimenti Lucia.
    Io mi schiero tra coloro ai quali piace tanto, anzi arriverei a dire che è proprio l’ultimo grande film realizzato da Lucio nella sua carriera.

    1. Grazie. Mi sono commossa, davvero.
      Anche per me è l’ultimo grande film di Fulci. Io lo preferisco sempre quando fa l’horror soprannaturale, ma più che altro perché questo pessimismo così reale mi soffoca e mi ferisce tantissimo.

  2. Ho la versione uncut francese in dvd del film, concordo un film di rara cattiveria e malsano in cui nemmeno il detective è un buono ma “corrotto dall’ambiente” basta vedere quando fa acoltare al marito i tradimenti da un registratore della moglie, tra l’altro Fulci fa pure un cameo nel film.
    Murderock lo considero una specie di sequel per le motivzione del killer.

  3. Andrea Lipparini · · Rispondi

    Un’analisi precisa, anzi, direi perfetta..mi hai riportato indietro a quando, sedicenne,lo vidi una domenica pomeriggio al cinema.. ricordo che quando uscii dalla sala mi sentivo una sorta di malessere addosso,come se mi avessero gettato immondizia sul viso..a mio avviso è un ottimo film,sporco e disperato e forse proprio per questo a distanza di tanti anni lo considero ancora una visione disturbante.

  4. Glitch · · Rispondi

    Scusa se rispondo qui ma sulla recensione di IT’S ALIVE! non è possibile farlo.

    Ho recuperato quel film dopo averlo trovato in una classifica sui migliori 200 horror realizzati ma non sono d’accordo. A parte che per impressionarmi ormai mi ci vuole parecchio ma IT’S ALIVE! spiace dirlo secondo me non è un vero horror. Il bambino è solo un pretesto, poteva inserire un neonato malformato sottolineando maggiormente la questione riguardo la contaminazione ambientale e forse ne sarebbe uscito un film di ben altro spessore. Ho apprezzato sicuramente la recitazione, i dialoghi, le dinamiche, ma quel mostro si muoveva fuori da ogni logica fin dalla sua prima apparizione. Bisogna veramente sforzarsi per accettarne la sua ipotetica esistenza. Sicuramente sarebbe da vedere con gli occhi di 50 anni fa, ma non se non sono rimasto molto colpito come avvenne invece con il precedente Rosemary’s baby ad esempio. PS. A fronte dell’eccessivo uso odierno di economicissima CGI la realizzazione del pupazzo per quanto rudimentale invece mi è parsa piuttosto buona, nella penombra la resa migliore.

  5. Giuseppe · · Rispondi

    Come regalo di compleanno questo durissimo e spietato Fulci d’annata difficilmente avrebbe potuto avere una recensione più adatta 👍 Non è certo un film da consigliare a cuor leggero (ed è quello che, francamente, anch’io ho rivisto meno degli altri), con quel suo pessimismo nichilista capace di essere persino più insostenibile del gore. Certo è che la prospettiva da te suggerita potrebbe aiutarlo non poco nel percorso di una completa rivalutazione…

    1. Non so nemmeno se è una prospettiva corretta: Fulci era un uomo nato nel 1927 e non ho idea di che visione personale e politica avesse di certe tematiche. Però, vedendo il film per la quarta o quinta volta, mi è parso di notare una completa assenza di giudizio nei confronti delle donne messe in scena. O forse ce l’ho vista solo io. Non lo so, davvero.

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