Violation

Regia – Dusty Mancinelli, Madeleine Sims-Fever (2020)

Arriva con Shudder, tanto per cambiare, un film di cui si è parlato moltissimo tra la fine dell’anno scorso e l’inizio di questo, quando Violation si è fatto il suo consueto giro di festival (virtuali, purtroppo), passando anche per il Sundance che è sempre una bella vetrina per un film indipendente.
Lo aspettavo con trepidazione, Violation, soprattutto perché si va a inserire nel discorso che stiamo facendo da un po’ di tempo a questa parte sul rape & revenge e sulla sua evoluzione negli ultimi anni.
È vero che un’opera dirompente come Promising Young Woman ha da poco mischiato tutte le carte, eppure il bellissimo film di Emerald Fennel non è un rape & revenge; fa parte della fitta conversazione sul modo di rappresentare la violenza sessuale, le sue conseguenze e, in particolare, la cultura dello stupro, ma non rientra a pieno titolo nel filone, anche se non può essere ignorato quando si affrontano certi temi.
Al contrario, la struttura di Violation è quella del rape & revenge classico, talmente scarnificato e sezionato, tuttavia, da costituire un assalto alle convenzioni che caratterizzano il sotto-genere sin dai suoi albori.

Non è del tutto esatto dire che le donne hanno cominciato a occuparsi di rape & revenge da dietro la macchina da presa o alla sceneggiatura soltanto negli ultimi anni; le donne ci hanno sempre lavorato, solo che, molto spesso il loro lavoro è rimasto invisibile o sommerso. Non mi stancherò mai di ripetere che uno dei primissimi rape & revenge della storia del cinema, se non addirittura il primo in assoluto, lo ha diretto Ida Lupino. Possiamo invece affermare con certezza che, a partire più o meno dal biennio 2016/2017, molte registe hanno sentito la necessità di dire la loro su un argomento che è stato spesso presentato al pubblico non di nicchia da un punto di vista esclusivamente maschile, e lo hanno fatto ognuna a modo suo, tanto che mi è difficilissimo individuare un modello preciso di quello che è o dovrebbe essere lo “sguardo femminile” sul rape & revenge, mentre al contrario la formula stabilita nel corso degli anni ’70 è rimasta sostanzialmente invariata, per cui non è altrettanto difficile definire il rape & revenge diretto e scritto da uomini.
Per citare una che di rape & revenge qualcosina ci capisce, ovvero Alexandra Heller-Nicholas, autrice tra le altre cose di Rape-Revenge Films: A Critical Study, una regista ha il pieno diritto di fare tutta l’exploitation che vuole, se se la sente, che è poi il motivo per cui alla vostra affezionatissima piace tanto tanto Revenge, per esempio.

Mancando del tutto una formula (il già citato Revenge, M.F.A., The Nightingale e il danese Holiday sono film in cui è praticamente impossibile trovare degli elementi stilistici in comune) cui fare riferimento, ogni film rischia di scalzare il precedente per l’audacia con cui uno dei filoni più discussi e discutibili della storia del cinema horror viene trasformato in un’arma che si ritorce contro il voyeurismo dello spettatore medio di simili spettacoli. E sì, so perfettamente (e vi rimando a tutto ciò che ha scritto e detto BJ Colangelo in merito) che per moltissime donne, compresa la sottoscritta, guardare un rape & revenge, anche quelli più volgari e abietti è fonte di una enorme catarsi per traumi subiti nel nostro passato, remoto o recente. In un certo senso, le prime a trasformare il rape & revenge in un’arma sono state proprio le spettatrici, che in seguito sono diventate registe o sceneggiatrici, ed eccoci qua, con un genere che non si sta solo evolvendo, ma sta cambiando la sua stessa ragion d’essere.

Posto dunque che non esiste un rape & revenge “al femminile”, ma esiste un nutrito gruppo di registe e sceneggiatrici che sta lavorando, ognuna di loro a suo modo, per riappropriarsi di una narrazione che, in teoria, dovrebbe essere di nostra pertinenza, Violation è un rape & revenge come lo girerebbe Lars von Trier, se Lars von Trier avesse la sensibilità di dirigere una storia simile, cosa che non ha, quindi non preoccupiamoci più di tanto di una simile eventualità. È un film che parla molto più al cinema d’autore europeo radicale (mi è venuto in mente Haneke in parecchie scene) che a quello statunitense, e quindi dovreste sapere più o meno a cosa andate incontro. Nel caso non lo sappiate, ci metto un bel trigger warning grosso come una casa, che sta a significare: fa male, statene lontani, nessuno vi criticherà se non ce la fate.
Alla regia troviamo un duo canadese, entrambi al loro esordio in un lungometraggio, ma la cui collaborazione risale al 2015, trattasi quindi di coppia affiatata: Mancinelli scrive e dirige, Sims-Fever scrive, dirige e interpreta il ruolo della protagonista Miriam.

Miriam e Greta sono sorelle, non si vedono da un po’ e tra loro scorrono rivalità e un pizzico di acrimonia. Greta vive in una casa sul lago insieme al marito Dylan. I due hanno un rapporto che pare molto solido, ma è anche caratterizzato da bizzarre dinamiche di potere; Miriam è a sua volta sposata con Caleb e si nota sin dalle prime inquadrature che la loro relazione è in crisi profonda, sull’orlo della rottura. L’occasione è un fine settimana nella casa sul lago di Greta e Dylan, vissuta coi nervi a fior di pelle tra tentativi di riconciliazione, rievocazioni dell’infanzia, conflitti a stento repressi e un equilibrio precario che sta sempre sul punto di esplodere. Una sera, rimasti soli davanti a un falò sulla spiaggia, Miriam e Dylan si scambiano un bacio fuggevole, subito rinnegato da entrambi. Solo che più tardi, mentre Miriam dorme, Dylan la stupra e il giorno dopo nega di averlo fatto, dicendo che si è trattato di sesso consensuale; quando Miriam confessa alla sorella quello che è accaduto, lei non le crede e anzi, le dà la colpa. A Miriam, allora, resta soltanto la vendetta.

Già a raccontarlo così, omettendo volutamente tutta una serie di dettagli, Violation possiede già un paio di caratteristiche peculiari, tra cui spicca soprattutto quella legata alla dinamica della violenza subita da Miriam. Siamo infatti abituati a vedere lo stupro messo in scena sempre nello stesso modo, e non mi sembra il caso di specificare quale. Anzi, più la sequenza è traumatica ed estrema, più in teoria dovrebbe servire a far intendere allo spettatore la gravità del fatto, come se il parossismo di grida e dolore avesse la funzione di giustificare la successiva vendetta. In Violation non è così e, ma tu guarda un po’, la gravità di quanto accaduto a Miriam non è per niente sminuita dalla quiete apparente in cui si consuma la violenza, ma addirittura la portata, l’enormità dello stupro è amplificata proprio dalla familiarità della situazione e della persona che lo perpetra.
Come se ciò non bastasse, la forma del racconto adottata da Violation non è lineare, la cronologia degli eventi è frantumata, nessuno ci spiega il prima o il dopo, sono frequenti brevi inserti o flash di cose accadute o che devono ancora accadere, e il tutto è, grazie a un montaggio dal ritmo ipnotico, quasi offuscato da un velo di rabbia e risentimento, perché è la percezione di Miriam a essere distorta, e di conseguenza lo è la nostra.

Tanto per fare un esempio, noi vediamo prima la vendetta e poi lo stupro, e questo perché Violation ci impone di stare con Miriam e di credere alle sue parole, anche se non siamo (non ancora) diretti testimoni del fatto. In questo modo è richiesto allo spettatore di schierarsi senza dover per forza compiere l’esercizio di empatia derivato dall’aver visto la nostra protagonista nel ruolo di vittima indifesa.
La vendetta di Miriam occupa la sezione più lunga e più brutale del film: i registi ce la mostrano in ogni dettaglio, adottando uno stile sporco e ruvido, macchina a mano, sfocature varie, uso di primi piani strettissimi e luce naturale. Non c’è accompagnamento musicale per tutta la scena e, ve lo assicuro, Dylan è durissimo a morire. Se volete un film che vi faccia capire quanto è difficile, lento e penoso togliere la vita a una persona, ecco, Violation fa per voi. Ma non è tanto l’atto di uccidere in sé, è tutto il dopo, pianificato con cura in un lasso di tempo che, credo, sia stato molto lungo per Miriam. Il pensiero dei giorni e delle notti passate a predisporre tutto nella propria mente, dal metodo scelto per mettere Dylan fuori combattimento a quello per liberarsi del corpo, è questo forse il particolare più raccapricciante in Violation: la vendetta è metodica, decisa con almeno un anno di anticipo, tenuta dentro come una ferita infetta e, com’è ovvio, niente affatto catartica.
Fate dunque molta attenzione prima di decidere se vedere il film, sappiate che è un viaggio sgradevole e oscuro e i due registi fanno tutto quanto in loro potere per renderlo il più ostico possibile.
Però ne vale la pena, ogni secondo.

7 commenti

  1. Una recensione davvero interessante e approfondita. Ho apprezzato molto il modo dettagliato con cui hai descritto la pellicola è soprattutto la vendetta e la violenza subita. È un film che mi ha colpito veramente tanti, grazie mille!

    1. Ti ringrazio, spero che il film ti piaccia 🙂

  2. Fonte inesauribile di film da guardare quanto prima, questo blog regala anche dei particolari punti di vista coi quali approcciarsi alla visione, sapendo già a cosa si va incontro. Grazie mille.

    1. Ma grazie a te.
      Io credo sia importantissimo sapere a cosa si va incontro con un film di questo tipo, perché può lasciare delle brutte cicatrici e bisogna quindi arrivare alla visione in qualche modo preparati. Anche se qualunque cosa io possa dire non è sufficiente a preparare nessuno.

  3. Questo film sgomita con gomiti armati per il podio annuale.

    1. Decisamente. E siamo appena ad aprile!

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Un rape & revenge ancora più disturbante del solito, se possibile, ed è possibilissimo come ben fa capire la tua recensione. Ma correrò il rischio e lo vedrò comunque…

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