I remake del 2000: The Thing

Regia – Matthijs van Heijningen Jr. (2011)

Uno dei momenti meno edificanti della storia di questo blog è stato l’articolo che ho scritto, circa una decina di anni fa, per il prequel de La Cosa, e non perché io abbia parlato male del film: anche a rivederlo, non lo considero particolarmente riuscito. Il motivo per cui mi dispiace di averlo scritto è che, quando si decreta il fallimento di un film, sarebbe buona creanza almeno informarsi sul perché le cose sono andate storte. In altre parole, conoscere la sua storia produttiva. In questo caso, post-produttiva, anche se non sono sicura sull’esistenza del termine.
Le intenzioni di The Thing sono ottime, il regista è uno che ci tiene a fare le cose precise, l’idea di non realizzare un vero e proprio remake, ma di raccontare la storia dei norvegesi che per primi scoprono l’entità aliena è buona, nonostante sia viziata dal fatto che tutti sanno già come va a finire, il budget di 38 milioni di dollari considerevole, il cast in gamba, e persino la sceneggiatura non è male.
E allora cosa è successo?

Per farci un’idea, seppur vaga, dobbiamo tornare a Zack Snyder. Lo so, non è un argomento gradevole, ma vi giuro che ci azzecca solo di striscio: il remake di Dawn of the Dead, lo sappiamo, ne abbiamo parlato, è stato un grosso successo di pubblico e critica. I produttori si mettono a spulciare nel catalogo Universal e si accorgono che, nel mare di rifacimenti degli ultimi anni, nessuno ha ancora messo le mani su La Cosa. Solo che rifarla pari pari pareva brutto e si opta quindi per il prequel, per raccontare la vicenda di quei poveri norvegesi, tutti morti prima che il film di Carpenter fosse ancora iniziato. Van Heijningen è un regista olandese che comincia la carriera facendo da scenografo sul set de L’Ascensore di Dick Maas (1983). Dirige un corto in Olanda che piace molto ai produttori hollywoodiani (e a Zack Snyder) e viene scelto per fare una sorta di seguito o spin-off di Dawn of the Dead: il film avrebbe dovuto raccontare la storia di una rapina a Las Vegas durante l’apocalisse zombie e si sarebbe dovuto chiamare Army of the Dead. Il progetto, tuttavia, marcisce nel limbo della pre-produzione e, a un certo punto, non se ne fa più nulla e van Heijningen resta disoccupato. Purtroppo, qualche tempo dopo, Snyder il film lo ha fatto sul serio, ma noi non parliamo di queste cose.

Invece di tornarsene in Olanda con la coda tra le gambe, van Heijningen comincia a chiedere ai produttori di The Thing (la cui sceneggiatura era quasi terminata) di farlo dirigere a lui, il film: è un grande fan di Carpenter e vuole rispettare l’estetica del film del 1982, vuole girare in pellicola (35mm), dare al film un ritmo molto riflessivo, concentrarsi sulla paranoia dei personaggi e, soprattutto, vuole che le varie mutazioni della cosa siano realizzate con effetti pratici. Certo, aiutati da interventi mirati in CGI, ma di base tutti dal vero e tutti sul set, perché, secondo le sue stesse parole, “è più naturale recitare davanti a un animatrone che davanti a una pallina da tennis”. La produzione acconsente e si parte con le riprese nella primavera del 2010 ai Pinewood Studios di Toronto. Va tutto liscio e la data di distribuzione del film è fissata per l’aprile del 2011. 
Poi accadono cose strane: si posticipa l’uscita a ottobre, si torna sul set per rigirare alcune scene, tra cui il finale, e si torna al montaggio per sostituire la quasi totalità degli effetti pratici creati dalla Amalgamated Dynamics con pessimi effetti digitali, cancellando, di fatto, il lavoro di mesi di decine di persone.
Come mai? Mistero, nessuno lo sa, anche se pare che alla Universal non piacesse l’aspetto delle creature: troppo anni ’80, il pubblico l’avrebbe trovato superato, obsoleto. 
The Thing esce nell’ottobre del 2011, incassa 31 milioni e viene massacrato dalla critica. Ben fatto, Universal!

Purtroppo non esiste un director’s cut di The Thing. Sopravvivono soltanto alcuni filmati e foto del dietro le quinte in cui si può avere una parziale impressione di come sarebbero apparsi i vari ibridi alieni che infestano la base norvegese.
È logico che la riuscita di un film non può e non deve fondarsi esclusivamente sugli effetti speciali, però qui stiamo parlando de La Cosa e sappiamo tutti che il film di Carpenter perderebbe una buona percentuale della sua efficacia e della sua forza espressiva senza il contributo di Rob Bottin. Poi sì, c’è un mondo ne La Cosa, ma non è questa la sede per parlarne (e comunque esiste il lungo e dettagliato episodio di Paura & Delirio, se vi interessa); provate solo a fare un piccolo esperimento mentale: immaginate il film senza gli effetti speciali e poi tornate qui a dirmi cosa ne resta. 
Io l’ho fatto: ne resta poco. Perché alla fine di body horror si tratta e il centro di tutto è l’aggressione al corpo umano, perché il protagonista è un organismo alieno che imita il suo ospite e, o la risolvi come negli anni ’50, cambiando la natura della cosa stessa, o lo devi far vedere. E il come lo fai vedere fa tutta la differenza del mondo. 

The Thing 2011 non ha neanche dalla sua la potenza del suo predecessore: è un epigono che nasce dalla precisa volontà di due produttori di replicare il successo di Dawn of the Dead, è anche lui un parassita che imita il suo ospite. Se quindi gli togli dal mazzo l’unica carta vincente, lo privi di tutto. 
Anche quando una scena è ben costruita, ben messa in scena (come quella del test, che prende una strada diversa rispetto a Carpenter), a un certo punto arriva questo ammasso di pixel semoventi e non ti cascano solo le braccia, si infrange al suolo l’incredulità. 
E non è giusto che sia andata così per le decisioni scellerate di una produzione incapace di distinguere tra un lavoro fatto bene e uno fatto male. Davvero ci si domanda se questa gente abbia anche una vaga idea del mestiere, se sappia come si gira un film, perché cominciano a sorgermi dei serissimi dubbi. 

Partendo quindi dal presupposto che il film è viziato all’origine, funziona molto meglio nella prima parte, quando viene costruito un senso di minaccia niente male e l’attesa per l’arrivo in scena della cosa è gestita con eleganza, buona amministrazione dei tempi, e dando spazio a un paio di concetti che, in teoria, dovrebbero tornare utili dopo, una volta scatenato il caos: il primo è la barriera linguistica tra gli scienziati norvegesi e gli americani che arrivano alla base per studiare lo strano essere trovato nel ghiaccio. Dovrebbe servire, in seguito, ad aumentare la paranoia e la diffidenza reciproche, ma temo che l’idea sia stata vittima della decisione di tornare a girare alcune scene, dato che da un certo punto in poi tutti parlano in inglese, perché si sa, gli spettatori USA se gli metti i sottotitoli fuggono urlando; il secondo è rappresentato dal personaggio della paleontologa Kate Lloyd (Mary Elizabeth Winstead, solo cuori per lei), la cui credibilità come scienziata viene messa in discussione di continuo dai suoi colleghi maschi. Anche questo spunto interessante, tuttavia, si perde per strada e ci dimentichiamo della sua esistenza e di tutti i contrasti che potrebbe creare. 

Questo perché, dopo una mezz’ora iniziale molto aderente allo spirito del film originale, arriva una infilata di scene action che prendono il posto dell’approfondimento psicologico e si mettono tutti a urlare, a correre e a spararsi col lanciafiamme. E no, non funziona. Dal momento in cui vediamo la cosa saltare (letteralmente) fuori dal blocco di ghiaccio, il film prende una direzione diversa, e non si capisce se doveva davvero essere così oppure lo hanno ridotto così. 
Non lo sapremo mai, ma sotto tutta questa confusione si intravede l’esistenza di un bel film a cui è stato impedito di nascere. 
The Thing arriva comunque quando l’ondata dei remake è agli sgoccioli, è il penultimo investimento ingente di una major in un’operazione simile, e si vede che tutta la faccenda sta ormai mostrando la corda. 
Ce ne resta uno, un film che non rivedo dalla bellezza di 9 anni e a cui spero di poter chiedere scusa. Alla prossima. 

8 commenti

  1. Fabio · ·

    Le brutte conseguenze che patirono molti nuovi arrivati nel mondo della regia ad Hollywood,dove a meno che non erano il Christopher Nolan di turno,non potevano far valere le loro decisioni creative,logorati da produttori che consci del fatto che erano dei novellini che avevano zero potere decisionale in una loro produzione,ne approfittavano imponendo il loro punto di vista totalmente privo di gusto,chissà quanti talenti mancati non abbiamo scoperto a causa di quelle scellerate decisioni!.

  2. Fabio · ·

    Ma qualquno poi sa che fine ha fatto Rob Bottin? Un mistero degno di Indiana Jones!!.

    1. Ma credo che, come Rick Baker, sia sia semplicemente ritirato.

  3. Davide Locatelli · ·

    Ma a me ha colpito che Rob Bottin (un nome fantastico per noi italiani) a quei tempi era praticamente un bambino. Ha 62 anni adesso ai tempi di lL’ululato e The thing aveva 20 anni e ha fatto cose incredibili. Ciao

  4. mi spiace molto
    a me la mary piace molto come attrice e screamqueen

    1. La Mary è sempre stupenda.

  5. Non me lo ricordo molto…
    In ogni caso, mi piace il taglio del post, analitico e positivo/costruttivo al tempo stesso. 🙂
    Mary forever.

  6. Giuseppe · ·

    E come mai potrei dimenticarmi di questo The Thing, da me tra l’altro tiepidamente difeso al mio arrivo in queste accoglienti lande? 😉
    Sì, il potenziale c’era e, se le cose fossero andate diversamente, l’aver di fatto narrato una storia di cui già si sapeva la fine cercando di ricalcare il più possibile l’inarrivabile modello di Carpenter (realizzando un prequel che è allo stesso tempo un remake, appunto) sarebbe stato un aspetto del tutto trascurabile, alla fine. Personalmente, ai tempi, non avrei disdegnato un sequel sulla falsariga dell’ottimo videogame del 2002… il problema è che con tutta probabilità sarebbe finito nelle stesse incapaci mani produttive responsabili del fallimento del film di van Heijningen, quindi col senno di poi non rimpiango non ne sia stato fatto niente.
    Certo, tutto l’ottimo e insostituibile lavoro prostetico old-style buttato nel cesso per fare spazio a un digitale raffazzonato (penso in particolare alla trasformazione di Paul Braunstein sull’elicottero) è un qualcosa da far gridare vendetta ancora oggi. Una vendetta che, qualche anno dopo, la coppia Gillis/Woodruff si sarebbe presa girando Harbinger Down (a cui ricordo avevi contribuito)…

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