Run

Regia – Aneesh Chaganty (2020)

Sulla carta, Run potrebbe essere assimilato al classico thriller da cestone dvd anni ’90, un po’ il discorso che abbiamo fatto per Unhinged proprio qualche giorno fa: abbiamo una Sarah Paulson versione Annie Wilkes, che da mamma iperprotettiva si trasforma in un mostro, e sua figlia Chloe che deve sfuggire alle sue, chiamiamole così, “attenzioni” un po’ eccessive. Ma Chaganty, e già lo aveva dimostrato un paio di anni fa con l’ottimo Searching, non è un regista qualunque, e il suo approccio al genere si dimostra, anche in questa circostanza, molto particolare.
Run sarebbe dovuto uscire a maggio, in occasione della Festa della Mamma, ma per ovvi motivi, è stato rimandato e adesso è arrivato direttamente in streaming su Hulu, dove ha ottenuto dei riscontri lusinghieri, di pubblico e critica. La campagna pubblicitaria del film è stata incentrata su Paulson, perché il suo è il nome spendibile, è lei la “star” in questa produzione, ed è bravissima, come suo solito, a interpretare questi personaggi bordeline e sgradevoli, sempre al limite del melodrammatico. Ma non è affatto la protagonista del film: la protagonista di Run è l’esordiente Kiera Allen che interpreta la figlia Chloe.

Chloe, ci viene fatto sapere all’inizio, soffre sin da bambina di una serie di gravi problematiche di salute: diabete, asma, scompensi cardiaci, ed è in sedia a rotelle. Kiera Allen è un’attrice disabile, e non vorrei dire corbellerie, ma mi sembra la prima volta che assistiamo a un evento del genere al cinema (in tv c’è il precedente di Sex Education): mi vengono in mente casi analoghi come quello di Marlee Matlin che si è pure beccata un Oscar, e quello più recente di Millicent Simmonds per A Quiet Place, ma non è la stessa cosa, perché è sempre accaduto che, nel momento in cui una sceneggiatura prevedeva la presenza di un qualsiasi personaggio con una sedia a rotelle, si chiamava un attore abile a interpretarlo. E, prima che arrivino gli alfieri del libero pensiero e quelli che “il politicamente corretto ci rovinerà tutti, signora mia”, non sto dicendo che deve essere impedito a tutti gli attori di interpretare personaggi disabili, tranne a quelli che disabili lo sono sul serio. Sto dicendo che, per una volta, la rappresentazione di un personaggio disabile non è per forza filtrata attraverso il punto di vista di un attore abile, ma è affidata a una giovanissima e bravissima attrice che forse qualcosina in più della pur impeccabile Joey King ne sa.

Ora, non sono certo io a poter affermare che quella offerta in Run sia una rappresentazione corretta; non ho la conoscenza per farlo e non mi va di parlare per bocca d’altri. Posso solo dire che offre al film un’autenticità difficilmente riscontrabile in altre operazioni simili e che forse, una volta aperta la diga, non sarà poi così immediato tornare indietro, a quando se interpretavi un personaggio con una qualche forma di disabilità c’erano ricchi premi ad aspettarti. In altre parole, Run crea un precedente secondo me molto importante, specialmente considerata la visibilità che il film sta avendo negli Stati Uniti.
E gran parte della sua efficacia risiede nell’autenticità, perché Run è sì un thriller paranoico in prima istanza, ma è anche un film sulla perdita del controllo sul proprio stesso ambiente, su come cambia la percezione di un luogo familiare quando diventa ostile, su dove ci porta la scoperta che chi amiamo di più al mondo ci ha traditi.

 

A parte sporadiche incursioni all’esterno, il cuore di Run è nell’abitazione condivisa da Chloe con sua madre, una casa fatta a misura di Chloe, dove può muoversi a suo piacimento, dove la ragazza possiede tutti gli strumenti per esercitare il controllo cui accennavamo prima sul mondo che la circonda.
Solo che non può uscire di casa se non in compagnia della madre, solo che anche il ricevere la lettera che le dovrebbe comunicare la sua prossima ammissione al college è subordinato al fatto che è la madre a ritirare la posta, solo che Chloe non possiede un cellulare suo e non ha neanche la possibilità di accedere a internet.
Ci rendiamo presto conto che il controllo è tutto della madre e, nel momento in cui uno solo degli strumenti di cui Chloe dispone le vengono sottratti, la nostra eroina si ritrova del tutto alla mercé di questa donna all’improvviso divenuta estranea e nella quale non può più riporre la propria fiducia. A quel punto Run comincia a fare davvero paura.

Chaganty è bravissimo nel disseminare indizi lungo tutta la prima parte, piccoli dettagli che lasciano il dubbio se sia Chloe a essere paranoica o se sua madre non abbia qualche serio problema. Da un certo punto in poi, il film gioca a carte scoperte, ma è quella prima parte a essere molto interessante, perché è un film dove non c’è un solo snodo narrativo che non arrivi allo spettatore tramite il racconto per immagini. In altre parole, Run brilla per l’assenza di dialoghi o monologhi esplicativi, le informazioni passano attraverso l’azione, e non c’è mai un secondo di troppo; ogni sequenza è il tassello di un mosaico e ci spinge a farci domande. La più banale di tutte, tanto per evitare di fare eccessivi spoiler: se Chloe è diabetica, come mai sua madre guarda un filmato di quando era un bambina in cui si divora quasi una torta intera? E uno dei primissimi campanelli d’allarme presenti nel film e ti mette subito in condizione di all’erta: per quanto dedicata, affettuosa e di supporto sia il personaggio di Sarah Paulson, c’è in lei qualcosa che non torna, qualcosa di indecifrabile, indefinibile, ma mai platealmente fuori posto. Almeno fino agli ultimi 20 minuti.

Che sono da manuale del thriller d’alta scuola, quasi del tutto privi di parti parlate e con un uso (perdonatemi) hitchcockiano della suspense.
Oltre alla Misery di Stephen King (lo scrittore è anche l’oggetto di una citazione deliziosa che vi sfido a trovare), è evidente che un altro modello di Chaganty sia proprio Hitchcock, in particolare Rear Window, che nominarlo fa sempre bene all’anima, in particolare nel delineare una situazione in cui per la protagonista del film ogni singolo elemento scenico è un ostacolo.
In Run, oltretutto, abbiamo il rovesciamento di prospettiva per cui gli oggetti che prima Chloe usava ed era abituata a considerare suoi alleati, diventano all’improvviso suoi nemici, perché Run è un film che costruisce il suo stile sull’interazione tra la protagonista e lo spazio in cui è inserita. Da lì deriva la tensione, da lì deriva il panico, da lì deriva il senso di pericolo.
Insomma, Run è stata una vera sorpresa, come del resto la sua attrice principale, che spero di rivedere presto in altri film, possibilmente in ruoli sempre differenti.
E, se volete capirci qualcosa di abilismo e compagnia brutta, il mio consiglio spassionato è di dare un’occhiata a questa pagina.

5 commenti

  1. L’ho visto un paio di giorni fa ed ero sicuro che ti sarebbe piaciuto.
    La regia è perfetta, riesce a far assaporare ogni piccolo particolare, rende quasi superflui i dialoghi e crea una tensione progressiva acuita dalle difficoltà motorie (e dall’assenza di un cellulare) della giovane protagonista. Poi veramente brave sia la Paulson che Kiera Allen.
    Il tema non è particolarmente originale – a me sono venuti in mente anche Che fine ha fatto Baby Jane?, l’ultimo misconosciuto McNaughton The Harvest e persino Hush di Flanagan – ma la cosa non è affatto fastidiosa; l’unico difetto che ho rilevato è che la progressione ansiogena ha il suo culmine ben prima del finale, e l’ultima parte risulta così meno efficace di quello che è venuto prima.
    Bel film sicuramente, comunque.
    E bella rece, Lucia.

  2. Scrivi così bene che mi permetto di segnalarti una piccolezza in cui ti capita di imbatterti ultimamente: “…perché è un film DOVE non c’è un solo snodo narrativo…”
    Non cedere al fascino oscuro di questo DOVE che sta cannibalizzando qualsivoglia “in cui”, “per cui”, “a cui”…qua sta diventando tutto”un anno dove”, “un libro dove” ecc. ecc., almeno tu non mollare!

    Scusa la pedanteria, capirai che questo è un periodo dove in molti non abbiamo un granché da fare. ☺️

  3. Recupero senz’altro,

    Le due sorelle della pagina che hai linkato le conosco grazie all’amico Iacopo Melio, giornalista e attivista per abbattere le barriere architettoniche.

  4. Maria Alessandra Cavisi · · Rispondi

    Come sempre riesci a farmi incuriosire e ad entrare già nel mood dei film di cui parli, con molta passione, che trasmetti davvero fortemente. Anche questo, ovviamente, insieme a molti altri scoperti qui, finirà nella lista di film che recupererò il prima possibile.

  5. Questo non l’ho trovato, ma ho recuperato Searching e mi è piaciuto assai (tranne il finale rosa).

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