Tanti Auguri: 40 Anni de L’Ululato

Regia – Joe Dante (1981)

Tenetevi forte perché tra marzo e aprile festeggeremo due compleanni colossali: il 1981 è stato infatti un anno molto importante per il cinema dell’orrore, ed è per questo che gran parte dei dei film che celebreremo in questo 2021 compiono quarant’anni. Abbiamo aperto l’anno con Scanners e ora proseguiamo, dopo la parentesi di San Valentino, con il film responsabile di quella breve ma intensa stagione in cui i licantropi tra un po’ ve li trovavate anche dentro al letto.
È singolare che il rinascimento del cinema a base di lupacchiotti cominci con un film che è privo di qualsivoglia elemento classico, a differenza, per esempio, del suo cugino Un Lupo Mannaro Americano a Londra, la cui struttura è volutamente classica, anzi, classicista; L’Ululato non fa affidamento sullo schema di morso, maledizione, conflitto interiore e infine sconfitta e morte, ma ha una narrazione un po’ più complicata, che tocca certe tappe obbligate, ma le inserisce in altri punti della storia, dirottando l’attenzione del pubblico su una forma di racconto che ha davvero poco a che spartire con la vecchia Universal o con la Hammer. È il New Horror applicato ai licantropi e imbastardito dalla schiuma di lattice di Rob Bottin.

Lungi dall’essere un mero dato tecnico, l’evoluzione degli effetti speciali a partire dalla fine degli anni ’70 è una rivoluzione del linguaggio dell’horror: i vari Savini, Baker, Bottin, Screaming Mad George, Winston e, un po’ più tardi, Nicotero, non possono essere catalogati semplicemente come creatori di effettacci; il loro ruolo è artistico, è complementare a quello del regista. Senza di loro non esisterebbe il body horror, la corrente più radicale ed estrema del cinema dell’orrore negli anni ’80. Il licantropo, la cui stessa natura si presta a mutazioni e deformazioni del corpo umano, è il mostro del body horror per eccellenza. Lo capisce Joe Dante, che dà infatti ampio spazio alle sequenze di trasformazione, e di sicuro lo capisce John Landis che, su una scena analoga del suo Lupo Mannaro Americano a Londra, ci costruisce tutto il film.
È annosa e lunga la diatriba su quale dei due film sia superiore all’altro. Io tendo a preferire, anche se di poco, L’Ululato, pur ammettendo che Baker ha fatto un lavoro più completo rispetto a Bottin. Ma anche vero che Baker ha avuto il tempo di studiarselo, il lavoro di Bottin: quando sono cominciate le riprese del film di Landis, L’Ululato era già nelle sale.
Si tratta quindi di un’opera pionieristica o, se preferite, all’avanguardia; la prima in cui vediamo un uomo trasformarsi in lupo, non grazie a una serie di trucchi ottici, di dissolvenze o di montaggio, ma grazie a degli effetti speciali che permettevano di mostrare in campo l’impossibile.

C’è un motivo per cui, a mio avviso, quando si discute di licantropi, si fa molto più spesso il nome di Landis rispetto a quello di Dante, ed è che Un Lupo Mannaro Americano a Londra è un film degli anni ’80 in ogni suo aspetto, mentre L’Ululato è ancora un’opera radicata nell’horror politico e satirico del decennio precedente. Che poi è una delle ragioni per cui lo preferisco. Quando scrivo che non si tratta di una narrazione classica è soprattutto a questo che mi riferisco. Dante inserisce un mostro della tradizione gotica Universal in un discorso molto complesso, che va a toccare temi attuali quarant’anni fa come adesso. Poi lui è bravissimo nell’indorare la pillola con un’atmosfera che è sempre leggera, al confine con la commedia, per cui vi potete godere L’Ululato anche senza pensare più di tanto alla fruizione tramite tubo catodico della violenza, alla manipolazione della realtà da parte dei media, alla psicologia spicciola da santoni che si trasforma in un qualcosa di molto simile a un culto settario e, perché no, al luogo non proprio piacevolissimo in cui si era andato a cacciare il femminismo all’inizio degli anni ’80.
C’è tutto questo ne L’Ululato, e anche di più, eppure Joe Dante te lo fa passare sotto il naso che quasi non te ne accorgi, almeno fino agli ultimi 10 minuti.

L’Ululato è tratto dal romanzo omonimo di Gary Brandner, però si tratta di un adattamento liberissimo, e sono tali e tante le modifiche appostare da Dante e dal suo sceneggiatore John Sayles, che si può tranquillamente ignorare la fonte letteraria e parlare di una storia originale. Tanto per fare un paio di esempi, nel libro la protagonista Karen (Dee Wallace) neanche lavora in televisione, non si mette a fare da esca alla polizia per dare una mano ad arrestare un assassino e stalker, subisce una violenza nel suo appartamento e se ne va in un paesino di montagna per superare il trauma; La Colonia, il professor Waggner (questo nome è un inside joke, a chi indovina ricchi premi), la migliore amica di Karen, Terry (Belinda Balaski), e soprattutto, l’intera trasformazione di Karen in diretta televisiva, non ci sono. Gli stessi licantropi hanno un aspetto completamente diverso da quello ideato da Dante e Bottin per il film, non girano di giorno e seguono il ciclo classico di trasformazione del lupo mannaro con la luna piena. Dante lascia invariato soltanto il potere delle pallottole d’argento, ma i suoi lupi vagano nei boschi in tutta serenità in pieno sole, cambiano forma ogni volta che desiderano e hanno un look antropomorfo che li rende particolarmente minacciosi.
Insomma, è tutta farina del sacco di Dante e Sayles con la collaborazione di Bottin; dal romanzo si preleva più che altro lo spunto offerto dalla protagonista, donna di città, che va in mezzo alla natura per guarire da alcune ferite psicologiche e si ritrova in guai ben peggiori nell’amena campagna californiana.

Qui Karen non va neppure troppo di sua iniziativa ne La Colonia, una comunità di squinternati guidata dal sedicente professor Waggner, ma è indotta ad andarci dalle pressioni del suddetto professore e del marito, che mal sopporta una sua certa distanza fisica dopo che ha rischiato di essere uccisa da un pazzo in un peep show. Ma dimmi tu queste femmine isteriche quante pretese hanno. Karen è sottoposta a una continua, anche se all’apparenza “dolce”, erosione della psiche da parte degli uomini che la circondano, come se fosse incapace di decidere per se stessa e non fosse dotata di volontà propria. Se ci fate caso, Karen rimane in una posizione di passività per tutto il film e l’unica scelta davvero personale che compie è quella di morire durante il notiziario dell’ora di cena, di fronte a milioni di americani sbigottiti. Il fatto che si riveli una decisione fallimentare dovrebbe dirvi un paio di cose interessanti su quanto Dante fosse un regista profetico e avesse intuito con largo anticipo le infinite possibilità di falsificazione del reale offerte dai media.
Seriamente, se oggi vedessimo una donna trasformarsi in lupo durante una diretta Facebook, le crederemmo?

Andando poi a scavare più a fondo nel mito del licantropo e nel suo significato, si tratta di tenere a bada i nostri peggiori istinti: “Anche l’uomo che ha puro il suo cuore e ogni giorno si raccoglie in preghiera può diventar lupo, se fiorisce l’aconito e la luna piena splende la sera”, dice Fay Helm ne L’Uomo Lupo (1941), e questa scena del film Dante ce la fa addirittura vedere in televisione. Oltre ai giochini citazionisti di cui l’intero film è disseminato, non credo che andare a prendere proprio quella scena e quelle battute sia frutto del caso; il conflitto interno a La Colonia si basa proprio su questo: da un lato c’è Waggner, che vorrebbe vedere i suoi licantropi integrati nel tessuto sociale, far mangiare loro delle mucche e non degli esseri umani, limitare in qualche modo la loro natura selvatica e feroce; all’altro c’è Marsha (la povera, sfortunatissima Elisabeth Brooks) che, al contrario, segue l’istinto, l’energia primordiale dell’essere un mutaforma e considera gli esseri umani prede o possibili futuri membri del branco con cui accoppiarsi. Sono due visioni inconciliabili, per cui non esiste un compromesso, ma la visione di Marsha è, se non altro, meno ipocrita di quella del professore, che va in tv a cianciare di quanto sia dannosa la repressione e poi non fa altro che reprimere i suoi pazienti, i suoi compagni di sventura.
Alla fine, L’Ululato è una dissertazione su ciò che ci rende umani: il martirio di Karen, che perde la propria umanità quando viene morsa e finisce per essere ulteriormente disumanizzata dalla diretta televisiva in cui trova la morte (pochi anni prima dell’uscita del film, la giornalista Christine Chubbuck si era suicidata in diretta. Lo metto lì come altro spunto di riflessione), ci dice che non è un ingenuo ritorno allo “stato di natura” a salvarci, ma non è che nella civilizzazione le cose vadano meglio, anzi. E allora forse la risposta sta proprio nell’unica scelta compiuta da Karen in autonomia, quella di non cedere alla bestia, quella di morire da essere umano.

13 commenti

  1. Sulla trasformazione ricordavo una disputa, anche abbastanza animata.
    Baker aveva preceduto Bottin in The Howling, poi era andato a lavorare con Landis. E dunque la trasformazione di Bottin, uscita prima, probabilmente pescava da qualcosa di già fatto da Baker.
    Sul momento non trovo le fonti però.

    Aggiungo che Karen alla fine si trasforma in una adorabile Yorkshire mannara. Anche questa scelta estetica non può essere casuale (lupo di campagna vs lupo di città?).

    1. Baker aveva cominciato a lavorare a L’Ululato, ma poi aveva iniziato un altro film (non ricordo quale) e Bottin lo aveva sostituito, ma non erano in fase di riprese avanzata, quindi la trasformazione di Eddie in lupo è tutta da attribuire a Bottin, oppure, e non lo sapremo mai, Baker gli aveva lasciato degli schemi già pronti. Però c’è da dire che le due trasformazioni sono molto diverse, si vede che non c’è la stessa mano.

      1. Jason13 · · Rispondi

        Baker, in realtà accusava Bottin di aver sfruttato delle sue conferenze nella realizzazione della trasformazione che lui aveva in mente per la realizzazione de Un lupo americano a Londra. Da quel momento Baker si senti’ tradito da Bottin, che aveva accolto come allievo – in un rapporto quasi padre – figlio (o fratello maggiore / fratello minore data la differenza di età) quando Bottin aveva solo 14 anni. Da quel momento, ahimè, i rapporti tra i due si inclinarono per sempre.
        La ricostruzione di questa diatriba è minuziosamente raccontata nel capitolo dedicato a The Howling, presente nel volume, in lingua spagnola, di Alvaro Pita “Joe Dante. En el limite de la realidad”.

        1. Baker, secondo me, ha bevuto oppure ha rosicato 😀
          Io credo che ci siano delle differenze gigantesche tra i due lavori, e che quello di Baker sia migliore, meno “cheesy” se mi passi il termine.
          Però quella che si vede nella scena de L’Ululato è chiaramente la mano di Bottin.

          1. Sì, le differenze si notano. Saranno state le tempistiche di uscita a bruciare ^^

    2. Niko Tanopulos · · Rispondi

      Nel suo bel saggio dedicato al cinema dei licantropi (a cui si rimanda per le fonti) S. Leonforte ricostruisce così la faccenda dei make up:

      Nei primi anni settanta, sul set di Schlock, Landis affida una prima sceneggiatura di Un lupo mannaro americano a Londra a Rick Baker invitandolo a ideare un modo per realizzare la trasformazione del licantropo senza ricorrere a trucchi di montaggio. Baker gli anticipa che sta lavorando a delle innovative protesi di teste (denominate Change-O-Heads) che si prestano ad essere rimodellate a piacimento “in diretta”. Passano gli anni e il film di Landis, nonostante le ripetute rassicurazioni del regista, sembra destinato a non vedere mai la luce e così Baker accetta di collaborare a L’Ululato di Dante insieme al suo pupillo Bottin. I due fanno insieme dei bozzetti e delle sculture da utilizzare nei test per la scena della metamorfosi (basandosi anche su dei suggerimenti di Dick Smith, che aveva proficuamente utilizzato la tecnologia “a camere d’aria in Stati di allucinazione). Resosi conto che il lavoro fatto per Dante era troppo pericolosamente simile a quello che avrebbe eventualmente fatto per Landis, Baker decide di limitare ad una semplice consulenza il suo coinvolgimento ne L’Ululato.

      Landis riassume più o meno così per The Talking Room (l’ntervista è visibile sul tubo, uno spasso!) la telefonata intercorsa fra lui e Rick Baker:
      “Hey, Rick, indovina? Faremo An American Werewolf in London!”
      “Oh merda!”
      “Perchè Oh merda!?”
      “Beh, sto già facendo un film sui licantropi”
      “Che intendi dire con: sto già facendo un film sui licantropi?
      “Joe Dante sta lavorando a The Howling e anch’io sto lavorando a The Howling”
      “Dimmi che non gli hai mostrato le Change-O-Heads!”
      “L’ho fatto”.
      “Figlio di puttana!”

      Queste le versioni di Dante e Baker, sarebbe interessante sentire anche la campana di Bottin…

  2. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Questa autocitazione è un po’ narcisista, ma ci sta:
    discussione con un altro mio amico appassionato, ragazzo in gamba.
    Parlavamo appunto di Landis e Dante.
    “Dante fa sembrare Landis un socialdemocratico moderato”.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Se dico George Waggner mi posso già preparare per i ricchi premi? 😉
    Ottima analisi di un film che è molto più sfaccettato di quanto possa già sembrare a prima vista (del resto, con Dante è la regola)… effettivamente, fra “L’ululato” e “Un lupo mannaro americano a Londra” è una bella lotta, anche al di là delle differenze fra gli effetti di trasformazione licantropica.

    1. Luca Bardovagni · · Rispondi

      Ostia, bravisssimo.Non so perchè pensavo a qualche ironia verso i compositore tedesco. Lon Chaney e Bela Lugosi. La Universal. Ricchi premi meritatissimi.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Grazie, grazie 😉

  4. Ti dico solo che ad Aprile, il 19, “festeggio” 40 anni pure io. Non so se il film di cui parlerai è la Fulcianata che spero ma, nel caso, oso chiedere un post di compleanno ❤

    1. È esattamente la fulcianata che speri, e il post sarà dedicatissimo, anche se uscirà con qualche giorno di anticipo rispetto al tuo compleanno ❤

    2. Anzi, no, ho appena detto una cazzata: è esattamente 10 giorni dopo il tuo compleanno, non prima!

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