A Banquet

Regia – Ruth Paxton (2022)

Questo primo scorcio dell’anno non è particolarmente felice per quanto riguarda il cinema horror. È anche una cosa abbastanza normale: di solito gennaio e febbraio sono mesi morti. Abbiamo avuto la fortuna di avere Scream, che si è appunto andato con saggezza a infilare in un segmento di mercato vuoto. Poi è arrivato The Texas Chainsaw Massacre e non intenzione di sprecarci sopra neppure una riga. E questo è ciò che ci ha dato il cosiddetto mainstream; sul versante indipendente, invece, ci sono parecchie cose in dirittura d’arrivo, ma per il momento quelli su cui si riesce a mettere le mani sono tutti film più interessanti (e bizzarri) che davvero riusciti. 
The Banquet fa purtroppo parte della categoria, anche se per i primi 40 minuti, ero quasi certa di aver trovato il primo grande horror del 2022. Sarà per un’altra volta. Ciò non significa che non sia, appunto, interessante e, a suo modo, sperimentale, e che non abbia voglia di seguire la futura carriera della regista, qui al suo primo lungometraggio. 

Dato che è difficilissimo definire o anche solo raccontare A Banquet senza svelare troppo, lasciatemi procedere per analogie: è come se Raw e Saint Maud avessero avuto un figlio. Concepito durante la visione di Melancholia. Von Trier è l’unico di cui sono sicura perché Paxton stessa lo ha citato tra le influenze per il suo debutto. Gli altri due film sono un’ipotesi mia, ma non credo di essere caduta poi così distante dalla verità, se non altro per quanto riguarda i due principali fili conduttori di A Banquet: il coming of age atipico e i segnali molto fuorvianti che possono derivare da una improvvisa scoperta della fede. Qui non abbiamo la presenza ingombrante del cristianesimo come in Saint Maud, ma la giovane protagonista Betsey è in odore di possessione, non demoniaca, ma cosmica, se capite cosa intendo; c’è inoltre un controverso ed estremamente problematico rapporto che il film stabilisce con il cibo, e qui vi avviso: se, come capita a  me, gli horror che hanno qualcosa a che fare con i disturbi alimentari rischiano di scombussolarvi, lasciate stare e passate oltre. 

Sì, ma di che parla Banquet? Di una vedova, Holly (Sienna Guillroy) rimasta da sola a crescere due figlie adolescenti, che un bel giorno si accorge che la maggiore, Betsey (Jessica Alexander) ha smesso di mangiare. Oppure, rovesciando la prospettiva, parla della diciassettenne Betsey che un bel giorno va a una festa a casa di amici, è attratta all’esterno da un qualcosa che il film non rende mai esplicito, resta per qualche minuto nel bosco a contemplare la luna rossa e poi sviene. Dal giorno successivo, smette di mangiare. O meglio, non riesce più a toccare cibo, perché appena prova a inghiottire qualcosa, ha delle reazioni violentissime e finisce all’ospedale con le convulsioni. Holly, che già ne ha passate, è disperata, la sorella più piccola di Betsey, Isabelle, sgomenta; l’unica a essere tranquilla è proprio Betsey che, dopo qualche iniziale perplessità, comincia a dire a tutti che lei è stata scelta per portare all’umanità la notizia di un evento apocalittico destinato a purificare il mondo e a far nascere qualcosa di nuovo. 

A Banquet è un film che può essere tante cose, nessuna delle quali è mai chiarita dalla regista e sceneggiatrice. Non è un male, anzi, è anche divertente provare a riempire i buchi con le proprie interpretazioni. Non è da escludere che si tratti davvero della storia di una ragazza che diventa, suo malgrado, profetessa dell’incipiente apocalisse, ma così sarebbe troppo scontato e troppo semplice. Partiamo dal presupposto che Betsey ha subito un trauma grosso come una casa assistendo al suicidio del padre dopo una lunga malattia, e che Holly è a sua volta tramortita dall’evento. Entrambe si trovano quindi in uno stato di profonda prostrazione emotiva e, di conseguenza, sono particolarmente aperte ad accogliere disturbi di qualunque tipo, che si tratti di problemi di carattere mentale o di interferenze da altri mondi, è tutto da stabilire. 

Al solito, la questione è che non è importante: una cosa non deve per forza esistere a un livello concreto per avere qualche effetto su di noi; Betsey crede e chiede a sua madre di fare altrettanto. A quel punto è il ruolo di Holly nella vicenda a fungere da chiave di volta. Da questo punto di vista c’è una sequenza molto significativa: a un certo punto Holly, esausta, decide di portare la figlia in quella che credo sia una struttura medica per ragazze con disturbi alimentari, ma una volta lì, cambia idea dopo che Betsey le ha parlato della sua fede, di come si senta felice ora che ha colmato il vuoto che aveva dentro e del modo in cui, dopo il misterioso evento che sta aspettando, tutto andrà per il meglio. La scena segna il punto di non ritorno del film, e purtroppo anche quello in cui la narrazione si fa un po’ troppo ripetitiva e si perde in un circolo vizioso senza andare davvero da nessuna parte. È il momento in cui Holly sceglie di abbandonare la razionalità che, bene o male, l’ha sostenuta fino a quel momento, e abbracciare l’assurdo. Eppure il film rimane, almeno fino agli ultimi 10 minuti, estremamente composto e compassato, non molla mai del tutto gli ormeggi, quindi facciamo un po’ di fatica a capire le motivazioni di Holly e facciamo anche fatica a seguire il ritmo del racconto che si fa un po’ troppo dilatato. Non che prima fosse una corsa a perdifiato, intendiamoci, ma aveva la virtù di tenerti inchiodato allo schermo e impossibilitato a distogliere lo sguardo. Alla lunga, perde questo potere sullo spettatore, la cui mente comincia a vagare altrove. 

A parte questo, A Banquet è un film dalla bellezza disarmante, con un’estetica tutta simmetrie e immagini speculari che, su di me, ha sempre un impatto molto violento; è statico, perché racconta essenzialmente di personaggi che occupano spazi vuoti e silenziosi e, se ci fate caso, inquadra sempre le tre (anzi, quattro con la nonna) protagoniste isolate in luoghi troppo grandi per loro. 
Le attrici sono tutte molto in gamba e molto in parte. Devo ammettere, mandando al diavolo un altro dei miei pregiudizi, di essere rimasta sbalordita dall’interpretazione di Guillroy, che per me era soltanto la Jill Valentine di Resident Evil, e non pensavo fosse capace di un tale registro espressivo. Vergogna a me. 
Forse definirlo horror è un po’ azzardato, ma ci sono un paio di scene, una soprattutto, che sono sia profondamente inquietanti che assolutamente disgustose e fanno raggiungere al film quasi lo status di body horror sui generis. E poi c’è da tenere in considerazione tutto il lato eco-horror della faccenda, che richiama L’Ultima Onda creando una simile atmosfera rarefatta, di attesa di un qualcosa di enorme pronto ad abbattersi su un’umanità colpevole. 

C’è in effetti un senso di minaccia cosmica che non sfigurerebbe in un racconto di Laird Barron, anche se credo sia più un espediente per raccontare di come i rapporti umani si vanno a sfaldare nel momento in cui interviene la malattia mentale che un vero veicolo di terrore sfruttato a pieno dalla regista. Insomma, c’è una metafora (più d’una, a dire la verità) annidata da qualche parte in questo film, ma è troppo evanescente per arrivare davvero al cuore dello spettatore. O forse, per metterla giù semplice, c’è davvero troppa roba dentro al film, e vorrebbe essere tutta rilevante, ma non c’è spazio a sufficienza e alcuni dettagli finiscono per smarrirsi tra le pieghe delle splendide immagini che ci vengono generosamente elargite. Di sicuro va rivisto una seconda volta per apprezzarlo di più. Così, a una prima visione, mi pare che sia un film un po’ monco e non so se consigliarlo a cuor leggero perché è anche impegnativo. Il fatto che io non riesca a smettere di pensarci da tre giorni, tuttavia, dovrebbe significare qualcosa, credo. 

6 commenti

  1. L’ho visto qualche giorno fa e mi ritrovo perfettamente in quanto hai scritto. Io sono rimasto assolutamente affascinato, nonostante gli oggettivi problemi che affliggono l’opera. Questo è quanto ho scritto a riguardo:
    “Soffocante dramma familiare a tinte horror dalle molteplici letture (è la storia di una malattia? di una interdipendenza tossica? di una tara genetica? di un trauma? di una psicosi? di una possessione?), girato magnificamente ed altero, irrisolto e respingente.
    Come metafora appare generica e funziona solo a corrente alternata, come ritratto della disgregazione di un nucleo familiare è al contrario lancinante ai limiti della tollerabilità.
    Pur con tutti i suoi difetti, e forse proprio a ragione di essi, A Banquet è un esordio assai promettente per Ruth Paxton e Justin Bull, oltre che una notevole vetrina per tutte le attrici protagoniste, veramente straordinarie.”

    1. Ma infatti è un film dal fascino incredibile, un po’ irrisolto, ma ti resta dentro, c’è poco da fare. Loro sono tutte eccellenti e la visualizzazione del trauma agghiacciante.
      Quindi, alla fine, meglio averlo visto che no, ecco.

  2. E così te ne sei accorta pure tu che Sienna Guillory non è soltanto Jill Valentine, eh? 😉
    Per quanto, in genere, io preferisca approcci più diretti e meno metaforici quando si tratta di minacce cosmiche (che siano realmente presenti lo trovo più efficace rispetto ad usarle come semplici espedienti per parlare d’altro, e in caso sono pure più disposto a perdonare eventuali mancanze o irresolutezze) la tua recensione mi dà l’idea che si tratti comunque di un film per cui valga la pena impegnarsi nella visione…

    1. Sì, ne vale assolutamente la pena, anche se si tratta di una visione molto impegnativa. Ma se ne viene ripagati, te lo assicuro. E Sienna è straordinaria

  3. harvester_of_sorrow · · Rispondi

    Perdono ma mi sono preso il mio tempo prima di commentare. Da tempo desideravo qualcosa di tale portata: pesantezza infinita e regia con fotografia gigantesche. Credo che, unendomi al tuo ultimo giudizio, ci penserò davvero per giorni a riguardo.

    1. Sì, ti rimane dentro e non se ne va, anche a distanza di settimane.

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