I Remake del 2000: The Amityville Horror

Regia – Andrew Douglas (2005)

Credo che, 42 anni dopo, si possa dire tranquillamente che The Amityville Horror, quello del 1979, è un film più importante che bello. Importante perché avrebbe fornito negli anni successivi la formula di quasi ogni film a tema casa infestata e/o maledetta. Sì, persino The Shining gli deve qualcosa, al netto dell’abisso qualitativo che separa i due film. Se volete andare a cercare le origini, per esempio, del Warren-verse, dovete andare dalle parti del 112 di Ocean Avenue, a Long Island, e chiedere della famiglia Lutz. Ma, a parte questo, è davvero difficile vedere il film oggi senza essere colti da improvvisa catalessi.
Si tratta della più longeva e prolifica saga cinematografica horror: tra sequel, spin-off, remake, documentari e rivisitazioni varie, conta una quantità innumerevole di film, e ogni tanto ne esce ancora qualcuno. Pochissimi se ne salvano. A me piace molto quello di Damiani uscito nel 1982, ma Rosenberg realizza un mastodonte di quasi due ore in cui si fatica a comprendere come venga impiegato il tempo, dato che non succede nulla e neppure i personaggi coinvolti vengono approfonditi. 
C’è da chiedersi per quale motivo un prodotto così scadente abbia dato vita a una tale mania che perdura tutt’ora. E la risposta è, in realtà, molto semplice: è una storia in cui chiunque può identificarsi e tratta di terrori poco soprannaturali e invero parecchio prosaici. 

Al di là degli eventi reali cui il romanzo e il film che ne è stato tratto si ispirano (l’omicidio De Feo) quella di Amityville, sintetizzando al massimo, è la vicenda di una giovane coppia che si indebita fino al collo per comprare una casa e poi si rende conto che l’acquisto è stato un disastro. Se ci togli la possessione demoniaca, resta questo pozzo nero in cui sono finiti i risparmi di una vita, che è una prospettiva già di suo spaventosa. In estrema sintesi, ciò che a mio avviso ha contribuito al successo senza precedenti del catafalco di Rosenberg, è proprio l’idea, estremamente comune, di perdere tutto, e di disgregarsi come nucleo familiare perché i guai economici prendono il sopravvento. C’è questa storiella divertente di Stephen King che va in sala a vedere Amityville nel ’79 e, durante il climax finale, la signora seduta nella fila davanti a lui sussurra al marito: “Pensa alle fatture”. Non so quanto ci sia di vero nell’aneddoto, ma rende bene l’atmosfera. Ecco, se lo si prende da questo punto di vista, Amityville è un horror molto, ma molto adulto. 

Il remake del 2005 è frutto del connubio di due potenze (o forze del male, a seconda di come la pensate) della produzione horror dell’epoca: la Platinum Dunes e la Dimension Film, entrambe tuttavia specializzate in remake e, in generale, in horror realizzati per un pubblico giovane; Amityville è quindi un remake relativamente anomalo, nel senso che non va a pescare negli slasher e nei survival di fine anni ’70 o primissimi ’80, non presenta un cast di giovanissime stelline televisive (a parte forse Rachel Nichols che ha un ruolo di un paio di scene) e racconta una storia che, come abbiamo detto, presenta problematiche e drammi che un ragazzino non può comprendere appieno. Costa 19 milioni di dollari e ne incassa 108 in tutto il mondo, pur prendendo stroncature da ogni lato (e non del tutto a torto), che a quanto pare, non lo hanno scalfito neanche per sbaglio. 
Ora, bisognerebbe fare un’indagine sull’età degli spettatori che, nel 2005, hanno affollato le sale per vedere Ryan Reynold a torso nudo inseguire con un ascia in mano la povera Melissa George e un’esordiente Chloë Grace Moretz (8 anni al tempo dell’uscita del film) per i corridoi della celeberrima magione, ma io credo fosse un po’ più elevata rispetto a quella degli spettatori di House of Wax. 

Amityville Horror non è un torture porn perché non può esserlo, anche sforzandosi in ogni possibile modo per inserire qua e là il minimo di gore sindacale per l’anno del Signore 2005; non compri il biglietto per vedere la giovane attrice di turno o fatta a pezzi o brutalizzata per due ore, anzi, semmai qui l’unico corpo a essere pesantemente sessualizzato è quello di Reynolds, sul quale la macchina da presa indugia, avida e guardona, neanche fosse uno spot di biancheria intima maschile. Che poi diciamolo: gli horror di inizio secolo, almeno quelli di cui ci occupiamo qui noi, sono molto casti, anche se si parla di sesso in continuazione e i protagonisti sono sempre di una bellezza fuori scala. Sono tutti troppo patinati per essere erotici. 
Qui abbiamo la splendida George ignorata dall’inizio alla fine, mentre i riflettori sono tutti su Reynolds, che in effetti è l’oggetto del desiderio della casa: lo reclama tutto per sé, vuole che si liberi di quella zavorra della sua famiglia (i bambini dei Lutz erano del primo matrimonio di Kathy), fa di tutto perché rimanga lì dentro per sempre. Nonostante sia pericoloso e tenti di accoppare moglie e bambini, alla fine è lui la fanciulla in pericolo da portare in salvo. E infatti, a differenza dell’originale, in cui Kathy (che comunque è interpretata da Margot Kidder, non so se rendo) è un personaggio assolutamente passivo, qui se non altro prende in mano la situazione, dà una bella botta in testa al marito col calcio del fucile e fa salire tutti sulla barca per allontanarsi dalla dimora maledetta. Un bel cambio di mentalità di atteggiamento rispetto al ’79.

La versione del 2005 dell’orrore di Amityville ha anche l’enorme pregio di essere più corta: 90 minuti contro i 117 di Rosenberg, e c’è spazio per tutto. Succedono più cose, si riesce a dare un minimo di spessore anche ai bambini, si mette in campo il complesso da patrigno non del tutto accettato di George, e in tutto questo, ci scappa anche lo spiegone sulle origini della casa. Di conseguenza, il film ha un ritmo micidiale e si segue senza che la palpebra cali o il cervello vaghi a pensare a cose più interessanti, tipo se si è asciugato il bucato lasciato a stendere fuori.
Non è un gran film, per carità, non è neanche un buon film, e se non lo avete mai visto non vi siete persi niente. Però è superiore di parecchie spanne al suo predecessore, perché è stata eliminata quella seriosità da prete che ti fa il sermone in chiesa che ti faceva star simpatica la casa, soprattutto quando ricopriva sacerdoti di mosche o causava vomito alle suore. Si lava via, col remake,  quella fastidiosa aria da horror di prestigio che, davvero, state lucrando su una bufala, abbiate almeno la dignità di non ergervi al di sopra della materia. 

Per me è stata una prima visione: dato il mio scarso, se non nullo, attaccamento al film del ’79, all’epoca non sono andata a vedere il remake in sala e, in seguito, non ho mai avuto alcun motivo valido per recuperarlo. E invece è interessante perché, come il suo non illustre predecessore è servito a regalare al cinema dell’orrore la mappa di tutte le case infestate degli anni ’80, così questo rifacimento è una sorta di manuale del jump scare, che sarebbe poi diventato la cifra stilistica dei film a tema del nuovo secolo, e in parte lo è tutt’ora (rivolgersi ai Warren per delucidazioni). C’è un jump scare per ogni momento, in questo film, jump scare dappertutto: anche quando non ce ne sarebbe il bisogno, il regista ce ne mette uno perché non si sa mai, se ne potrebbe sentire la mancanza, dopo un po’.  Reynolds accende la luce nello stanzino: boom, jump scare! Reynolds si fa un bagno risalassante: boom, jump scare! George si incanta a guardare i magneti sul frigorifero che compongono frasi minacciose: boom, jump scare! E così via, in continuazione, per un’ora e mezza.
Si vede che sono invecchiata: 10 anni fa una roba del genere mi avrebbe fatta infuriare, oggi mi fa sorridere e mi fa anche un po’ di tenerezza, perché in piena epoca di horror ultragore, era come mancassero gli strumenti linguistici adatti a cimentarsi con un materiale classico. 

Se consideriamo che oggi l’horror soprannaturale va per la maggiore, ovviamente modificato e rivisto da ottimi autori indipendenti che sì, loro il linguaggio giusto per raccontare certe storie per il nuovo secolo se lo sono inventato, The Amityville Horror del 2005 è davvero un’ennesima capsula del tempo, segno evidente di un momento in cui il cinema horror non riusciva a uscire dalla gabbia di ossa e budella in cui si era andato a rinchiudere, ma comunque ci provava. 
Capisco che la mia sia un’affermazione di una certa gravità, ma credo che The Amityville Horror sia molto meno brutto di come lo hanno dipinto i critici quindici anni fa, e che sia un discreto esempio di horror costruito con una concezione da parco a tema. Nulla di imprescindibile, ma una novantina di minuti di sano divertimento per tutta la famiglia. 
E per i fan di Reynolds, ovviamente. 

15 commenti

  1. Mai piaciuto il film del 79! Con il film di Damiano Damiani,sfondi invece una porta aperta con me,in assoluto il mio preferito della saga e l’unico che posseggo in casa! Il remake del 2005 lo vidi una volta sola,lo ricordo come un film guardabilissimo,niente di speciale ma neanche orrendo,semplicemente si sputavano sentenze contro ogni remake,indipendentemente dalla sua qualita!

    1. Noi abbiamo la distanza temporale giusta per uscire dalla forma mentis dell’epoca, quella per cui ogni remake era schifo e basta. Possiamo cercare di guardarli in maniera non dico oggettiva, che è impossibile, ma almeno distaccata.

  2. Per festeggiare Halloween,la notte scorsa ci siamo tra le altre fiondati in sala a vedere “Antlers”,un film pazzesco,bellissimo ma anche socialmente straziante! Attendo con impazienza una tua opnione! Ciao🤗

    1. Andrea Lipparini · · Rispondi

      Lo nolleggiammo una sera e mi ricordo che ogni tre minuti saltavamo dalla sedia… dovrei rivederlo e sicuramente come dici tu ha un ritmo che il capostipite non ha,forse anche per una questione temporale,1979 contro 2005…il film di Damiani è veramente superiore, nonché veramente spaventoso.. bellissima analisi,come sempre 😊👍

      1. Sì, è sicuramente una questione temporale, però ci sono film degli anni ’70 che ti tengono inchiodato alla poltrona. Questo purtroppo ti fa venire soltanto sonno 😀

    2. Visto anche io la sera di Halloween. Dovrei riuscire a far uscire l’articolo per mercoledì!

  3. Beh non è di tutto giorni vedere il corpo maschile sessualizzato, originale ancge solo per questo

    1. Ma infatti era un elemento di assoluta originalità. Mi dispiace per il povero Reynolds trattato come un pezzo di carne, però

      1. Alle molte attrici che mostrano le tette però va bene?
        Almeno lui nn è nudo

        1. No, il punto è che non va mai bene. Non fatto in questo modo perché non ha alcun senso.

  4. Pensare che ho conosciuto la saga di Amityville proprio grazie a questo film. Dopodiché ho recuperato subito il primo film e ne sono rimasto alquanto deluso. Non era niente di che è, come hai sottolineato, era più importante che bello. Concordo però su tutto quello che hai detto sul remake in particolar modo sul ritmo. Nonostante abbia dei momenti alquanto sciocchi tipo la bambina fantasma che appare prima impiccata e poi con un proiettile in testa (decidetevi sul come mostrarla da morta), almeno si fa guardare.

    1. La bambina fantasma sarà morta duecento volte in duecento modi diversi, a seconda delle paturnie dello sceneggiatore 😀

      1. Poveretta. Datele un pò di pace!

  5. Giuseppe · · Rispondi

    Posso dire che il film di Damiani è la cosa migliore mai prodotta da questa saga? Rosenberg ha il solo “merito” (chiamiamolo così) di averla iniziata ma, davvero, altro non gli si può riconoscere. Quanto al ritmatissimo remake, continua ancora a sembrarmi del tutto superfluo esattamente come all’epoca della sua uscita (oltre ad essere davvero troppo “reynolds-centrico” per lasciare il giusto spazio agli altri protagonisti, Melissa George in primis)…

    1. Il film di Damiani è bellissimo, e ne parleremo a breve, perché sta per compiere 40 anni!

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