Tanti Auguri: 30 Anni di Il Pozzo e il Pendolo

Regia – Stuart Gordon (1991)

Oggi festeggiamo un outsider, un film di cui non credo vedrete celebrato il trentennale da qualche altra parte, forse un film che non conoscete neppure, chi lo sa. Si tratta di un minore di Gordon e di una classica produzione per l’home video della Full Moon a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, quando, primo tra tutti, Charles Band aveva fiutato il giro d’affari potenzialmente enorme dietro il mercato delle videocassette. Come il successivo Castle Freak, è girato in Umbria, più o meno nelle stesse location, e con una troupe parzialmente italiana: il direttore della fotografia è Adolfo Bartoli, per esempio, ma anche il reparto scenografia e costumi è composto quasi interamente da cinematografari de noantri, il che era un valore aggiunto, soprattutto per film a basso budget ma comunque molto ambiziosi come questo; ambizioso perché si svolge alla fine del XV secolo, ed è quindi in costume, è tratto da Poe, che di rado, negli spensierati anni ’80, e nei trucidi ’90, veniva portato sullo schermo, e ha un cast eccellente, su cui per ovvi motivi spicca Lance Henriksen nel ruolo dell’inquisitore Torquemada. Ma c’è anche il solito Jeffrey Combs e, in una particina gustosissima, addirittura Oliver Reed.

Non conosco a memoria la filmografia di Henriksen, anche perché ha in carriera almeno 260 crediti, però credo che sia un’occasione abbastanza inconsueta vederlo in un ruolo così prominente; direi che si tratta del protagonista, se non fosse che, sulla carta, Torquemanda è l’antagonista, però è, di fatto, il personaggio principale del film, quello con cui passiamo più tempo, quello più definito e approfondito e quello con cui la sceneggiatura di Dennis Paoli e la regia di Gordon ci costringono a condividere l’orrido punto di vista per gran parte del tempo.
Viene subito facile il paragone tra Henriksen e il Vincent Price de Il Grande Inquisitore, e in effetti Gordon era persona troppo colta, cinefila e preparata per non conoscere il film di Reeves, e per non sapere di essere forse l’ultimo arrivato a prendere parte a una tradizione che comincia negli anni ’60 con la Hammer e Roger Corman. Non penso, infatti, che la presenza di Oliver Reed sia casuale, come non è di certo un errore o il segno di una cattiva recitazione il fatto che tutti siano almeno cinque metri sopra le righe. The Pit and the Pendulum è un omaggio a un certo tipo di cinema gotico, di cui qui abbiamo discusso allo sfinimento, quindi vi risparmio l’ennesimo pippone, fatto però con lo stile di Gordon, e quindi feroce e radicale.

Nella ridente Toledo, anno del Signore 1492, l’inquisitore Torquemada fa il bello e il cattivo tempo: il film si apre con lui che fa frustare uno scheletro condannato per eresia in un processo postumo, e poi comanda che tutta la sua famiglia venga messa al rogo e tutti i suoi beni confiscati, tanto perché Gordon non fa di certo passare sotto traccia i veri obiettivi del Santo Uffizio. Ma se i “colleghi” di Torquemada si limitano a essere dei corrotti, lui è un individuo molto più particolare: è innanzitutto un sadico, ma della razza peggiore, quella aspirante alla santità, che mortifica la carne a suon di flagellazioni e cilici e infligge al prossimo le terribili punizioni che sente di meritare per se stesso. Il Torquemada messo in scena da Gordon e da Henriksen ha tutte le caratteristiche di un assassino seriale in nome di fede e castità. E qui torna di nuovo utile il ricordo di Vincent Price e della sua interpretazione di Hopkins: qui c’è una componente sessuale molto esplicita nel caratterizzare Torquemada, ma solo perché siamo nel 1991 e non nel 1968, e perché Charles Band, a un certo punto, ti deve far vedere almeno un paio di donne nude.

E infatti Torquemada viene tentato dall’avvenenza della bella moglie del fornaio di Toledo, e di conseguenza la accusa di stregoneria, da un lato perché non può accettare di essere attratto da una donna, dall’altro perché così può torturarla a suo piacimento e poi farsi frustare dal suo scagnozzo come penitenza. Non so se è chiaro, ma sto dicendo che The Pit and the Pendulum anticipa di circa una ventina d’anni il genere preferito dagli uomini di chiesa e dagli inquisitori: il torture porn. Nella sua qualità di trucido B movie targato Full Moon, è un film terribilmente morboso e cupo, con uno sguardo sulla storia di un profondo e lucido pessimismo. Senza raggiungere gli eccessi body horror di un From Beyond e senza possedere tutti quegli elementi da film pornografico di Castle Freak, l’unico film in costume diretto da Gordon è anche il suo più tetro. E voi direte che ce ne vuole, ma sarà l’ambientazione tra segrete, sotterranei e camere di tortura, sarà una fotografia buia e priva di colori sgargianti o il fatto che, dopo la sequenza dell’arresto di Maria, non si esce quasi più all’aperto, ma si va oltre la semplice nozione di film claustrofobico: ne Il Pozzo e il Pendolo l’impressione è quella di essere sepolti vivi.

Come voi attenti lettori avrete di certo intuito, non si tratta di un adattamento fedele del racconto omonimo di Poe, da cui prende soltanto il celeberrimo strumento di tortura e l’uso creativo dei topi per uscirne vivo. Per il resto, la storia scritta da Paoli prende una direzione completamente diversa, e mi stupirei del contrario, considerando quanto poco è cinematografica la short story, se si esclude la fortissima idea visiva del meccanismo della lama oscillante, non a caso ripresa dal cinema in svariate circostanze dal 1909 (anno della prima trasposizione) a oggi. Come faceva anche Corman nei suoi Poe-film, Gordon utilizza anche spunti derivati da altri racconti di Poe, come La Sepoltura Prematura e Il Barile di Ammontillado, che vede un duetto imperdibile tra il cardinale Oliver Reed, inviato da Roma per mettere fine al ciclo di torture dell’Inquisizione Spagnola, e Torquemada che non ci pensa proprio a ubbidire agli ordini della chiesa.

L’altra star del film, ovvero il pendolo, fa la sua apparizione, come ogni divo che si rispetti, verso la fine, facendo passare un brutto quarto d’ora all’eroico fornaio e segando a metà un bel po’ di guardie di Torquemada, con allegati cori da stadio da parte della sottoscritta, che dopo quasi un’ora di angoscia soffocante, aspettava solo un bel po’ di giustizia divina somministrata a suon di gore.
C’è persino spazio per un po’ di soprannaturale e per un interessante e per niente banale discorso sulla stregoneria come elemento salvifico.
Il film, che oltre a essere un concentrato di perversione, è anche, a suo modo, pieno di ironia nerissima, si chiude su una nota che pare leggera e a lieto fine, ma è in realtà la conferma di quel pessimismo storico cui accennavamo prima: Torquemada sarà pure morto, ma le porte delle segrete tornano a chiudersi, e i grigi burocrati al servizio della fede restano al loro posto.
“Lasciateli scappare. Ne arriveranno altri”, dice il personaggio interpretato da Combs, ed è la verità: ne sarebbero arrivati altri, e altri continueranno ad arrivare, nei secoli dei secoli e amen.

Un commento

  1. Giuseppe · · Rispondi

    Ottima recensione di un film di Gordon oggi praticamente quasi dimenticato dai più, mi sa (e dal lieto fine solo apparente, vero, se si presta la dovuta attenzione a ciò che dice il personaggio di Combs)… Semplicemente gigantesco Henriksen nel ruolo di Torquemada.

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