Fear Street Parte 2: 1978

Regia – Leigh Janiak (2021)

Dello slasher, di solito, si di dice e si pensa tutto il male possibile, a volte a ragione, spesso a torto, perché ci si basa più sul sentito dire che sull’effettiva visione dei film. Non so se vi ricordate i bei tempi in cui Siskel pubblicava l’indirizzo di casa di Betsy Palmer in una recensione di Venerdì XIII, causandole un sacco di guai soltanto per aver avuto l’ardire di partecipare a uno slasher. Non è cambiato molto da allora, nella mentalità comune: lo slasher è il grado zero del cinema horror, e un tipo particolare di questo filone, il summer camp slasher, è tenuto in ancora più bassa considerazione.
La seconda parte di Fear Street è un summer camp slasher, così come il suo predecessore era un teen slasher anni ’90, anche quello abbastanza vituperato dopo l’exploit di Scream, un film che oggi è molto amato in lungo e in largo, ma per parecchio tempo è stato accusato di essere la fonte primigenia di ogni male sulla terra.
Questo per dire che l’operazione Fear Street somiglia sempre più a una breve storia dell’horror dal basso, cosa anche dichiarata abbastanza apertamente all’inizio del primo film, quando una donna definisce i libri di Stine “lowbrow horror”.

È un concetto, a mio avviso, importante da tenere a mente, perché l’esordio di Janiak è parte di quel gruppo di film che, a metà del decennio scorso, ha dato vita al cosiddetto “post horror” o, ancora peggio, “elevated horror”, messo in netta contrapposizione con l’horror per bambini scemi, di cui ogni capitolo di Venerdì XIII ed epigoni vari fanno parte.
È possibile, date le premesse, che il terzo capitolo di Fear Street strizzerà l’occhio proprio all’horror contemporaneo: se così sarà, allora Janiak chiuderà il cerchio e dimostrerà che non vi è una contrapposizione, ma continuità, all’interno di una storia lunga ed estremamente complessa.
Lo slasher, da questo punto di vista, è la narrazione più consona: si adatta a tutto, è una formula che si può seguire concedendosi delle forzature che ne amplificano l’efficacia, e inoltre instaura un dialogo costante con il pubblico che ne conosce le regole e resta spiazzato, ma in maniera piacevole quando vengono infrante o esposte.

Non dimentichiamo, tuttavia, che grattando la superficie, Fear Street somiglia sempre più a un folk horror: c’è una leggenda con radici molto antiche, si va scavare nel passato della colonizzazione del suolo americano, c’è una strega, ritratta fino a questo momento con una connotazione negativa, ma che potrebbe riservare delle sorprese e dei ribaltamenti nell’ultimo film, e c’è soprattutto una maledizione che grava sulla piccola città di Shadyside, dove gli abitanti sono più poveri, più sfortunati, più emarginati di quelli della ricca e ridente Sunnyvale.
In altre parole, lo slasher è una struttura di facciata utile a raccontare una vicenda diversa. O, meglio ancora, è un linguaggio con cui stabilire un canale di comunicazione privilegiato con un pubblico che a quel linguaggio è abituato, per poi colpirlo a tradimento con elementi meno riconoscibili.

In Fear Street Part 2 c’è tutto ciò che siamo soliti associare allo slasher: un campeggio con gli animatori adolescenti e, in quanto tali, occupatissimi con sesso e droghe varie, una predestinata final girl virginale e sobria, una fauna di personaggi da identificare sin dalle prime battute come sacrificabili; ci sono i bulli e gli sfigati con gli occhiali, gli scherzi crudeli, le baracche in legno: è Venerdì XIII, ma è anche Sleepaway Camp e The Burning. E poi c’è la scheggia impazzita rappresentata dal personaggio di Sadie Sink, Ziggy, che non risponde ai cliché tipici dello slasher e fa un po’ da battitrice libera, forza lo schema con la sua sola presenza.
Siamo certi di sapere come andrà a finire perché è un flashback di cui già conosciamo gli esiti, ma non è così; ci siamo fatti il nostro piccolo prospetto in testa sulla successione delle morti, e invece ci saranno delle sorprese. Soprattutto una, sarà particolarmente dolorosa, e non perché esplicita e violenta come quell’uccisione lì di Part 1, ma perché colpirà un personaggio che non dovrebbe essere arrivato fino a quasi alla fine del film e ci dispiacerà moltissimo vedere andare via.

Questo secondo capitolo di Fear Street è tutto così: con una mando dà, con l’altra toglie, ti accompagna lungo una strada segnata e poi sterza all’ultimo secondo, rispetta le convenzioni del genere alla lettera, sia per quanto riguarda la sua iconografia che la scansione narrativa, è una replica perfetta, anche nello stile e nell’estetica, degli slasher del primo ciclo produttivo (quello da Halloween a Nightmare escluso, per capirci), ma poi fa di testa sua perché ha uno sguardo contemporaneo e quindi distante sul filone, se ne appropria e se ne smarca, e in questo è una riuscitissima rielaborazione basata su una conoscenza quasi enciclopedica del settore e su un affetto profondo per quei vecchi film che tanto sono stati vituperati nel corso dei decenni.

Ora diventa davvero interessante vedere dove andrà a parare l’ultima parte della trilogia, e sarà soprattutto necessario capire se l’esperimento Fear Street resterà un caso isolato o diventerà una costante nel mondo dello streaming: si tratta infatti di un evento che può esistere soltanto in un determinato contesto. Tre film, sparati a distanza di una settimana l’uno dall’altro, che raccontano un’unica storia, ma ognuno con la propria identità. Impensabile farlo al cinema e troppo dispendioso per una serie tv; presa nel suo complesso, Fear Street è un’opera figlia dello streaming ed è forse la prima vera novità che queste piattaforme abbiano partorito.
Noi tireremo le somme la prossima settimana con il gran finale. Per il momento, e per gusti personali, credo che questa seconda parte sia qualitativamente al pari con la prima: perde qualcosa sul versante personaggi, ma perché, come ogni summer camp slasher degno di chiamarsi tale, sono una piccola folla in confronto al ristretto gruppo di 4 del primo film e approfondirli tutti era non soltanto impossibile, ma neppure richiesto dal filone di appartenenza.
Ci guadagna invece nella colonna sonora, con una scelta di brani forse meno definitiva, ma anche meno banale.
Più di tutto, credo che Fear Street rappresenti un’enorme vittoria per Janiak, alla sua seconda prova in un lungometraggio (e qui sono addirittura tre!) e perfettamente a suo agio con una grande varietà di stili, toni e atmosfere.
Al solito, il presente dell’horror è fantastico e il futuro è roseo. Buona permanenza nel campo Nightwing, e cercate di restare vivi.

13 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Ti devo confessare che questo secondo capitolo mi ha lasciato più freddo, un po’ perchè l’ho trovato alquanto farraginoso, un po’ perchè il tratteggio meno accurato dei personaggi – che rilevi anche tu – mi ha precluso il coinvolgimento emotivo nella vicenda, con le scene atte a suscitare emozioni (i battibecchi e il chiarimento tra le sorelle, tra Alice e Cindy, gli amoreggiamenti tra Ziggy e Nick) che mi sono sembrate corpi estranei buoni solo per allungare il brodo.
    Intendiamoci, il film è ben fatto e si segue piacevolmente, le parentesi esoteric-horror e gli spunti stomachevoli (a base di rettili, scarafaggi, muschio rosso e persino un ammasso organico pulsante) testimoniano di ambizioni più elevate rispetto ai classici prodotti Netflix e la gestione delle (dis)avventure parallele dei vari personaggi è degna di miglior causa, ma qualitativamente siamo comunque almeno una spanna sotto Fear Street 1994.

    1. Gli amoreggiamenti tra Nick e Ziggy sono sembrati un corpo estraneo anche a me, ma forse potranno servire in futuro, non lo so.
      Per quanto riguarda il rapporto tra sorelle, al contrario, l’ho sentito particolarmente, e a tale proposito, gli amoreggiamenti di cui sopra hanno una sfumatura un po’ sinistra, perché in pratica Nick cerca ogni due minuti di convincere Ziggy a mollare sua sorella. Non so se anche questo elemento tornerà nell’ultima puntata. Staremo a vedere.
      MI è piaciuto anche, tantissimo, il personaggio di Alice, e infatti ci sono rimasta di merda.

  2. Non ho (ancora) visto i film e mi fido del tuo giudizio, ma comincio anche ad avere dei seri problemi quando viene usata l’etichetta di “folk horror”, soprattutto sui prodotti ambientati in America, perché il folklore americano è una cosa diversa.
    L’ombra lunga del passato è quasi una costante della narrativa orrifica, e perciò non basta a fare di una storia un folk horror.
    Serve l’elemento folk, ovviamente, ma qui l’America diventa complicata.
    Se è folklore coloniale, Salem, i padri pellegrini e Raonoke e tutte quelle cose lì, allora magari siamo nel campo del colonial gothic (il terzo film di questa serie sarà ambientato nel 1666 – da un punto di vista temporale ci starebbe – sarà anche gotico? Chissà). Oppure andiamo a prendere le leggende e le tradizioni dei nativi americani?
    Sono folk horror Shining, o Pet Sematary perché c’è il cimitero indiano?
    E poi c’è il legame col paesaggio.
    È folk horror Blair Witch, perché in un posto isolato, in un bosco sinistro “raccontano di una strega…”?
    Ed è fondamentale l’idea della comunità come partecipe di una conoscenza segreta che esclude gli estranei (e li accoppa).
    È folk horror Ghost Story di Straub perché raccontano vecchie storie ed è una piccola comunità?
    E sì, anche l’idea che la civiltà moderna sia una patina passeggera che riesce a malapena ad arginare pratiche che noi creature civilizzate troviamo orrifiche, ma i bifolchi no.
    È il vecchio Dunwich Horror con Sandra Dee forse un folk horror?
    Io sono vecchio, e mi piacerebbe che ci fossero dei parametri definiti.
    Che in effetti ci sono, ma ormai OK, “folk horror” è come “noir”, o “weird” o “pulp” o “urban fantasy”, è un’etichetta che vende, perciò la appiccichiamo anche sugli hamburger.
    Ripeto, sono vecchio, è un problema mio. Non ho alcun intento polemico.

    1. Non so in che direzione andrà l’ultimo film dei tre, però pare muoversi verso un retaggio proprio folk. Ovviamente non folk horror inglese, ma americano. Un po’ simile a roba tipo The Witch o a alcuni spunti della recente serie tv Them.
      Qui c’è un fortissimo legame con il luogo e con la sua storia. Anzi, è in questo legame che, in teoria, dovrebbe risiedere il nocciolo di tutta la vicenda.
      Staremo a vedere, se di folk horror si tratta o no.

      1. Danilo Bevilacqua · · Rispondi

        Nella mia naiveté, ho sempre pensato che l’etichetta folk-horror fosse stata coniata per dare dignità ad una formula nata quasi per miracolo con un solo, strabiliante, film e quasi mai riproposta. Mi riferisco, naturalmente, a The Wicker Man.
        Pertanto i film non esemplati su quel modello o perlomeno non intrisi di un elemento perturbante connesso a cultualità pagane in seno ad inquietanti comunità in regioni remote mi riesce difficile ascriverli a questo filone (che, in ultima analisi, conta una manciata di film incluso l’ineguagliabile capostipite). Peraltro questo pacchetto di elementi (a cui aggiungerei le suggestioni mitologiche di un Penda’s Fenn o di un Picnic a Hanging Rock) si nutre dell’irriducibile estetica lisergica dei seventies al punto che i film che oggi ambiscono a riproporne gli stilemi non possono che nascere come spregiudicate operazioni post-, vedi Midsommar (operazioni di altissimo livello, in questo caso).
        Non definirei, ad esempio, The Witch di Eggers un Folk-Horror, mentre lo trovo sensato per In The Earth, ad esempio.

        1. The Witch è stato definito dal suo stesso autore come un horror intriso di folk, quindi non saprei. Sulle definizioni tendo a non essere mai troppo restrittiva.
          in realtà (però questo si evince solo dal trailer, quindi magari non sarà così) “cultualità pagane in seno a inquietanti comunità in regioni remote” sembra proprio la frase di lancio del prossimo e ultimo capitolo di Fear Street.

        2. Il primo folk horror propriamente detto è Blood on Satan’s Claw, del ’71, del quale il regista Piers Haggard disse “stavamo cercando di girare una specie di folk-horror”, ed ha così anche la paternità del termine. The Wicker Man e Witchfinder General sono sucessivi e costituiscono la cosiddetta “santissima trinità del folk horror”, definita da Mark Gatioss in un documentario per la BBC.
          E se è vero che il genere nasce negli anni ’70 ed intercetta la parabola discendente del movimento hippie e tutto l’armamentario lisergico dell’epoca, l’elemento allucinatorio ed onirico è solo uno dei (possibili) elementi caratteristici di questo sottogenere che è, in effetti, estremamente plastico e “discutibile” (ci cacciano dentro da Witchcraft con Lon Chaney a Q, passando per The Devil Rides Out).
          Come dicevo nel mio commento sopra, in questo momento l’etichetta “folk horror” è comunque sulla buona strada per diventare vuota ed abusata quanto “noir” usato per indicare i polizieschi (“Agatha Christie, la Regina del Noir!”), o “pulp”, o “weird”, per cui non dubito che presto ci verranno a dire che Un Lupo Mannaro Americano a Londra è un folk horror perché, hey, c’è la brughiera e ci sono le scene da incubo.

  3. Io mi sono divertito un casino. I pugni allo stomaco non sono mancati (SPOILER: la meglio muore). Non vedo l’ora di finire la storia. Credo che, a sto punto, ci saranno parecchie sorprese. Avrei tanto da dire, ma aspetto il finalone.
    Ziggy è fantastica e col cavolo che la abbandonavo per fare lo sceriffo (ma io sono un outsider, è facile:-)
    Faccio una considerazione sullo slasher craveniano: lo slasher è immediato e funziona con durate da cartone animato. Craven però si prendeva quei 15/20/30 minuti in più che gli permettevano di dare un altro respiro alla storia. Ad esempio, nella caratterizzazione dei personaggi. Lo fa anche Fear Street. Questa cosa mi piace molto perché nel film mi perdo e vorrei che non finisse mai. E poi, perché amo i personaggi fighi e umani.

    1. Infatti il personaggio migliore muore proprio a tanto così dalla salvezza e io ci rimango di merda.
      E il futuro sceriffo è uno stronzetto.

      1. Però un po’ lo fa apposta la Janiak: cosa pensa, che chi guarda gli horror non abbia un cuore? Eh? Eh? Io poi non ci dormo su ste cose! 🙂
        Lo sceriffo sì. Però nel 3 potrebbe ancora riscattarsi. Si dovrà sforzare molto…

  4. Giuseppe · · Rispondi

    A questo punto, sto meditando di aspettare direttamente il terzo per poi spararmeli tutti e tre di fila…

    1. Beh, io credo che sia un’ottima idea. Probabilmente lo farò anche io, dopo aver visto il terzo film!

  5. Corpo (smembrato) di mille slasher! Fear Street (1,2, e anche 3) spacca proprio! In tutti i sensi…

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