King al cinema: Ep 26 – Carrie

Regia – David Carson (2002)

Come per il precedente episodio dedicato a Rose Red, anche questa è una prima visione. La me stessa di venti, ma anche soltanto di dieci anni fa, era troppo convinta dell’esistenza di film “intoccabili” per dedicare due ore e passa del proprio tempo a un adattamento televisivo di Carrie. Anzi, sempre secondo la me stessa del passato, chiunque avesse preso parte a questo scempio avrebbe dovuto vergognarsi ed essere sottoposto alla damnatio memoriae. Poi per fortuna nella vita si cambia e si cresce e ci si rende conto che il Carrie di De Palma non viene eliminato dalla faccia della terra e lo si può rivedere ogni volta che si vuole, a prescindere dall’esistenza di un remake. Dico per fortuna perché, visto senza pregiudizi di sorta, questo Carrie non è affatto male. Certo che non si possono fare paragoni imbarazzanti tra l’opera di un grande autore degli anni ’70 e un prodotto per il piccolo schermo diretto da un regista prettamente televisivo dei primi anni 2000. Eppure, se si escludono alcuni effetti speciali digitali molto poveri, qualche lungaggine dovuta a un minutaggio eccessivo (siamo sui 132 minuti), e una regia soltanto di servizio, Carrie si guarda volentieri. Soprattutto, stacca di parecchi punti l’altro remake, quello cinematografico del 2013.

Carrie è uno dei pochissimi adattamenti per la tv dei suoi romanzi in cui King non viene direttamente coinvolto dalla produzione. La sceneggiatura è infatti firmata da Bryan Fuller, un personaggio che dovrebbero conoscere piuttosto bene sia gli appassionati di Star Trek sia quelli di un certo psichiatra cannibale. In teoria, Carrie doveva essere una specie di pilot per una futura serie televisiva, o almeno era questa l’idea della NBC quando commissionò il film alla MGM Television. Il termine tecnico esatto è backdoor pilot: un film o una miniserie di un paio di episodi con il compito di far strada a una narrazione seriale più lunga. Nel caso di Carrie, le cose sono andate diversamente, perché nonostante sia stato seguito, ai tempi della sua prima messa in onda, da circa 12 milioni di persone, non ha mai dato seguito a nulla. Il motivo è stato l’accanimento con cui la critica ci si è scagliata contro, faccenda per me abbastanza difficile da capire, date le lodi invece ricevute da trasposizioni ben peggiori di questa.
Sapete, tuttavia, qual era l’unica cosa che la critica salvava, anche nel bel mezzo di roboanti stroncature, nel film? La recitazione, in particolare quella dell’attrice chiamata a portare sulle sue fragili spalle il peso dell’eredità di Sissy Spacek.

Parlo della sola e unica Angela Bettis, che nello stesso anno gira May e Carrie e riesce a restare sana di mente. Ora, se siete impressionabili, vi consiglio di smettere di leggere qui, perché sto per fare delle affermazioni di una certa gravità, ma credo che, in mano a un regista vero, l’interpretazione data da Bettis del personaggio di Carrie White sarebbe ricordata oggi come la migliore in assoluto. Sì, anche superiore a quella di Sissy Spacek. È vero che Bettis ha più tempo per dare spessore e profondità a Carrie, ha più dialoghi a disposizione, più scene in cui mostrare al pubblico le diverse sfaccettature del personaggio; ma è anche vero che non può contare sulla direzione di uno come De Palma e se ne va spesso a ruota libera. Considerando poi che hanno girato 132 minuti di film in una ventina di giorni, il risultato è ancora più impressionante.
Questo senza voler togliere nulla a Sissy Spacek, per carità: credo soltanto che Bettis riesca a comunicare, grazie alla sua proverbiale faccia di gomma, una maggiore quantità di sfumature di un personaggio molto complicato, le cui caratteristiche vanno oltre l’essere solo una vittima che a un certo punto si incazza.
Parliamo di Angela Bettis, non di una tizia che passava dal set per caso. Parliamo di uno dei volti più interessanti del cinema del XXI secolo, mai troppo lodata e mai troppo riconosciuta per le sue doti eccezionali.

Non c’è, tuttavia, solo Angela Bettis: il cast di Carrie è ben nutrito e potrete riconoscere tantissime facce note e meno note della tv e del cinema al di là da venire. Bettis aveva quasi 30 anni quando le hanno fatto interpretare un’adolescente all’ultimo anno delle superiori, ma le sue colleghe sono tutte giovanissime, ed è divertente fare il giochino del saranno famosi.
Spicca comunque una grandissima Patricia Clarkson nel ruolo di Margaret White, che offre una lettura molto diversa della madre fanatica religiosa di Carrie rispetto a quella di Piper Laurie. Sta a voi scegliere se preferite una Margaret crudele e priva anche della minima traccia di affetto nei confronti della figlia (Clarkson) o una Margaret più umana e quasi simpatica (Laurie). Sta di fatto che, in entrambi i casi, il livello è alto e non ci si trova di fronte a quella recitazione piatta e inespressiva, tipicamente televisiva, che affligge molte trasposizioni kinghiane per il piccolo schermo.

Spesso accusato di essere un remake inquadratura per inquadratura del film di De Palma, Carrie è in realtà tutta un’altra faccenda, e spesso mi domando se chi fa questo tipo di accuse il film lo ha visto sul serio o ha soltanto fatto finta di vederlo. De Palma, per tutta una serie di ottime ragioni, aveva infatti scelto di abbandonare la struttura del romanzo, grazie alla quale si sa con largo anticipo cosa è accaduto la sera del ballo, e usare un tipo di narrazione lineare. Il film per la tv, sfruttando una maggiore, quasi mastodontica, lunghezza, opta al contrario per mantenere pressoché invariata la costruzione a incastro di King, solo che, al posto dei ritagli di giornale e degli spezzoni presi da falsi libri scritti dai sopravvissuti, Fuller porta tutto in una stazione di polizia, pochi giorni dopo la strage nella palestra della scuola, dove Sue viene interrogata, e insieme a lei altri personaggi che da quella palestra hanno avuto la fortuna di uscire tutti interi.
Da un lato è un meccanismo narrativo tipicamente televisivo, dall’altro tuttavia, aiuta molto il personaggio di Sue e mantiene l’ineluttabilità della storia di King.
Come dicevo prima, sono due approcci molto diversi, e credo che quello di De Palma (anche grazie al cazzo) sia di gran lunga più intelligente ed efficace, per un racconto in immagini; ma il Carrie del 2002 è un carrozzone televisivo rivolto a un pubblico di adolescenti e nato per trainare un’eventuale serie dall’imprecisato numero di episodi. Bisogna ammettere, anche controvoglia, che fa il suo sporco lavoro.
E ora sciò, smettete di leggere che faccio dei giganteschi SPOILER!

Per questi motivi, cambio di pubblico di riferimento e possibilità di tramutare Carrie in un personaggio seriale, il film si prende parecchie libertà sia su King sia su De Palma: prima di tutto, non è mai un horror, è un teen drama che rispetta tutti gli appuntamenti del filone, e credo sia interessante anche per questo, se si considera l’epoca in cui è uscito e le commedie adolescenziali che andavano per la maggiore, oltretutto direttamente citate nel film: una ragazza considerata “bruttina”, ma in realtà una splendida fanciulla a cui il costumista aveva messo in faccia un paio di occhiali, veniva “rieducata” dal maschio di turno e, di conseguenza, normalizzata a suon di vestiti adatti, trucco giusto, comportamenti accettabili. Che è esattamente quanto sta per accadere a Carrie la sera del ballo, prima che le piova una secchiata di sangue di maiale dritta sulla testa e si scateni l’inferno. Evento che, con più di venticinque anni di trattazioni di tematiche come adolescenza, bullismo ed emarginazione nel cinema americano, che passano tra il film del ’76 e quello del 2002, assume per forza di cose una valenza diversa.
E infatti Fuller cambia radicalmente il finale: qui Carrie sopravvive al disastro, viene salvata da Sue che le dà un passaggio per uscire dalla cittadina e il film si chiude con un primo piano di Angela Bettis in macchina.
In altre parole, se prima l’alternativa era: normalizzati o muori, a partire dal 2002 si cominciano a intravedere delle nuove possibilità, forse un modo per uscire dal dualismo mortificante tra l’adeguarsi a un modello sociale imposto e crepare in silenzio sotto le macerie della propria casa.
Non si tratta, quindi, di un rifacimento peggiorativo inquadratura per inquadratura del film di De Palma: con tutti i suoi limiti, Carrie versione 2002, cerca di procedere oltre e di dare una nuova interpretazione al dramma di Carrie, cosa che il remake del 2013 non ha voluto fare.
Non è che questo salvi il film dall’essere, spesso, un gran pasticcio formato televisivo, ma ci aiuta a vederlo sotto una luce diversa, a comprendere cosa si è cercato di fare portando Carrie nel XXI secolo, ad apprezzarne il coraggio anche al di là del risultato artistico poco sopra la mediocrità.
E se tutto questo non dovesse bastarvi per salvarlo dall’oblio, fatelo per Angela Bettis.



Un commento

  1. Giuseppe · · Rispondi

    In questo caso l’adattamento tv di Carrie sarà una prima visione anche per me, pur conoscendo -da appassionato Trek- sia lo sceneggiatore Bryan Fuller che il regista David Carson (responsabile tra l’altro dell’esordio di Star Trek TNG su grande schermo con “Generations”)… curioso di vedere questa versione, in primis proprio per la presenza di Angela Bettis nei difficili panni di Carrie.

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