Zia Tibia Guarda i Sequel: Sleepaway Camp II: Unhappy Campers

Regia – Michael A. Simpson (1988)

Lo abbiamo detto la scorsa settimana: Venerdì 13 – Capitolo Finale non segna la fine delle avventure di Jason, ma la fine di un modo di intendere lo slasher. È qui che si conclude il primo ciclo produttivo e il filone è obbligato a trasformarsi per non soccombere. Da un lato assistiamo al ritorno del pubblico a un horror più soprannaturale, grazie all’avvento di Fred Krueger, dall’altro la formula dello slasher che ha più o meno retto senza problemi dal 1979 al 1984, comincia a mostrare la corda, tanto che se guardiamo alla stessa saga di Crystal Lake, dopo un quinto capitolo spurio, in cui Jason neanche c’è, arriva un sesto film tutto all’insegna della consapevolezza, della perdita dell’innocenza di un intero genere, della parodia più o meno dichiarata. E basta guardare i titoli di testa, con Jason che emula addirittura James Bond, per accorgersene. O anche solo leggere qualche dichiarazione di Kevin Williamson, che riconosce in Venerdì 13 parte IV una delle fonti di ispirazione primarie per Scream.

Il primo Sleepaway Camp, uscito nel 1983, è un epigono di Venerdì 13 di livello quasi amatoriale, ma con un tocco di genio perverso nel mettere in scena un’assassina come Angela. Nonostante oggi non sia possibile ignorarne la forte componente camp, Sleepaway Camp non ha alcun intento comico o satirico: è uno slasher serissimo che può contare su un finale allucinante e si è ritagliato un suo posticino al caldo nella storia del genere, anche e soprattutto grazie a successive interpretazioni attraverso la lente queer. Anzi, vi consiglio, se vi interessa il tema, di leggere questo articolo.
Tra il primo e il secondo Sleepaway Camp passano la bellezza di cinque anni, cambia il regista, cambia l’attrice protagonista, non più Felissa Rose, ma Pamela Springsteen, e inevitabilmente, cambiano anche il contesto e le intenzioni del film: Unhappy Campers è, allo stesso tempo, una satira ferocissima del puritanesimo reaganiano e una parodia dello slasher classico.
Si abbandona qualunque velleità di spaventare il pubblico e si abbraccia senza esitazioni la commedia nera che più nera non si può. Il risultato è un seguito che supera di parecchie spanne il capostipite e, anche se a livello estetico è pari al suo predecessore, quindi nullo, ha un ritmo molto più elevato, un body count decisamente oltre il livello di guardia, e un paio di momenti di natura squisitamente metacinematografica, che credo abbiano fatto parte del taccuino degli appunti di Williamson intorno al 1995 o giù di lì.

Cinque anni dopo i fatti di Camp Arawak, ritroviamo Angela in un altro campeggio estivo, questa volta in veste di istruttrice, lavoro che lei prende molto sul serio, forse un po’ troppo: non appena uno degli ragazzi ospiti attua un comportamento non in linea con i suoi impossibili parametri morali, Angela lo fa secco. Vi assicuro che basta veramente poco per finire sulla sua lista nera e fare una pessima fine, perché Angela non ha nessuna pietà nei confronti di chi non si dimostra all’altezza dell’ideale di campeggiatore perfetto.
Dato che ci troviamo in uno slasher, conosciamo in anticipo le regole: il campeggiatore perfetto non beve, non fa uso di sostanze e, più di ogni altra cosa al mondo, non è interessato al sesso.
Ora, mettere un’accozzaglia di adolescenti tutti insieme nello stesso posto per il periodo estivo e sperare che passino le loro giornate a cantare imbarazzanti canzoncine e a fare idilliache escursioni in mezzo alla natura, è una follia. E infatti Angela non ha tutte le rotelle a posto, il che ci porta ad affrontare l’analisi del film da un duplice punto di vista, anche contraddittorio, se vogliamo. Ma se abbiamo imparato una cosa, nel corso di una vita passata a guardare film dell’orrore, è che il genere è ricco di contraddizioni e pulsioni contrastanti.

Come dicevo prima, Sleepaway Camp II è una satira: “Say no to drugs” dice Angela mentre getta un fiammifero acceso addosso a una sua vittima cosparsa di benzina. La battuta riecheggia il linguaggio utilizzato dall’amministrazione reganiana nel proseguire la famosa “guerra alla droga” iniziata da Nixon negli anni ’70 e, in particolare, lo slogan coniato da Nancy Regan nel 1980, “just say no”. È quindi intenzionale puntare il dito contro il moralismo ipocrita del periodo storico in cui il film è stato realizzato, ma non solo: per quanto accusato da più parti di corrompere i giovani, l’horror ha spesso avuto la funzione di cautionary tale; lo slasher ha portato questa funzione al parossismo, con tutti i suoi assassini pronti a punire con la morte comportamenti considerati deviati, ma in realtà perfettamente normali. È un corto circuito che coinvolge l’intera storia dello slasher e che Unhappy Campers sintetizza come pochissimi film sono stati in grado di fare, prima e dopo di esso: i morituri presenti in qualsiasi slasher sono puniti perché si comportano in linea con la loro età; in altre parole, gli adolescenti muoiono in quanto tali. La loro colpa è quella di esistere. Non è un caso se, alla fine del film, Angela uccide tutti i campeggiatori, nessuno escluso. Non c’è final girl che tenga nell’America di Reagan. O, ancora meglio, la final girl è un costrutto narrativo, è una fantasia degli adulti: nel primo Sleepaway Camp la final girl era anche l’assassina; qui la presunta final girl non sopravvive e Angela tornerà ancora nel terzo film, più sopra le righe che mai.

E questa è una delle due facce del film. La seconda è un po’ più complessa e credo sia anche emersa relativamente da poco tempo: Angela è un personaggio queer, e su questo credo sia difficile fare delle obiezioni. Di lei sappiamo solo che, dopo gli omicidi del primo film, è stata “curata” e “riabilitata”. Ma la natura di cure e riabilitazione rimane fumosa e poco chiara. Si fa riferimento, in maniera piuttosto generica, a un’operazione, ma non viene specificato altro. Come scritto anche nell’articolo di Bloody-Disgusting linkato più sopra, Angela non uccide perché è trans, uccide perché la solita zia l’ha educata in maniera molto restrittiva e vedere intorno a lei persone che non seguono i suoi stessi precetti morali, scatena in lei una reazione omicida.
Ma seguitemi un istante senza ridere: l’ambiente in cui Angela si ritrova a svolgere il suo compito di sorvegliante è profondamente omofobo; i rapporti tra i ragazzi ospiti del campeggio sono caratterizzati da un’omofobia sistematica: ricorre più volte la parola faggot, mentre Angela, in quanto stramba, è di continuo apostrofata come dyke. Ci tengo a sottolineare che nessuno dei due termini viene utilizzato in maniera amichevole o scherzosa (cosa che darebbe comunque fastidio): sono entrambi intesi come insulti in un contesto che più eteronormativo non si può.

E allora Angela, che fino a questo punto abbiamo raccontato come l’incarnazione satirica della morale reaganiana, può benissimo diventare una sorta di angelo vendicatore queer che fa a pezzi adolescenti omofobi e, più che rappresentare il tipico killer reazionario dello slasher anni ’80, scardina un altro tipo di imposizione sociale, più subdola del puritanesimo sbandierato in pubblico e non praticato in privato: la sessualità vista solo e soltanto in un certo modo, l’esperienza eterosessuale come esperienza universale, l’ipocrisia per cui la trasgressione alle regole della morale comune risulta in fin dei conti innocua e tutto sommato comprensibile, ma guai anche solo a pensare che tra noi ci sia un gay, una lesbica, un trans, chiunque non rientri nell’unico modo “giusto” di essere.
Sono due interpretazioni in grado di convivere pacificamente, anche perché non so quanto regista e sceneggiatore si siano messi a riflettere sulle implicazioni di avere un’assassina dichiaratamente trans in uno slasher.
Dopotutto, se il personaggio queer è il mostro, il villain, il pazzo omicida, è anche quasi sempre la figura più memorabile del film, al contrario degli adolescenti affettati e subito dimenticati.

Visto che abbiamo tirato fuori da un filmettino costato tre lire e in cui Angela annega una povera disgraziata in un gabinetto infestato di sanguisughe (perché a Zia Tibia piace l’intrattenimento di classe)? Il bello è che tutto questo non inficia affatto la natura di, appunto, filmettino da tre lire di Sleepaway Camp II, ed è, credo, il motivo per cui l’horror è un genere speciale.
Al di là della lettura che preferite dare ad Unhappy Campers, sappiate che nel film c’è la risposta a una domanda che ogni appassionato di horror si è posto almeno una volta nella vita: chi vincerebbe in un eventuale scontro tra Freddy, Jason e Leatherface? O tra le loro versioni da discount, per essere onesta fino in fondo. E insomma, che volete di più?


5 commenti

  1. questa saga mi interessa molto, ho adorato il primo film! al liceo ero molto appassionato di slasher^^

  2. Giuseppe · · Rispondi

    In effetti nemmeno io saprei dire quanta sensibilità queer potessero avere all’epoca regista e sceneggiatore, probabilmente molto più orientati a caratterizzare Angela come “semplice” serial killer reazionario e nient’altro… ma non sono comunque due livelli di lettura a rischio di esclusione reciproca, è vero.
    Uno scontro tra Freddy, Jason e Leatherface versione discount? Non lo so per certo, essendo ancora a digiuno del sequel, ma ho come la sensazione che qui Angela possa creare problemi molto seri a tutti e tre 😉

    1. Vedrai: se riesci a recuperarlo, questo sequel ti sorprenderà e ti divertirà immensamente!

  3. 山Yama山 · · Rispondi

    Grazie mille per aver risposto alla mia domanda su Horror/Tematiche queer nell’episodio di P&D sull’Orca Assassina, siete stati esaurienti come sempre. L’articolo di Alice Collins su Bloody Disgusting che hai linkato a questa recensione è molto interessante, una continuazione perfetta della vostra risposta!

    1. Ma figurati! Anzi, ci fa piacere che arrivino domande di quel tenore.
      Sono molto contenta che tu abbia apprezzato l’articolo di BD e, se la tematica ti interessa, ti consiglio di farti un giretto sul sito Gayly Dreadful, dove stanno pubblicando ogni giorno due articoli a tema queer in onore del Pride, e sono uno più interessante dell’altro.

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