Zia Tibia Guarda i Sequel: Wrong Turn 2 – Dead End

Regia – Joe Lynch (2007)

Esiste una lunga diatriba su chi sia il diretto responsabile dell’horror di inizio millennio e delle sue caratteristiche così specifiche e facilmente identificabili: è un testa a testa tra il remake di Non Aprite quella Porta e Saw. La mia scuola di pensiero è minoritaria e guarda a Wrong Turn, che arriva in sala lo stesso anno, ma sei mesi prima del film di Nispel, come all’anello di congiunzione tra slasher anni ’90 e torture porn, infilandoci pure in mezzo quello sguardo al passato, agli anni ’70 per la precisione, tipico di molto horror post 11 settembre.
C’è da dire che né Wrong Turn né Saw, nonostante la memoria che si ha di loro, sono film particolarmente espliciti per quanto riguarda la violenza mostrata in campo, al contrario di The Texas Chainsaw Massacre, che ci andava giù abbastanza pesante, soprattutto se paragonato all’esangue e addomesticato horror del decennio precedente. Ma nulla in confronto a quello che sarebbe accaduto di lì a poco o che già accadeva in Francia con un Alta Tensione a caso.
Il primo sequel di una delle saghe più longeve del XXI secolo arriva soltanto nel 2007 e, stabilendo una tradizione valida per tutti gli altri film, è un luridissimo DTV che ci mostra con estrema chiarezza quanto siano cambiate le cose nel frattempo.
Si tratta anche dell’unico buon film di tutta la serie, per alcuni critici addirittura superiore al capostipite. Per i sofisticati intellettuali come me è semplicemente “quello con Henry Rollins“.

Alla regia troviamo Joe Lynch, prezzemolino dell’horror negli ultimi 20 anni, che qui esordisce dietro la macchina da presa e mostra sin da subito le sue doti di autore di classe, attento alle sfumature e ai piccoli dettagli, come si evince dalla sequenza d’apertura, in cui Kimberly Caldwell (che interpreta se stessa) viene tagliata a metà da un’accettata in fronte, e sui suoi intestini fumanti rimasti a terra, appare il nome del regista. Al di là di ogni possibile e facile ironia, si tratta di una scena che non si dimentica e, soprattutto, ci fa capire dall’inizio a cosa stiamo andando incontro.
Wrong Turn 2 è sei volte più violento e truce del suo predecessore, possiede quella qualità un po’ sordida del DTV, tipica di un’epoca in cui uscire direttamente per il mercato home video era considerato appannaggio di produzioni ben al di sotto della serie B, e non si tira indietro di fronte a niente. È un film spudorato, come lo saranno i successivi capitoli, ma senza la loro sciatteria e senza la meschinità bieca che li avrebbe poi contraddistinti. In altre parole, è ancora un film che racconta una storia, per quanto lineare e schematica, e funziona proprio perché cerca di inventarsi delle novità narrative.

Non ci troviamo di fronte ai soliti adolescenti in campeggio o in una generica libera uscita: nei boschi della Virginia abitati dalla famiglia di mutanti deformi e cannibali, derivati da generazioni di accoppiamenti tra consanguinei, sbarcano cast e troupe di un reality show survivalista, presentato dal nostro Henry Rollins, qui nei panni di un ex marine che, per sbarcare il lunario, si presta a questi spettacoli poco edificanti. La fauna che partecipa al reality è variegata e stereotipata, com’è giusto che sia, ma sempre nei limiti della decenza, e riserva anche qualche sorpresa, specialmente per quanto riguarda l’individuazione della final girl di turno, la cui identità ci si palesa con quell’attimo di ritardo tale da tenerci sulla corda e da non lasciare spazio a dubbi: in questo film non c’è plot armor abbastanza spesso da tenere qualcuno al sicuro.

Non vorrei dire una fesseria non suffragata dai dati, ma il sospetto forte è che a nessun produttore sarebbe mai venuto in mente di finanziare un seguito di Wrong Turn se non fosse uscito, l’anno prima, il remake de Le Colline Hanno gli Occhi: se ci pensate, l’aspetto delle due famiglie di mutanti è abbastanza simile, al netto del budget più alto per il film di Aja e della presenza di uno come Greg Nicotero a curare il trucco. E tuttavia, il contrasto tra la deformità dei bifolchi e la perfezione dei corpi dei protagonisti è qui molto più forte, stridente e sgradevole rispetto al primo Wrong Turn, e sembra prelevato di peso da Le Colline Hanno gli Occhi.
Oltre al classico inbreeding, luminosa tradizione del Sud degli Stati Uniti dai tempi di Faccia di Cuoio, qui abbiamo un altro motivo per cui i cannibali che vivono cacciano i turisti hanno un aspetto così mostruoso: lo sversamento di liquami tossici nel fiume, la conseguente evacuazione di quasi tutti, la caparbietà di restare nella propria casa e sulla propria terra, anche a costo di nutrirsi di carne umana (gli animali sono stati sterminati dall’acqua avvelenata) e diventare dei freak.

C’è un filo diretto che lega i Sawyer, il clan di Jupiter (in entrambe le versioni) e gli Odets di Wrong Turn, e non si tratta soltanto delle loro discutibili abitudini alimentari, ma dell’atteggiamento comune nei confronti dell’America “civilizzata”, niente altro, dal loro punto di vista, che una pressoché infinita riserva di proteine; un atteggiamento beffardo, di scherno, quasi che l’orrore espresso da quei corpi normali davanti ai loro bubboni, denti sporgenti, e pustole varie, li divertisse un mondo. La contrapposizione tra due gruppi umani così radicalmente diversi può essere giocata con più o meno eleganza. Craven, per esempio, mettendo tutto su un piano di reciproco riconoscimento tra due nuclei familiari che, in fondo, si specchiavano l’uno dell’altro, se l’era giocata in modo molto raffinato. Hooper era stato più rozzo, ma anche più potente. Ovvio che con uno come Lynch si scende di parecchi livelli, e infatti in Wrong Turn 2 tutto viene appiattito sull’exploitation più becera.
Ma va bene lo stesso, se sappiamo cosa stiamo comprando, giusto?

Anche perché, quasi tutto l’horror americano del primo decennio del 2000, salvo rare eccezioni, non si schioda dall’exploitation: il torture porn è una forma di exploitation, dopotutto, e Wrong Turn 2 non fa niente di diverso da quello che facevano i film di serie B degli anni ’70 e ’80, quelli di cui abbiamo parlato giusto all’inizio della settimana nell’articolo su Censor: sangue, sesso e scene shock. Allo stesso tempo riesce a creare una vera sensazione di disagio quando ci fa vedere più da vicino lo stile di vita di questi hillibilly, quando ce li mostra nella loro normalità che, se non consideriamo le loro abitudini alimentari discutibili e la sporcizia fetida in cui si rotolano da mane a sera, è molto simile alla nostra.
Che è poi è per questo che li odiamo e li vogliamo vedere morti malissimo: non è tanto il fatto che ci vogliano squartare e poi mangiare, quanto il fatto che siano brutti e sporchi e, nonostante questo, abbiano una vita sessuale, una famiglia anche abbastanza unita, e dicano la preghiera a tavola la sera prima di divorare tra i grugniti la carne dei nostri amici e compagni di sventura.
Come vedete, siamo in piena zona Wes Craven: odiamo in loro ciò che ci somiglia.
Certo, non è espresso con la stessa intelligenza, ma è espresso qui, nella saga di Three Finger e degli Odet, per la prima e ultima volta con una certa consapevolezza, a mio avviso superiore a quella di Aja, ma di questo ne parleremo a breve, ve lo prometto.
Per ora, se vi avanza un’oretta e mezza in queste serate estive, io un’occhiata senza impegno a Wrong Turn 2 la darei. A suo modo, è un interessante reperto archeologico.

Un commento

  1. Giuseppe · · Rispondi

    Interessante l’ipotetica correlazione fra il remake de Le colline hanno gli occhi e questo sequel (migliore dei successivi) di Wrong Turn: in effetti, le somiglianze che hai notato ci sono, sì, e mi sembrano anche abbastanza marcate da non far pensare a una coincidenza…
    Anche la presenza della poetica di Craven, pure se ridotta qui all’essenziale dal rozzo filtro dell’exploitation, è senz’altro un valore aggiunto. Oltre alla presenza di Henry Rollins, chiaro 😉

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