Tanti auguri: 60 anni di L’Ombra del Gatto

Regia – John Gilling (1961)

Il bello di non essere (più) una snob del cazzo e neppure una duropurista dell’horror estremo è che posso festeggiare L’Aldilà di venerdì, questo piccolo e adorabile Old Dark House di lunedì con lo stesso entusiasmo. Sì, non capita spesso di avere due compleanni così ravvicinati, ma che volete farci: non le decido io le date di distribuzione dei film, e The Shadow of the Cat è uscito in UK il primo maggio del 1961, in un doppio spettacolo con L’Implacabile Condanna (auguri anche a lui!). Sinceramente, non potevo esimermi dal celebrare un horror in cui l’eroe principale è una micia di nome Tabitha, che da sola sgomina un’intera banda di avidi assassini, colpevoli di aver ucciso la sua amata padrona. Chiara dimostrazione che ai gatti non la si fa; ci osservano in silenzio, ci giudicano e, a volte, diventano la nostra cattiva coscienza e si vendicano.

In una notte buia e tempestosa, un’anziana signora, Ella Venable, legge Il Corvo di Edgar Allan Poe alla sua gatta, nella soffitta di una vecchia magione. Qualcuno si avvicina alle spalle di Ella e la aggredisce. La gatta Tabby è l’unica testimone del fattaccio, e bada bene a nascondersi dietro la libreria. Il giorno dopo, il marito di Ella e due domestici seppelliscono il corpo nella brughiera e chiamano la polizia, denunciando la scomparsa della donna. Inutile dire che c’è una cospicua eredità di mezzo e i parenti arrivano a frotte, tutti armati di cattive intenzioni tranne Beth (Barbara Shelley), che infatti è l’unica con cui la nostra eroina non ha un atteggiamento aggressivo. Gli altri, colpevoli e marci fino al midollo, cominciano a sviluppare una specie di ossessione nei confronti di Tabby e cercano in ogni modo possibile di farla fuori, senza riuscirci: sarà infatti lei a farli secchi tutti, uno dopo l’altro, come in uno slasher al contrario dove la gatta è una serial killer che dispensa giustizia, quasi animata da una furia soprannaturale, un riflesso della corruzione dei personaggi umani.

The Shadow of the Cat è una produzione Hammer e il suo regista, John Gilling, avrebbe poi diretto un altro paio di film con la casa di produzione inglese, tra cui il più famoso è sicuramente La Lunga Notte dell’Orrore. Esiste una filmografia Hammer, chiamiamola così, collaterale, che forse è anche più interessante di quella classica a base di rivisitazioni dei mostri Universal. Si tratta soprattutto di thriller psicologici, come Paranoiac o Scream of Fear; The Shadow of the Cat fa parte di questo filone Hammer meno conosciuto, ma è anche un film unico nel suo genere, nonché privo di discendenti. Considerate la storia dei nostri piccoli felini nel cinema dell’orrore e vedrete che sono più i film in cui fanno una fine atroce che quelli in cui arrivano incolumi ai titoli di coda. Per trovare un omologo de L’Ombra del Gatto, ci tocca arrivare al 1985 e all’antologia kinghiana intitolata, appunto, L’Occhio del Gatto.

Dicevamo all’inizio che The Shadow of the Cat è un Old Dark House. Ne possiede infatti tutte le caratteristiche: un gruppo di personaggi riuniti in una vecchia casa oscura e piena di segreti, dalla quale non possono uscire per vari motivi, minacciati di solito da un elemento interno alla casa stessa, che può essere un fantasma o un assassino, o un assassino che si finge fantasma. In questo caso, la minaccia è rappresentata dalla gatta, ma tutti i personaggi coinvolti sono caratterizzati in maniera estremamente negativa, esclusa Beth, ovviamente. Il canovaccio è classico, ma la struttura è invertita, perché non è la minaccia interna a fare paura, ma le sue vittime. La stessa Beth, che in teoria è la protagonista, è soltanto una spettatrice passiva, che non capisce nulla di quanto sta accadendo fino alla fine. È evidente che la protagonista vera sia Tabby, in un ruolo che è stato quasi sempre riservato al “miglior amico dell’uomo”.

Ora, è abbastanza logico il motivo per cui The Shadow of the Cat rappresenti un’anomalia nella storia del cinema: un gatto su un set è complicato da gestire, non puoi farlo recitare come puoi far recitare un cane, e devi avvalerti di tutti i trucchi di regia e montaggio esistenti al mondo per dare l’illusione che Tabby agisca e reagisca come la sceneggiatura richiede: una trovata geniale è per esempio l’uso insistito delle soggettive della bestiola. Per questo l’esistenza di un film così è stupefacente e il lavoro di Gilling e dei suoi collabotori ammirevole. Oggi, grazie agli effetti speciali digitali, sarebbe uno scherzo fare un remake de L’Ombra del Gatto: Tabby sarebbe animata in post-produzione nel 90% delle inquadrature e sarebbe anche molto più presente e attiva. Ma non credo avrebbe lo stesso effetto di questa minuscola e, non so per quale ragione, sconosciuta perla dei primi anni ’60.

Facendo i compiti per la stesura di questo articolo, sono andata a leggere alcune recensioni contemporanee al film e ho visto che in molti lamentano una certa difficoltà nel sospendere l’incredulità di fronte a tre persone adulte terrorizzate da un micetto che arriverà a pesare quattro chili bagnato. Il problema è che Tabby non uccide materialmente nessuno dei cospiratori. Lei si limita a fare le sue cose da gatta, ovvero camminare sui cornicioni, entrare dalle finestre e mettersi accucciata sul petto del padrone di casa, nascondersi negli angoli più impensabili per poi spuntare fuori all’improvviso e infilarsi tra i tuoi piedi mentre stai scendendo le scale. I personaggi cadono uno dietro l’altro perché sono stupidi e cattivi, e provano un sacro timore nei confronti di Tabby perché lei è la prova vivente dei loro peccati. Non hanno paura di un gatto, hanno paura del senso di colpa. Tabby è ostile, ma quanto lo può essere un dolcissimo animale domestico, magari un po’ più furbo della media e particolarmente incazzato perché la sua padrona non c’è più. Tabby è il ricordo dell’amore che Ella provava per lei, di sicuro più forte rispetto a quello che provava per il marito, e l’amore per un gatto può essere una faccenda molto potente. Può lasciare uno strascico che va oltre la nostra vita mortale e trasformarsi in odio e desiderio di vendetta.

Forse Tabby è lo spirito inquieto di Ella, incarnato nella creatura a cui voleva più bene, forse è un essere soprannaturale e magico, che conosce le malefatte altrui e agisce di conseguenza; o forse è solo una gattina su cui una serie di persone malvage proietta il proprio rimorso. Il bello è che, qualunque sia la vostra interpretazione, L’Ombra del Gatto sarà sempre un film godibile e divertente, leggero come un soffio d’aria, uno di quei film che guardi un pomeriggio triste e piovoso e ti fa passare la malinconia. Per gli amanti dei gatti è una visione imprescindibile. Gli altri non li prendo in considerazione, perché sapete che il mondo si divide in due categorie di persone: quelli a cui piacciono i gatti e quelli che hanno torto.
Tabby vi guarda. State attenti a ciò che fate.

5 commenti

  1. valeria · · Rispondi

    questo film, a giudicare dalla tua (sempre splendida) recensione, dev’essere una piccola perla. non ne avevo mai sentito parlare ma corro a fare ammenda! 😀

    1. È una perla rara, davvero. Ma poi ti ci diverti proprio, e Tabby è un tesoro ❤

  2. Blissard · · Rispondi

    Ti ringraziai già ai tempi delle classifiche anno per anno perchè ricordavo di avere visto questo film molti anni fa su Stream TV ma non riuscivo a recuperare il suo titolo prima che tu ne parlassi.
    La trama la ricordo in primo luogo perchè, come dici tu, è molto anomala e originale, poi perchè ricordo che quando lo vidi con i miei piacque a tutti, incluso mio padre che di solito non era così tenero con i prodotti di genere thriller-horror nè tantomeno con quelli con un animale come protagonista.
    Se posso azzardare una richiesta, mi piacerebbe molto approfondissi quella che tu chiami la Hammer “collaterale”, che personalmente sconosco quasi completamente. Idem per il ciclo Poe di Corman, che magari tutti conosciamo ma che sono sicuro sapresti analizzare da una prospettiva inedita o comunque agevolata dalle tue letture in merito.

    1. Appena finisco il ciclo dedicato a King, in effetti potrei passare a Poe. È un’ottima idea!

  3. Giuseppe · · Rispondi

    No, ai gatti proprio non la si fa, e solo chi non ne ha mai avuto uno può permettersi di pensare il contrario… in caso, si guardino bene Tabitha in azione e ci riflettano sopra 😉
    P.S. Dato che siamo quanto mai in tema, ne approfitto per mandare una carezza (e pure una grattatina sotto il mento, dai) virtuale a Giadina ❤

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