The Banishing

Regia – Christopher Smith (2020)

Il gotico è vivo e lotta insieme a noi. E anche Christopher Smith, a quanto pare, sta abbastanza bene e, dopo aver diretto una commedia natalizia nel 2014 e aver vivacchiato in tv, torna finalmente al genere che più gli compete, l’horror, ma quello di derivazione gotica, così tipicamente inglese che The Banishing, per la prima metà, somiglia a un prodotto televisivo di prestigio degli anni ’70 andato in onda sulla BBC, e con questo intendo fargli un grosso complimento; poi entra a gamba tesa il Christopher Smith di Triangle e il film ne acquista in dinamismo, ma perde qualcosina in coerenza. Resta il fatto che è da vedere, sia che abbiate seguito con interesse la carriera di Smith dai tempi di Severance sia che siate appassionati di ghosto story classiche britanniche.
Io, che Smith lo seguo non dai tempi di Severance, ma dai tempi di Creep, e che di storie di fantasmi inglesi non ne ho mai abbastanza, rappresento il pubblico di riferimento ideale per un film come The Banishing.
E infatti, al solito, è piaciuto solo a me.

Siamo nel 1938, in un piccolo paesino sperduto nella campagna inglese; il sacerdote anglicano Linus (John Heffernan) va a vivere con la moglie Marianne (Jessica Brown Findlay) nella casa del suo predecessore, pare emigrato in Australia. O almeno è così che gli dice il vescovo (John Lynch) che gli ha assegnato questo incarico, molto remunerativo e poco impegnativo, lontano sia dalla vita di missionario che Linus ha condotto fino a quel momento, sia dai venti di guerra che stanno minacciando l’Europa.
Peccato che la casa (e il vescovo ne è perfettamente consapevole) nasconda qualche magagna. Se ne accorgerà la povera Marianne, che ha pure al seguito una figlia, avuta in circostanze poco chiare, ed è segnata dal marchio d’infamia di “donna perduta”.
L’impianto di The Banishing è dunque quello classico della casa infestata con un passato di violenza e con la coppia ignara che va ad abitarci perché attirata lì da qualcuno armato di pessime intenzioni. Però Smith (e i tre sceneggiatori con lui) inseriscono alcuni elementi atti a destabilizzare questa struttura, conosciuta a memoria da noi spettatori avvezzi a certi spettacoli.

Come ho detto all’inizio, i punti di riferimento estetici di Smith sono molto chiari: il cinema gotico inglese degli anni ’60 e ’70 e le sue derivazioni televisive. Il regista ne ricostruisce in maniera filologica ogni aspetto visivo e atmosferico e ne replica il ritmo, che per alcuni potrà apparire eccessivamente lento, mentre è in realtà un metodo per farci conoscere bene i personaggi e la casa, protagonista aggiunta della storia. E infatti, per gran parte del tempo, staremo a vedere Marianne che si aggira per stanze, sotterranei e corridoi, come a suo tempo faceva Deborah Kerr a Bly Manor, tentando di capire se è la sua mente che le sta giocando brutti scherzi o se è davvero la casa a voler portarle via marito e figlia.
Ma la particolarità di The Banishing sta soprattutto nel suo parlare di due infestazioni contigue e convergenti, quella su piccola scala della casa del vicario, e quella su larga scala dei fascismi in Europa. Ovvio che le due cose abbiano un collegamento, e d’altronde il legame tra nazisti ed esoterismo non è una novità ed è stato lo spunto di parecchie narrazioni letterarie e cinematografiche di matrice fantastica.

Che Smith abbia un rapporto complicato (per usare un eufemismo) con la religione è chiaro dai tempi di Black Death, non a caso, altro horror in costume in cui il male non aveva nulla di ultraterreno o soprannaturale, ma era una piccola e squallida faccenda tutta umana; in The Banishing l’elemento soprannaturale c’è ed è evidente sin dai primi minuti, ma non ha una vera e propria connotazione negativa. Fa paura, certo, e il film è pieno di sequenze capaci di suscitare una profonda inquietudine, in particolare quelle che coinvolgono uno specchio e ciò che abita al di là di esso; ma, come chiunque conosca il lavoro di Smith fino a questo momento dovrebbe sapere, la vera malvagità non si trova nel regno dei defunti che tentano di stabilire un canale di comunicazione con i vivi. La malvagità è roba nostra.

I fantasmi al massimo possono volere qualcosa da noi e chiederla con una certa insistenza, possono rischiare di farci impazzire perché ci mostrano cose che mai non vorremmo vedere, atti orribili compiuti dai nostri antenati in un passato che non sembra poi così dissimile dal presente.
Per questo, l’infestazione di di The Banishing è connotata da Smith in maniera più neutrale che apertamente malevola.
Si tratta, in fin dei conti, di una storia gotica dentro a una storia gotica: due donne prigioniere in epoche diverse, ma nessun eroe pronto a salvarle alla bisogna. E in questo si vede che Smith non dirige un gotico degli anni ’70, ma del XXI secolo.
Il vero villain del film è la religione, o meglio, la sua perversione all’insegna dell’ossessione per il peccato e, di conseguenza, l’ipocrisia che si ammanta di morale e finisce per servire il vero Male con la Emme Maiuscola, ovvero quello che sta “infestando” il continente europeo negli anni ’30. Più chiaro di così, credo che Smith avrebbe dovuto farci un disegnino.

The Banishing, nonostante il budget relativamente basso (e andato, credo, quasi tutto a pagare l’ottimo cast coinvolto) è bellissimo da vedere e girato da Smith con rara eleganza e invidiabile senso geometrico dello spazio. Colpiscono soprattutto la disposizione degli attori all’interno dell’inquadratura, sia che si tratti di primi piani sia di campi medi o lunghi, e tutti gli espedienti utilizzati per rendere a livello visivo il tema ricorrente (in Smith) del doppio speculare.
Non ho registrato la presenza di jump scares, eppure la vicenda si presterebbe a un’impostazione del genere. Invece Smith, anche nell’ultima ventina di minuti o giù di lì, quando il suo film aumenta l’andatura e si fa quasi concitato, preferisce spaventare alla vecchia maniera, mettendo in scena un immaginario spettrale e dandoci tutto il tempo per assaporarlo e farlo nostro.

Il motivo per cui questo film è stato punzecchiato e tacciato di essere confusionario e noioso da più parti per la sottoscritta è un mezzo mistero. Sì, il finale arriva all’improvviso e troppo in fretta, il film poteva prendersi quella decina di minuti in più non per spiegare, ma per approfondire alcuni aspetti della storia; però la successione degli eventi è abbastanza chiara, nel passato e nel presente. Ha un ritmo compassato, su questo non c’è dubbio, ma è anche esteticamente molto ricco, e per questo è difficile stufarsi o distrarsi.
Non parliamo di perfezione artistica (e quando mai ne parliamo, se non una volta su 50?), ma parliamo di una buona opera dalle robuste radici gotiche e quel tanto di sovversione delle regole che basta a renderlo interessante per 95 minuti. Per i capolavori e i miracoli cinematografici ci rivolgeremo altrove.

8 commenti

  1. Giuseppe · ·

    Visto quanto il sottoscritto condivide il tuo non averne mai abbastanza di storie di fantasmi inglesi, posso dire che mi hai tranquillamente venduto pure quest’ultima fatica di Smith (nemmeno iMDB lo tratta con i guanti, vedo, il che sta a significare che dev’essere per forza un buon film) 😉

    1. Quando la media su ImdB è bassa, è il momento di guardare il film 😀

  2. Il film lo guarderò con calma, anche perché in questo momento le storie inquietanti mi lasciano sempre una scia di malessere che reggo a fatica (è un periodo di cambiamento in cui sono particolarmente sensibile e sto esplorando altri generi più “di conforto” rispetto all’horror). Poi, c’è il villain del racconto: vengo da esperienze in contesti religiosi che mi hanno lasciato delle ferite niente male e ho davvero bisogno di staccare. Mi piace molto però come su blog e podcast riusciate a farmi riflettere sulle potenzialità che ha il genere (qui il gotico) di veicolare messaggi a più livelli. Che figata! Di Smith ho scoperto di aver visto altri film, tutti potenti (la commedia natalizia mi manca, però).

    1. L’horror a sfondo religioso, sia che si tratti di roba religiosa soprannaturale sia che ci mostri quanto siano stronzi i preti di qualsiasi confessione, è tra i più difficili da digerire, credo, quello che va a scontrarsi in maniera più complicata con le sensibilità personali, quindi sì, se hai avuto delle brutte esperienze in quel senso e sei in un periodo difficile, fai benissimo non solo a dedicarti a generi più di “conforto”, ma a evitare proprio questo film.
      Spero comunque di riaverti presto tra le fila di spettatori horror perché non siamo mai abbastanza.

  3. L’horror se ti prende ti rimane addosso, anche quando gli stai lontano (come il metal). Anni fa, da teatrante, scrivevo storie da raccontare e cantare ai bambini: una, “La città dei mostri”, era ispirata a Cabal; un’altra era un crossover in cui Tom Bombadil incontrava i Freaks (di Browning); con un gruppo di ragazzi e ragazze delle superiori si è inventata e rappresentata una horror comedy (“Monsters”) in cui alcuni studenti all’improvviso si trasformano in… mostri (al posto di esplodere come in Spontaneous)…

    Purtroppo certi toni, certe atmosfere, certi modi di narrare, certe situazioni mi scavano dentro troppo, soprattutto se sono esposto emotivamente (vuol dire che fanno il loro lavoro egregiamente, eh). Grazie al blog, ad esempio, ho visto i film di Ari Aster: strepitosi, ma mi hanno steso. Questo con Carpenter, Craven, Raimi (o Flanagan, Mitchell, Peele…) di solito non mi succede (mi fanno comunque emozionare, riflettere, inquietare ma senza “pietrificarmi”).

    A proposito di religione, c’è un film dimenticato di cui ho un ricordo interessante, da più prospettive (genere, classe, potere): Stigmate (che è pure “pop” come piace a me). Forse ci sta un recuperone…

    E a proposito di religione e recuperoni, ho finalmente visto Thelma e ok, moooolto fico (SPOILER EMOTIVO) e con un finale “botta di vita” (li chiamo “finali all’insù”) di cui ho bisogno io:-). Sempre che ci abbia visto giusto. Vorrei dirne qualcosa in più, ma ho notato che i vecchi post non si possono più commentare. E’ una scelta?

    1. È una cosa che avviene in automatico: i post più vecchi di 4 anni diventano chiusi ai commenti. Però oggi ne parliamo nel podcast ed è appena uscito un post dedicato!

      1. Ma… dai? Ieri ho desiderato un podcast su Thelma (mi ero scritto un po’ di domande), e oggi me lo ritrovo davvero? Ora telefono ai miei per sapere se stanno bene: sono molto religiosi. Scherzi a parte, il film merita davvero una monografia. Grandi!

  4. Molto interessante, recupero

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