See for Me

Regia -Randall Okita (2021)

Il primo horror dell’anno nuovo arriva dal Canada ed è un home invasion sulla falsariga di Wait Until Dark. Di recente ne hanno realizzati parecchi di film che seguono quello schema: una protagonista in apparenti condizioni di assoluta inferiorità a causa di un qualche impedimento di natura fisica, messa contro degli aggressori convinti di avere gioco facile. La situazione è stata anche rovesciata in Don’t Breathe, facendo del personaggio che subisce l’invasione il villain e non la vittima. Ma, e correggetemi se sbaglio, non era mai accaduto che la disabilità del protagonista (o dell’antagonista) fosse anche dell’attore che gli presta volto e corpo. 
Abbiamo fatto un discorso simile per quanto riguarda Run, e abbiamo sottolineato che non deve essere sempre e per forza così, ma di sicuro il film ci guadagna qualcosina, oltre a dare la possibilità di lavorare a tutta una serie di ottimi interpreti che spesso non vengono neppure presi in considerazione. 
In See for Me, il ruolo principale è ricoperto da Skyler Davenport, che se guardate la sua filmografia, fino a ora ha soprattutto lavorato con la voce, in serie e film d’animazione e videogiochi.

See for Me è il suo primo ruolo da protagonista: interpreta Sophie, una sciatrice che ha perso la vista in seguito a una malattia genetica e non sa bene cosa fare della propria vita. Nonostante la federazione l’abbia convocata per i Giochi Paralimpici, si rifiuta di partecipare e lavora saltuariamente come cat sitter, anche se in realtà la sua fonte di guadagno è un’altra: insieme a un suo amico che, tramite cellulare, la guida per le case che è incaricata di sorvegliare durante l’assenza dei proprietari, ruba e rivende dei piccoli oggetti; nessuno, dice Sophie, sospetta della “povera, piccola ragazzina cieca”. Quando si trova a badare al gatto di una donna molto ricca (la gloria canadese Laura Vandervoort in un cammeo), il suo complice abituale la molla per scrupoli morali, lei resta chiusa fuori casa e, non sapendo a chi rivolgersi, installa una app chiamata See for Me e contatta una volontaria del servizio, Kelly (Jessica Parker Kennedy, la figlia di Barry Allen nella serie The Flash) per farsi aiutare a rientrare. 

Tra le due si stabilisce una connessione immediata, e così Sophie salva il numero di Kelly tra i preferiti da contattare in caso di necessità. La necessità non tarda ad arrivare quando, quella notte, tre loschi figuri si introducono nella casa per forzare una cassaforte e portarsi via svariati milioni di dollari: sola, in una villa gigantesca dispersa in mezzo alle montagne, Sophie potrà fare affidamento soltanto sulla guida di Kelly, prima per nascondersi dai ladri, e in seguito per contrattaccare.
Ci sono subito un paio di differenze da sottolineare, rispetto alla formula dell’home invasion sensoriale cui See for Me va iscritto: la prima è che Davenport è davvero ipovedente; la seconda è che, di solito, questi film danno come vantaggio principale alle loro protagoniste quello di potersi muovere in un ambiente familiare: se partono parecchio penalizzate dal fatto di non poter vedere (o sentire, nel caso di Hush) gli intrusi, almeno le sceneggiature danno loro il controllo del territorio. 
In See for Me, Sophie non ha dalla sua neppure questo; la casa dove si svolge il film le è sconosciuta, è la prima volta che ci mette piede e il breve tour fatto in mattinata al telefono con il suo amico e complice di malefatte non le basta per avere l’esatta cognizione di dove potersi nascondere, o anche soltanto arroccarsi per difendersi. Il livello di difficoltà e la posta in gioco, in questo modo, si alzano di parecchio.

Ma, più di tutto il resto, è secondo me fondamentale evidenziare che Sophie non è un personaggio canonicamente “buono”, ma si pone in una zona grigia che di rado viene esplorata, e si trova nel mezzo tra l’angelo di Audrey Hepburn del ’67 e il mostro orrendo di Stephen Lang del 2016: non solo il suo lavoro di cat-sitter è una copertura per la sua vera vocazione di ladruncola, e questo sarebbe il meno, perché alla fine rubare nelle case dei ricconi è atto eroico e da premiare; Sophie, quando viene scoperta dagli intrusi che ignoravano la sua presenza, cerca di trovare un accordo con loro, di dirottare la polizia, di prendersi una fetta dei soldi in cassaforte, e non lo fa solo per sopravvivere al guaio enorme in cui, suo malgrado, si è ritrovata: una volta appurata la sua cecità, i loschi figuri sono abbastanza propensi a lasciarla in pace. Lo fa perché si tratta di grosse cifre e perché, essendo intelligente, sa che è il modo più rapido e indolore perché tutto finisca in fretta. 

Dal canto suo, neanche Kelly è una santa eroica discesa dal cielo per prestare soccorso alla “povera, piccola ragazzina cieca”: ex militare dal passato poco pulito, non esita un istante a trasformare la sua assistita in un’assassina, spiegandole con efficienza dove puntare la pistola e sparare per fare quanto più danno possibile. 
See for Me è un film molto pratico, molto economico, che ribalta il concetto della vittima indifesa con una strategia originale e quasi unica nel suo genere, mettendo la protagonista, e la sua spalla e guida, di fronte a problemi di natura essenzialmente concreta: Sophie non si domanda se sparare o no a un’altra persona, ma come posizionare il telefono per permettere a Kelly di avere la visuale adatta a dirle in quale direzione puntare la pistola.

La conseguenza principale di questa scelta è che See for Me è tesissimo, serrato, dura 90 minuti e fila come un treno verso il sol dell’avvenire. Come effetto collaterale c’è invece che la costruzione del legame tra i due personaggi non avviene in base a una qualsivoglia forma di dipendenza, ma perché entrambe le giovani donne condividono questa zona grigia e si capiscono nel profondo, senza che il film debba ricorrere a passaggi narrativi già visti decine di volte in contesti simili. L’amicizia tra Sophie e Kelly nasce in maniera spontanea perché c’è un terreno in comune. Aggiungete che Davenport e Kennedy, anche se non condividono mai davvero la scena, hanno una gran bella chimica, e avrete pronto un gran bel punto di partenza per questo nuovo anno di horror appena cominciato. 
Se questo è l’andazzo, ci sarà da divertirsi. 

7 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Al sol dell’avvenire sono sbottato a ridere di fronte al cellulare, suscitando la perplessa curiosità della mia compagna.
    Non l’ho visto e non so se si trovi in italiano, ma dopo la tua rece la curiosità è alta.

    PS: mi hai messo voglia di rivedere Hush

    1. No, in Italia non è ancora uscito. Però mi pare il classico film che, tempo un paio di mesi, te lo ritrovi su Prime.

  2. anche A quiete place ha la semiprotagonista sorda che interpreta una sorda, no? E’ la figlia ma cmq è un ruolo importante

    1. Sì, ma io mi riferivo a questo genere di film in particolare. A Quiet Place non è un home invasion.

      1. sì, il mio discorso era più generale^^
        che cmq già di suo in generale è particolare e poco diffuso come particolare

  3. “Occhio non vede, cuore non duole”
    ovvero
    I ciechi sono cattive persone.

    …ghgh Me lo guarderò! )

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Molto interessante, in primis proprio nel saper presentare le due protagoniste principali in modo tutt’altro che prevedibile e stereotipato (e sarebbe stato davvero facile ricadere in luoghi comuni e stereotipi, anche involontariamente)… Nel mentre, aspettando la sua uscita, potrei dedicarmi lo stesso a un po’ di creatività e pensiero laterale 😉

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