King al Cinema: Ep 24 – Cuori in Atlantide

Regia – Scott Hicks (2001)

Ho scoperto di avere un problema serissimo con i film in cui appare Anton Yelchin: non riesco a guardarli senza un costante groppo in gola. Si tratta di un qualcosa che è del tutto al di là del mio controllo. Non lo posso vedere in campo, non lo posso vedere sorridere o piangere o comportarsi da ragazzino spensierato e proiettato verso il futuro, quale dopotutto era nel 2001, ad appena 12 anni.
Per questo motivo, Cuori in Atlantide, che non è un gran film, a una seconda visione, mi ha colpita sul piano emotivo con una violenza impensabile 20 anni fa. Anche perché da allora non mi ci ero più neanche avvicinata, lo avevo relegato nell’angolino degli adattamenti senza infamia e senza lode, parzialmente salvati da ottime interpretazioni. Ma ora la mia percezione è cambiata e di certo il giudizio complessivo sul film sarà influenzato da questo cambiamento. Il destino di Yelchin non è l’unico responsabile di un punto di vista diverso su Cuori in Atlantide: credo che ci sia un abisso tra guardare un film del genere (o leggere il racconto) a 20 anni e farlo a 40.

Prima di addentrarci nell’analisi del film, sgombriamo il campo da equivoci dovuti a una certa confusione nel reparto nomenclatura: Cuori in Atlantide è il titolo di una raccolta uscita nel 1999 e contenente due novelle e tre racconti brevi, ma la si può anche leggere come un romanzo, dato che tutte le storie sono collegate tra loro da personaggi ricorrenti e da un unico filo conduttore: il fallimento di una generazione.
Ad aprire questo ibrido tra raccolta di racconti e romanzo troviamo Uomini Bassi in Soprabito Giallo, che complica ancora di più la situazione, perché trattasi di una storia inserita nell’universo narrativo de La Torre Nera. Il film Cuori in Atlantide è tratto proprio da Uomini Bassi in Soprabito Giallo, con una codina vagamente ispirata anche all’ultimo breve pezzo inserito da King nel libro: Scendono le Celesti Ombre della Notte.

In pratica, Scott Hicks si trova ad adattare un racconto che non è fatto per camminare sulle proprie gambe e ha poco senso se estrapolato dal contesto dell’intera raccolta, e non solo: è costretto a snaturarlo, perché deve eliminare ogni riferimento a La Torre Nera presente al suo interno. E non parlo di piccoli dettagli ma della sostanza stessa della storia. I low men in senso dickensiano, non di statura, sono poco comprensibili senza fare ricorso alla mitologia de La Torre Nera, e la stessa cosa vale per il personaggio di Ted, qui interpretato da Anthony Hopkins in una scelta di casting che non mi è parsa mai troppo azzeccata, ma questo è un mio problema.
Il problema del film, invece, è trovare un modo per mantenere invariata la struttura del racconto (l’amicizia tra un ragazzino infelice e un uomo anziano in fuga da qualcosa di molto pericoloso) e, allo stesso tempo, modificarne nel profondo la natura. Passare quindi dal fantasy puro della novella a una sorta di realismo magico, simile nelle intenzioni a Il Miglio Verde, che sarà poi la cifra principale di Cuori in Atlantide.

Spionaggio, coda del maccartismo, pericolo rosso e la vecchia storia di soggetti con capacità particolari usati nel corso della guerra fredda su entrambi i fronti per ottenere informazioni dal nemico arrivano in soccorso di Hicks; anzi, gli arriva in soccorso quella vecchia volpe di William Goldman, autore di una sceneggiatura da vecchia Hollywood che funziona anche piuttosto bene, bilancia con grazia dramma, commedia e mistero e manipola le emozioni dello spettatore come soltanto i migliori scrittori sanno fare. Ne viene fuori un film dolcemente nostalgico, edulcorato il giusto rispetto al racconto, con la lacrima pronta a scattare a orologeria, e in cui la sensazione di posticcio di cui di solito questa tipologia di film abbonda, è mitigata dalla presenza di Yelchin, a soli dodici anni già troppo bravo per essere vero, così credibile, naturale e istintivo da elevarsi al di sopra dell’impianto classico che più classico non si può del film, e costituire, da solo, il cuore pulsante della vicenda. E io sto lì che mi dispero e penso a cosa abbiamo perso quel maledetto 19 giugno di cinque anni fa.

Cuori in Atlantide, Yelchin a parte, è un concentrato della generica nozione di kinghiano, così come abbiamo imparato a conoscerla da Stan by Me in poi: l’ultima estate dell’infanzia raccontata dal punto di vista di un uomo adulto che torna nei luoghi del suo passato, le scorribande in bicicletta (anche se il protagonista Bobby si limita a sognarla, la bici, perché non può permettersela), gli amici, i primissimi amori, i bulli del paese, il confronto con un mondo adulto ancora incomprensibile ma che ti sta raggiungendo alla velocità del suono e via così, aggiungete voi elementi a piacere, tanto li conosciamo a memoria.
Solo che, a mio parere, Cuori in Atlantide si basa su un fraintendimento di fondo, ovvero quello secondo cui King sarebbe uno scrittore nostalgico. Prima che mi veniate a prendere a casa per arrestarmi, lasciatemi spiegare: è ovvio che in molte storie dello scrittore sia presente un sentimento di nostalgia, ma il passato non appare mai, tantomeno in una novella come Uomini Bassi in Soprabito Giallo, sotto una luce realmente positiva. Non è un eden dorato in cui rifugiarsi quando la vita adulta ti delude; è un luogo di orrori vissuti con un’intensità che è soltanto propria dei bambini, perché se è vero ciò che dice Ted a Bobby in merito alla percezione della felicità, che è pura e assoluta solo durante l’infanzia, è altrettanto vero il contrario: il dolore raggiunge vette parossistiche, proprio in virtù della forza particolare con cui i sensi di un bambino registrano la realtà.

A maggior ragione Cuori in Atlantide che, lo abbiamo detto, tratta del fallimento, umano e politico, della generazione di Stephen King, non può essere liquidato come il racconto nostalgico degli anni ’60 e di quanto si stava bene a quei tempi: rimpianto e nostalgia sono due sentimenti diversi, e ammettere di aver sbagliato tutto è una cosa molto difficile da fare, specialmente più di vent’anni fa, quando ancora il giudizio critico nei confronti della generazione nata nel dopoguerra non era così feroce come adesso.
Ecco, forse ciò che manca al film è proprio la pesantissima cognizione della sconfitta: Cuori in Atlantide cambia apposta il destino del personaggio di Carol Gerber per non cadere nel trappolone di un’analisi politica di quegli anni. È un film nostalgico nel senso più pieno del termine: l’infanzia è un luogo bellissimo, persino gli avvenimenti più terribili passano in un battito di ciglia, per ogni conflitto c’è subito pronta una riconciliazione, e persino il fatto che, alla fine, gli uomini bassi si riprendano Ted scalfisce solo in superficie la dolcezza dei ricordi.
Manca, come in molte trasposizioni non horror di King, quel qualcosa in agguato nei recessi di un passato con cui si è mai del tutto pacificati, una sorta di cuore nero, con zanne e artigli, pronto a saltarti addosso non appena ti guardi indietro.
Resta comunque un film piacevole, non lo si può negare, un film fatto da ottimi professionisti in ogni reparto, ma non raggiunge mai la grandezza della sua controparte letteraria.
Mi piacerebbe, un giorno, vedere un adattamento completo di Cuori in Atlantide, trattato come se fosse un grande romanzo corale che si muove attraverso 40 anni di storia degli Stati Uniti. Nel diluvio di film e serie tratti da King cui stiamo assistendo negli ultimi anni, Cuori in Atlantide viene sempre trascurato. Forse perché è troppo complesso, forse perché è troppo rischioso. Io comunque ci spero: forse qualcuno si accorgerà, prima o poi, che si tratta del testo più ambizioso, forse del vero capolavoro del Re.

6 commenti

  1. Il film purtroppo mi manca. Ma cuori in atlantide (la seconda novella) la ricordo ancora per filo e per segno, per il mio periodo personale (momento di crisi all università) quando la lessi fu un pugno nello stomaco. E quella non mi pare la abbiano trasposta. Uomini bassi etc mi piacque ma la mia personale delusione su la torre nera me lo fece poi scendere parecchio, cosi come tutto il torreverso. Però quasi quasi vista la tua recensione una occasione al film la darò. Ciao!

    1. La seconda novella è la parte migliore del libro che, comunque, secondo me, va letto come se fosse un romanzo, per questo io spero in un adattamento “completo” di tutte le storie, amalgamate come se fossero una sola.

  2. dinogargano · · Rispondi

    Ultima raccolta di racconti comprata e letta di king , poi ho perso entusiasmo nell’autore , il film l’ho visto di sfuggita e non mi aveva colpito particolarmente , a parte i due interpreti . Il racconto invece mi piacque molto , ma non avendo letto nulla della serie dellaTorre Nera mi mancava tutto il background per legare tra loro i vari punti presenti .

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Un adattamento completo di Cuori in Atlantide? In forma di serie sarebbe l’ideale, credo, per poter collegare in un unico insieme e affrontare per esteso il tema del fallimento di una generazione che nel film di Hicks viene del tutto tralasciato… Del resto, i tempi non erano ancora maturi a sufficienza per un impietoso viaggio corale attraverso quattro decenni di storia USA che, comunque, molto difficilmente avrebbe potuto essere “condensato” in maniera soddisfacente all’interno di un singolo titolo.
    E sì, Anton Yelchin ci manca tantissimo… 😦

    1. Ma non so se una serie tv sarebbe l’ideale. La mia è pura deformazione da cinematografara, credo: se immagino una trasposizione, la immagino sempre come film. Però sì, anche una serie tv va bene, basta che riescano a cogliere lo spirito del romanzo, riferimenti alla Torre Nera compresi: dopotutto Flanagan li ha inseriti in Doctor Sleep.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Vero! E, ora che mi ci hai fatto pensare citandolo, Flanagan potrebbe in effetti essere un ottimo candidato per una trasposizione cinematografica (o, tornando alla mia idea iniziale, televisiva, se consideriamo i risultati da lui raggiunti con The Haunting)…

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