Fear Street Parte 3: 1666

Regia – Leigh Janiak (2021)

Io non se vi rendete conto del momento che stiamo vivendo. Ve lo chiedo perché succede spesso, di non far caso a quanto si è fortunati, ma vi faccio un piccolo elenco: ieri un film dell’orrore ha vinto la Palma d’Oro a Cannes, un film dell’orrore diretto da una donna, aggiungerei. Trattasi di Titane, di Julia Ducournau, nata nel 1983; su Netflix possiamo ammirare un horror italiano di un certo peso e livello, di cui parleremo qui mercoledì, A Classic Horror Story di Roberto de Feo (classe 1981) e Paolo Strippli (classe 1993!); infine, per tornare al post odierno, sempre su Netflix, ci siamo goduti una trilogia ad alto budget, vietata ai minori di 14 anni, che salta a piè pari gli anni ’80 dell’odiosa mia generazione, facendone programmaticamente a meno e spostando l’asse della nostalgia (se così si può chiamare) più avanti. Anche questa trilogia è diretta da una donna, la più “anziana” del mucchio: Leigh Janiak è infatti del 1980.
Oltre alla portata storica di questi tre eventi concomitanti, le date di nascita mi interessano perché c’è un bel ricambio generazionale, e viva Dio.
E infatti chi si lamenta, signora mia, della presunta morte dell’horror, è tutta gente dalla mia età in giù, gente che dagli anni ’80 non è mai uscita, che in quel periodo si è formata e non accetta in alcun modo che il cinema abbia proseguito, lasciandoli indietro.
Per citare le parole di Harmony Colangelo nel podcast dedicato alla prima parte di Fear Street: “Siete vecchi, ammettetelo”.

Questo per dire che il mondo è cambiato e sta cambiando, e il genere che prima e meglio degli altri ha intercettato questo cambiamento e lo ha fatto proprio, è stato l’horror, alla faccia di chi continua a definirlo conservatore e reazionario.
Tra le varie ragioni per cui una cosa come Fear Street è un evento, va annoverato anche e soprattutto che la trilogia ha definitivamente portato nell’horror più commerciale la presa d’atto, irrevocabile, del cambiamento.
Abbiamo infatti un horror queer in cui gli emarginati e i reietti si alleano per mettere fine a una maledizione perpetrata da un potere di forma patriarcale, che oltretutto va a colpire la parte di società più povera. Io credo che a farlo ancora più chiaro di così, si sarebbe rischiata la didascalia. E credetemi, non è un problema, perché, per citare il vecchio Rod Serling, più è ampia la fascia di pubblico cui ti rivolgi, più devi essere chiaro e non temere di essere giudicato pedante.

Fear Street 1666 chiude la storia iniziata con 1994, collega tutti i fili lasciati pendenti e ha persino lo spazio per un paio di colpi di scena, che qualcuno definirà “telefonati”, mentre io preferisco usare il termine “auspicabili”.
Se con il primo capitolo il punto di riferimento cinematografico dell’operazione era l’horror figlio di Scream e, col secondo, il summer camp slasher, 1666 va a pescare nel cinema horror contemporaneo, che guarda al passato, in questo caso a quello coloniale, per cercare le radici del male che infetta la società moderna. Quindi sì, Fear Street 1666 è anche un folk horror, o per i puristi, ha una forte componente folk, ma vive su un generalizzato imbastardimento dei vari filoni che compongono il mosaico del cinema dell’orrore. E, anche in questo, è estremamente contemporaneo, con la differenza rispetto ai suoi due predecessori, che dove quelli di identificazione più immediata, anche se non univoca, 1666 è molto più ibrido e sfuggente.

La prima parte, chiamiamola così, esplicativa ambientata nel XVII secolo cede il passo a una seconda parte risolutiva in cui torniamo nel ’94, e quindi alle atmosfere da meta-slasher care al primo capitolo della trilogia, ma andiamo comunque a pescare nella tradizione e nel folclore locale di Shadyside con una consapevolezza nuova: sappiamo chi è il villain dell’intero trittico, questa volta, e sappiamo quanto sia facile ricostruire la storia e la leggenda a uso e consumo di chi detiene il potere: cancellare persone o cambiarne il ruolo avuto negli eventi, tutto al fine di preservare lo status quo che fa comodo a pochi e si nutre del dolore di molti.
In altre parole, torniamo al ’94 forti della verità che di solito rende liberi e spezza le catene.
Sì, la metafora è estremamente gridata, ma che ci volete fare? Noi che guardiamo film dell’orrore non solo siamo duri di comprendonio, ma amiamo far incazzare quelli che “ai miei tempi l’horror non era politico”. Vedasi, a tale proposito, due film degli anni ’80 di cui ho parlato di recente per farvi due risate sulla natura disimpegnata del genere.

È importante, anzi, è rivoluzionario che un messaggio simile arrivi su Netflix in quello che rappresenta, salvo ulteriori e successivi colossi in arrivo (Candyman, sto parlando di te), l’evento horror dell’anno: nello slasher classico, ma anche in quello post Scream, la norma vinceva sempre sulla devianza. Ricordiamo di sfuggita che l’obiettivo stesso dello slasher è il ripristino di ciò che vi era prima dell’arrivo del killer mascherato. Fear Street sovverte questa regola tacita, ed è la devianza a vincere sulla norma, perché è la norma a essere malvagia. Non c’è nulla di buono o da salvare nello stato di cose attuale, va sradicato, va raso al suolo alle fondamenta, per costruire al suo posto un luogo più accogliente e variopinto, in cui ognuno abbia il suo posto e il suo spazio. I ragazzi che, negli slasher anni ’80-’90, erano vittime o macchiette facenti funzione di carne da macello, qui sono i protagonisti e, alla fine, i sopravvissuti alla mattanza. Vero che ci era arrivato prima il remake del 2019 di Black Christmas, ma Fear Street afferma il concetto con più forza, più coerenza, ed è anche una serie di film più riuscita.

“Non ho paura del diavolo, ho paura dei nostri vicini, ho paura della madre che guarderebbe sua figlia impiccata”, dice Sarah Fier ad Hanna, perché in fin dei conti il demonio è qui soltanto uno strumento nelle mani di un uomo, una base su cui edificare secoli di oppressione.
Non è un caso se spezzare la maledizione che grava su Shadyside tocca a un gruppo di persone che mai sarebbe arrivata ai titoli di coda in uno slasher degli anni ’80 o ’90.
Fear Street dimostra, partendo da un’operazione commerciale apparentemente nostalgica, quanto possa essere pericolosa la nostalgia per i bei vecchi tempi, a che orrori porti la venerazione nei confronti del passato, e quanto sia difficile, con una zavorra fatta di razzismo sistematico, omofobia e misoginia, progredire verso il futuro.
Per quello che rappresenta, per lo sforzo produttivo alla base, per la complessa architettura cinematografica e politica messa in piedi da Janiak, per i personaggi che non dimenticherò facilmente, per Deena e Sam, per Ziggy e sua sorella Cindy, ma anche per Simon e Kate, Fear Street si prepara a essere ricordato come l’horror più significativo del decennio.
Io non posso fare altro se non ringraziare Leigh Janiak per averci fatto questo regalo. E ora avanti così, verso il sol dell’avvenire.

13 commenti

  1. Guardate, io sono felicissimo e la trilogia mi è piaciuta un botto. Personalmente non vedo l’ora che la società cresca e migliori e lo dico da uomo (etero) che certe cose ha cercato (goffamente, ma sempre da quando ero adolescente in uscita solitaria e dolorosa dal cattolicesimo) di cambiarle anche su sé stesso. Spero veramente che certe barriere saltino definitivamente: che l’amore sia amore e basta, che la famiglia sia famiglia e basta, che le persone siano persone e basta. E che se c’è da posizionarsi politicamente sui diritti sociali (la povertà per me rimane un problema mostruoso, che tral’altro sta colpendo gli uomini in modo pazzesco – sono un ex volontario coi senza fissa dimora) lo si possa fare insieme. Internet sta facendo un lavorone da questo punto di vista: sto intrecciando ateismo e diritti, ad esempio, e la rete mi sta aiutando alla grande.
    E io che avevo dato una chance allo sceriffo: ah ah ah, e invece è (SPOILER) il diavolo!
    Ho un appunto, però chiedo anche la vostra (adoro sbagliarmi e imparare): una “normalizzazione” molto positiva delle diversità in senso inclusivo, se penso ai film per ragazzi (i miei preferiti, alla fine) è in corso da anni fuori dall’horror e con risultati favolosi (Booksmart, Tuo Simon, Sex Education…) (e ce n’è anche per me che ci tengo pure alla messa in scena dell’eterosessualità – Superbad, Emo the musical, Sex Education, Easy Girl…) tanto che in alcuni casi si è fortunatamente superato anche la tendenza al vittimismo, le rappresentazioni “folkloristiche” (che comunque vanno bene) e la tragedia a tutti i costi per cui a me sembra che l’horror arrivi dopo, non prima. Però è vero che Fear Street, sotto l’intrattenimento, è compesso e tocca tanti aspetti della società, che ha una maggior stratificazione e che, in fin dei conti, una storia rinnovata parte dal 1994 (boh, anno in cui è uscito Priscilla, Nuovo Incubo e dove parte la vicenda di My Soul To Take… ma qui vado proprio a braccio…).
    Finale col botto e per un momento mi sono immaginato lo scontro epico tra i killer genealogici e i ragazzi morti di Shadyside: talvolta corro più avanti del film per conto mio:-)
    Grand figata! Sono incazzato e al tempo stesso pieno di voglia di abbracciare il mondo. W l’horror!

    1. Sulla normalizzazione di personaggi queer hai perfettamente ragione: il cinema teen ha fatto un percorso molto simile a quello dell’horror, anche perché, quando un genere è sottovalutato e passa sotto i radar, può permettersi cose che altri generi non possono fare.
      Ma l’horror è arrivato prima, forse per la sua stessa natura eversiva, a parlare di questa alleanza tra oppressi che ha lo scopo di sradicare completamente la società ingiusta in cui viviamo.
      Qui è arrivato per primo.

      1. Horror is the law! 🙂

  2. Blissard · · Rispondi

    Grazie Lucia, hai letto nel film (e nella trilogia più in generale) tanti elementi che onestamente non avevo colto.
    Io faccio parte di quelli troppo vecchi, ahimè; avessi avuto vent’anni questa trilogia magari mi avrebbe schiuso un mondo, con più di 40 sul groppone invece colgo più i difetti dei pregi, in particolare nel terzo episodio, ne quale il diciassettesimo secolo viene ricostruito alla bell’e meglio, alla maniera di una recita scolastica, e una volta tornati nel 1994 sembra che non si sappia più che pesci pigliare, tra trappole per mostri che fanno rimpiangere – ahinoi – le horror comedies anni 80 e una parte finale che purtroppo manca di intensità.
    Al di là del macro-messaggio di per sè banale (c’è ancora qualcuno che può tifare per i villici infoiati e contro le streghe? Nel 2021? Ma manco Trump probabilmente… no forse lui sì, wrong example), la cosa che ho trovato più interessante è l’idea che si deve diffidare anche e soprattutto delle facce pulite, che sembrano solidali e compassionevoli e poi tac, basta che ti giri che te la infilano…
    Io adoro la Janiak ed è probabile che nessuno, posto di fronte alle medesime condizioni (stiamo pur sempre parlando di un esperimento televisivo-cinematografico), avrebbe potuto fare meglio, però devo ammettere che FS: 1994 aveva creato in me delle aspettative qualitative (e anche di coraggio e originalità) che purtroppo i due episodi successivi hanno disatteso.

    1. Ma credo tu sia parecchio più giovane di me, sai?
      Quindi no, non sei per niente vecchio 😀

      1. Blissard · · Rispondi

        Macché, sono di metà anni 70, sono assai più vecchio di te 😦
        PS: aspetto con ansia di leggere cosa ne pensi di A classic horror story, che io ho trovato geniale ma che in giro non mi sembra sia stato particolarmente apprezzato

        1. Ti giuro che ti credevo di almeno 4 anni più giovane! :O
          Ti premetto che ho apprezzato moltissimo il film nel suo complesso, tranne un dettaglio che me lo ha fatto quasi andare di traverso, ma ne parlerò con calma mercoledì!

  3. Annarita · · Rispondi

    CiaoLucia, questa trilogia l’ho adorata, ho visto tutte e tre le puntate tra sabato e domenica. Avvincente, gore quel tanto che basta, scritta benissimo, girata benissimo… Dopo quel capolavoro(insuperato) di the haunting of hill house, la mini serie horror migliore di Netflix!!

    1. Sì, Hill House batte tutte le altre produzioni di Netflix di parecchie spanne, ma Fear Street, come esperimento cinematografico, perché non è una serie, è anche più innovativo, se vogliamo.
      Grandissimo, comunque.

  4. Andrea Lipparini · · Rispondi

    Complimenti davvero!… bellissima e giustissima analisi.. l’horror ha un grande potere e lo amo da oltre quarant’anni.. parafrasando un film”pensieri e parole possono cambiare il mondo”..no, pensieri, parole e in questo caso il cinema possono cambiare la gente..e la gente può cambiare il mondo!.. trilogia fantastica, grazie mille!

    1. Il grande potere del cinema sta proprio, come dici tu, nel riuscire a cambiare la testa della gente.
      La speranza è che la gente cambi sul serio e pure in fretta. L’horror in questo aiuta tanto perché si rivolge a un pubblico giovane e ricettivo al cambiamento.

  5. Emanuel · · Rispondi

    Buona recensione! Fatta con criterio, consapevolezza e passione probabilmente a differenza di altre che ho letto criticando a spron battuto.

    1. Ma io ti ringrazio infinitamente.

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