The Night House

Regia – David Bruckner (2020)

Se il film di cui abbiamo parlato mercoledì, Antlers, è il classico esempio di aspettative molto alte, ma parzialmente deluse, The Night House rappresenta l’effetto opposto: non sapevo neppure che Bruckner avesse fatto un altro film, tanto è stato buttato via da una distribuzione poco avveduta, e ho cominciato a vederlo soltanto perché Rebecca Hall, a quasi dieci anni di distanza da The Awakening, tornava protagonista di un film dall’impianto gotico, di una ghost story. Poco pubblicizzato, uscito in sala negli Stati Uniti, ma passato quasi inosservato, The Night House è adesso approdato su Disney + (sì, ci sono parecchi horror su Disney +), e io vi imploro di vederlo e di non lasciare che vi sfugga tra la marea di roba disponibile in streaming, perché offre un punto di vista originalissimo sul classico filone della “casa infestata”, definizione che va comunque presa con tutte le virgolette del caso e con un paio di molle, già che ci siamo. 
The Night House è un film che gioca sulla percezione, nostra e del personaggio principale, alterandola di continuo grazie a tutta una serie di accorgimenti visivi, attuati specialmente in sede di montaggio, che puntano al disorientamento tramite la creazione di uno spazio tutto sbagliato.

Beth ha perso da pochi giorni il marito Owen, che si è suicidato con un colpo di pistola, dopo essersi allontanato su una barca a remi dalla grande casa sul lago che lui stesso aveva costruito, dopo aver lasciato alla moglie un biglietto piuttosto criptico: “You were right. There is Nothing. Nothing is after you. You are safe now”. 
Beth non è quindi soltanto sopraffatta dal dolore, che già sarebbe abbastanza, ma è anche in preda all’angoscia e al senso di colpa per non aver capito in tempo cosa stava passando Owen, per non capirlo tutt’ora, per non essere stata in grado di fare nulla a riguardo. Da sola, nella casa sul lago, comincia  a sperimentare degli strani fenomeni: la radio che si accende da sola, degli sms che arrivano dritti dal telefono del defunto, ombre che si aggirano nei corridoi. Le solite cose, direte voi. E invece no, sono diverse, perché sono rappresentate visivamente in maniera diversa dal solito. 

Ogni notte, Beth si fa un giretto in una realtà alternativa, speculare alla sua. Potrebbe essere sonnambulismo, potrebbero essere incubi, oppure è vero che nella casa è rimasta una presenza, una traccia di Owen che ora la sta cercando e tenta di mettersi in contatto con lei. 
Beth si mette a scavare nel passato del marito, scopre cose che forse era meglio restassero sepolte con lui. Owen aveva sul cellulare una sinistra collezione di foto di donne che le somigliano. Addirittura è stato visto da un vicino in mezzo al bosco con una di loro; dall’altra parte del lago, Owen aveva costruito una casa identica a quella che divideva con Beth, identica ma rovesciata, al contrario. Un doppio della sua vita di cui Beth non era a conoscenza. 
Sembrerebbe, anche qui, la tipica vicenda in cui una persona si rende conto di non sapere nulla di chi ha avuto accanto per anni, altrimenti detta: “Ma non è che mio marito era un po’ stronzo?”
Eppure, The Night House è molto più complicato di così: è una ghost story su una casa che è di sicuro posseduta da qualcosa, ma parlare di fantasmi in senso stretto è molto limitante; di sicuro Beth sarà costretta a fare i conti con una parte del marito sgradevole e ignota, ma la questione non è così schematica, ed è infinitamente più ambigua. 

Di cosa parla, davvero, The Night House?
Di lutto e di depressione, prima di ogni altra cosa. Beth è sconcertata di fronte al suicidio di Owen perché era lei quella depressa, e il suo terrore più grande è di avere, in qualche modo, infettato il marito con la sua malattia, di essersi salvata perché lui si è sacrificato. Che, se ci pensate bene, per una persona che soffre di depressione e non è estranea a pensieri suicidi, è una prospettiva (scusate il termine, ma credo sia, una volta tanto, usato a proposito) devastante. 
La paura di aver perso la propria salute mentale, per quanto fragile possa essere, è un’ombra che aleggia su ogni inquadratura del film, è una minaccia costante, è il nucleo fondante intorno al quale Bruckner imposta il tono generale di The Night House. 
Stabilite le fondamenta, il regista sceglie, per raccontare questa storia, la strada meno convenzionale: usa tutti i trucchi della tradizione del cinema gotico e soprannaturale, ma li presenta sotto una luce cui non siamo abituati. Non scardina la narrazione gotica, la distorce quanto basta perché non sia immediatamente riconoscibile e crei dunque una dimensione perturbante; come dicevamo in testa al post, uno spazio filmico che il nostro occhio registra come fuori posto, ma non riusciamo a capire con esattezza il perché. 

È un gioco di prestigio della regia, ma anche e forse pure soprattutto (non vorrei dare troppa importanza al mio umile mestiere) del montaggio, a opera di David Marks, qui al suo secondo lungometraggio e, credo, con una carriera molto luminosa davanti a sé: le giunture tra le scorribande notturne di Beth e i suoi ritorni alla realtà sono uno dei dettagli più stranianti del film, tanto i tagli tra un’inquadratura e l’altra le rendono invisibili. C’è in particolare una scena, subito dopo che Beth ha scoperto “in sogno” l’esistenza dell’altra casa sul lago, impressionante per come riesce a immergere lo spettatore nel punto di vista di Beth, e tutto grazie a un paio di stacchi di montaggio efficaci e mai invadenti. Non è infatti uno di quei film in cui il bello stile ti distoglie dalla storia o agisce come filtro di distacco: nel caso di The Night House è la messa in scena a farsi storia e viceversa. 
Le geometrie impossibili, i salti da una dimensione all’altra, i viaggi “attraverso lo specchio”, la prospettiva ribaltata, l’impossibilità di distinguere con esattezza tra piani soggettivi e oggettivi, sono parti integranti della narrazione, anzi, sono la carne, il sangue e il cuore di questa vicenda così triste. 

The Night House è un film che magari non colpisce subito, appena cominciano a scorrere i titoli di coda. Arriva dopo, ti cresce nella testa (e, per chi ne ha una, nell’anima), bisogna digerirlo, meditarlo, assimilarlo, perché non è immediato, e non fa il minimo sforzo per esserlo, non semplifica mai problematiche complesse, si accosta con rispetto all’abisso in cui è sprofondata Beth, facendoci capire che non è soltanto una faccenda legata alla morte del marito, ma è parte di lei, è un peso che la donna si porta dietro da anni, una voragine oscura che la insegue e che adesso si sta facendo sempre più vicina.
Rebecca Hall, ma non ci sarebbe neppure da sottolinearlo, è di una bravura colossale e non ha un personaggio facile o gradevole, anzi. Guardate la sequenza al bar con i colleghi (anche lì, occhio al montaggio) e poi ditemi se questa non è un’attrice con una gamma espressiva senza alcun limite. 
The Night House è la grossa sorpresa di fine 2021, considerando anche che arriva da un regista la cui prova precedente, Ritual, non mi ha convinto del tutto, e che adesso è al lavoro sul reboot di Hellraiser. 
C’è da che avere grandi speranze. 
Lo vedete?
Grazie. 

12 commenti

  1. Ricordo che avevo vistoil trailer, e mi ero detto che sarebbe stato bello rivedere la Hall in una storia di case infestate.
    Poi è passato nel dimenticatoio.
    Ora cercherò di recuperarlo.
    Disney+ ha fatto anche cose buone.

    1. Lei è magnifica, e non si riesce a capire perché non sia una diva assoluta.

  2. Blissard · · Rispondi

    Concordo praticamente con tutto, virgole incluse.
    E’ un film che non ti lascia a fine visione, inafferrabile e denso.
    Ti dirò un’eresia: se Bruckner avesse messo meno in primo piano la componente orrorifica il film avrebbe avuto più successo di pubblico e critica. E sarebbe quasi sicuramente stato un film peggiore.
    Un abbraccio

    1. No, ma non è assolutamente un’eresia: un film di fantasmi più tradizionale avrebbe fatto più soldi e sarebbe stato anche accettato con più entusiasmo dalla critica, ne sono certa anche io.

  3. Andrea Lipparini · · Rispondi

    Un film in apparenza.. impalpabile, appunto,come un fantasma…la solitudine e il rimorso,con annessa depressione e senso di vuoto possono essere la forma più terrificante di paura e isolamento.. bellissima recensione di un’opera che và lasciata sedimentare.. grande, grandissima Rebecca Hall!😍👍

    1. Sono molto contenta che ti sia piaciuto! ♥️
      Questo film merita tanto amore

  4. Riccardo · · Rispondi

    Mi hai fatto proprio venir voglia di vederlo con questa stupenda recensione… grazie!

  5. Maria Alessandra Cavisi · · Rispondi

    Mi hai incuriosito molto con la questione del montaggio applicato al cliché della casa infestata, rendendolo in qualche modo nuovo e unico. E poi Rebecca Hall vale sempre e comunque il prezzo del biglietto.

  6. Simone Paleari · · Rispondi

    Finito ora di vederlo. Mi ha colpito davvero, grazie mille della segnalazione.

    1. Grazie a te per avermi dato retta!

  7. Giuseppe · · Rispondi

    Non me lo vuoi proprio dare il tempo di starti dietro, eh? Dopo una recensione del genere è chiaro che me lo devo vedere (mi piacciono queste ghost stories inusuali e disorientanti) 😉

    1. Devi assolutamente. Priorità su tutto il resto!

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