King al Cinema: Ep 16 – Dolores Claiborne

Regia – Taylor Hackford (1995)

Ricordo ancora con assoluta precisione la mezza riga con cui Dolores Claiborne, il romanzo, veniva liquidato ne L’Almanacco della Paura 1993: “King diventa sempre più bravo, ma i suoi libri sono sempre meno horror”. Poi c’era qualche farfugliamento sulla trama, ovvero quella di una “vecchina un po’ svitata” che racconta la sua vita. A parte che Dolores è tutto tranne che svitata, anzi, è al contrario lucidissima mentre confessa le varie vicissitudini che l’hanno portata a far cadere il marito in un pozzo, il romanzo non sarà di certo un horror tradizionale, ma è un ottimo esempio di gotico americano. Si tratta anche di uno dei miei libri preferiti scritti da King, e il suo adattamento, arrivato nelle sale tre anni dopo la pubblicazione del romanzo, è tra i migliori mai realizzati, e anche uno di quelli meno noti, non so perché. O forse sì: negli anni ’90, un film con due protagoniste femminili, e non indirizzato in maniera specifiche alle donne, era considerato una causa persa in partenza. Ci è voluta quindi una certa dose di coraggio per girarlo con un cast importante e con un budget di un certo peso.
Ricordo che, quando lessi il libro, rimasi io per prima sbalordita dalla capacità di King di far vivere un personaggio come Dolores, perché – diciamolo chiaramente – è proprio a partire da Dolores, e dalla sua contemporanea Jessie de Il Gioco di Gerald, che lo scrittore trova la quadratura sui personaggi femminili. E non a caso, sono due libri connessi nel profondo, per ambientazione, tematiche e avvenimenti narrati.

Il film, lo dicevamo prima, esce nel ’95 e in Italia arriva con il titolo L’Ultima Eclissi, perché noi non ci facciamo mai mancare niente, quando si tratta di stronzate. Ma poi, ultima di che? Ultima dove?
A parte queste nefandezze tutte nostre, c’è una differenza sostanziale tra il romanzo e il film: il primo è, appunto, un gotico americano, il secondo è un melodramma puro. È anche considerato, nel fondamentale saggio Screening Genders (2008) l’unico film hollywoodiano veramente femminista insieme a Palcoscenico, del 1937, giusto per darvi la misura dello splendido  e proficuo rapporto che sempre c’è stato tra Hollywood e le donne. Ma non divaghiamo, perché stavamo parlando di melodramma: Hackford e Tony Gilroy alla sceneggiatura trasformano in mélo un romanzo gotico introducendo un personaggio assente nel libro di King. O meglio, assente da adulto. Parlo di Selena, la figlia di Dolores, qui interpretata da Jennifer Jason Leigh, figura chiave anche sulla pagina scritta, ma nel film presente sin dalle prime sequenze. Se nel libro Dolores è da sola a rievocare il suo passato, qui deve farlo non per scagionarsi, togliersi dai guai o scaricarsi la coscienza dopo oltre trent’anni, ma per ricucire il disastrato rapporto con Selena e per aiutarla ad arrivare alle radici del trauma che, ancora oggi, condiziona e perseguita la sua vita adulta, e di cui non ricorda nulla.

Se ci pensate, è un tradimento bello grosso: cambia la struttura da confessione in prima persona, con tutte le divagazioni del caso, in un confronto tra due donne che non si parlano da almeno quindici anni. In un certo senso, toglie il centro della scena a Dolores, che la deve spartire con Selena, nel romanzo una parte, per quando fondamentale della storia, qui una colonna portante, tanto da togliere spazio a Vera e alle sue paturnie, tanto da non permettere di dedicare più di tanti minuti alla morte di Joe, che nel romanzo occupa pagine e pagine. Eppure è un tradimento di superficie: non va a intaccare il senso profondo del romanzo e, se lo alleggerisce da un lato, eliminando la componente gotica, spinge forse ancora di più su quella relativa alle problematiche di genere, perché l’esperienza vissuta da Selena, gli abusi perpetrati ai suoi danni da Joe, nel romanzo ci vengono raccontati attraverso il filtro dello sguardo di Dolores. Per ovvi motivi di scelta del punto di vista e della forma narrativa, noi non abbiamo occasione di sentire la voce della vittima.
Al contrario, nel film, l’unico flashback che ci viene mostrato senza che ci sia Dolores a fare da ponte, è la sequenza sul traghetto, quella più difficile da sopportare, ma per fortuna tutta fuori campo: arriva a noi con gli occhi di Selena adulta a fare da tramite. Per quanto la madre abbia agito in sua difesa, per quanto si sia sacrificata per lei e per permetterle di andarsene dall’isola, in quel momento la protagonista non può e non deve essere Dolores, ma Selena.

Certe volte fare la carogna è tutto quello che resta a una donna. 
Che in inglese suona così: “Sometimes, being a bitch is all a woman has to hang on to”.  È un po’ il concetto chiave del romanzo, ma anche del film: ci sono tre donne che devono sopravvivere in un mondo non a loro misura, ma a misura degli uomini di cui sono circondate. Joe, oltre a essere uno dei tanti padri terribili della narrativa kinghiana, forse il peggiore in assoluto, roba che in confronto il signor Marsh si becca il premio Padre dell’Anno 1958, è il simbolo del maschio convinto che ogni cosa sulla terra gli sia dovuta solo perché è, appunto, un maschio, un fedelissimo specchio del privilegio. Ma se Joe rappresenta, nel suo essere rozzo, violento e animalesco, l’aspetto più appariscente della cultura patriarcale, altre figure maschili di contorno presenti nel film non sono da meno: dal direttore della banca che non si disturba neppure a telefonare a Dolores quando Joe va a requisire tutti i soldi sul libretto di risparmio per l’università di Selena, al detective della polizia che perseguita Dolores soltanto perché la prima volta è riuscita a sfuggirgli, al direttore del giornale per cui scrive Selena, fino ad arrivare al marito di Vera, che apparirà sì e no per due minuti, eppure anche lui un bel bricco di latte in faccia se lo meriterebbe, se non fosse che Vera, la carogna per eccellenza, gli riserva una fine molto meno pietosa.

In un modo o nell’altro, Dolores, Vera, Selena, riescono a sopravvivere, ma pagando un prezzo elevatissimo, tanto che la più giovane, e quindi più fragile, delle tre può soltanto rimuovere in blocco i ricordi legati al padre e cercare nella madre il capro espiatorio del suo dolore esistenziale. Il punto è che, una volta finito il film e iniziati a scorrere i titoli di coda, per quanto Dolores sia riuscita a non finire sulla sedia elettrica e Selena a riconciliarsi con sua madre, il mondo non è affatto un posto differente da quello in cui il film ha avuto inizio. La singola battaglia può essere vinta, ma la guerra vera e propria è ancora tutta da cominciare. Non c’è quindi un lieto fine, soprattutto per il personaggio di Selena, che è forse la vera protagonista di Dolores Claiborne, ma una conclusione amara: gli spettri, i traumi, le violenze del passato non si cancellano; Dolores e Vera sono state due donne dure come dei pezzi di pietra, ma che succede se non sei come loro? Che succede se non hai la forza né di minacciare tuo marito con un’ascia né, quando neppure l’ascia serve a qualcosa, di lasciarlo morire sul fondo di un pozzo?
È possibile che l’unico modo per sopravvivere in un mondo fatto a misura di maschio sia essere una carogna?

Dolores Claiborne non è un film femminista perché due donne uccidono i rispettivi mariti; è un film femminista perché ti spinge a porti tutte queste domande, perché ti mostra senza edulcorare nulla, il vuoto e la solitudine in cui le donne sono spesso costrette a vivere, e non soltanto negli anni ’70 (nel film, nel romanzo sono i primi ’60), ma anche nel ’92 o nel 2020, se è per questo; ti mostra la mancanza si supporto della comunità, la necessità di annaspare prive di alcun sostegno, tanto che se scopri che tuo marito sta cercando di abusare di tua figlia, non hai alternative, nessuno ti crederebbe. Ti resta solo di approfittare dell’eclissi e puntare tutto ciò che hai su un buco nel terreno.
E tutto sommato poteva andare peggio: poteva andare come è andata a Jessie, ammanettata a un letto a ricordare quella stessa eclissi e un altro padre molto, troppo simile a Joe.
Kathy Bates ha sempre detto che quella di Dolores è la sua interpretazione migliore e io credo abbia ragione, soprattutto perché, per una volta tanto, l’attrice non è stata oggetto di type casting. Ma, ovviamente, è stata ignorata e l’Oscar a casa se lo è portato, cinque anni prima, per aver prestato il volto alla tipica femmina pazza, sadica e ossessiva. Che è un po’ come quando gli attori di colore vincevano solo se interpretavano personaggi stereotipati e/o negativi.
Venticinque anni dopo, Dolores Claiborne è un film che farei proiettare nelle scuole, insieme alla lettura obbligatoria del romanzo. Non sono certa che si tratti dell’unico film femminista prodotto a Hollywood, ma forse nel ’95 lo era, e il fatto che sia così poco considerato, accanto ad altri adattamenti kinghiani non immediatamente riconoscibili come horror, mi spinge a pensare che lo sia anche adesso.

 

10 commenti

  1. dinogargano · · Rispondi

    Bellissimo romanzo , bel film , Kathy Bates immensa . Ed il solito perfetto post , grazie Lucia .

    1. Grazie a te, Dino.
      E hai ragione: immensa Bates ❤

  2. mamma mia che cose belle mi tocca leggere stamattina *_* il romanzo è, anche solo per il modo in cui è strutturato, uno dei più originali di king. il film, visto dopo aver letto il libro, la prima volta mi spiazzò un po’ per i vari cambiamenti, ma riguardandolo una seconda e poi una terza volta sono arrivata a considerarlo uno dei migliori adattamenti (kinghiani e non). articolo stupendo, mi hai fatto venire voglia di rileggere il libro e rivedere il film *_*

    1. Ma grazie ❤
      Io sto rileggendo il romanzo proprio in questi giorni, sai?
      E in effetti sono due cose molto diverse, unite dallo stesso spirito, però. Credo si tratti proprio di due opere complementari.

  3. L’ho sempre trovato un film splendido e non ho mai capito perché andasse sempre in onda su Rete4, in prima serata sì, ma senza alcun battage pubblicitario, come fosse uno di quei thrilleretti televisivi girati tanto per.

    1. Perché ci sono le femmine, amica, e non c’è alcun eroe maschio.

  4. bellissimi libro e film! Nulla da aggiungere a quanto hai detto

  5. quoto su tutta la linea

  6. Giuseppe · · Rispondi

    Sì, in effetti l’Almanacco della Paura 1993 era stato alquanto sbrigativo nei confronti di Dolores Claiborne, e quella mezza riga credo riassumesse bene l’assai probabile fraintendimento: il giovane almanacco aveva sperato di imbattersi in un horror tradizionale, cosa che il romanzo non era… così come non lo era nemmeno il film, splendido tradimento (e con una splendida Kathy Bates) della fonte letteraria. Al momento mi sfugge come avessero poi recensito quest’ultimo nell’edizioni successive, ma poco importa: di recensione mi basta questa tua, ottima e condivisibile 😉 ❤

  7. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Complimenti come sempre. Sono curioso di sapere la tua opinione su Rose Madder, a proposito di King e punti di vista femminili. (il romanzo, il film non l’ho visto). A me è sembrato di gran lunga inferiore sia a Gerald’s Game che a Dolores perchè il maschio tossico è troppo “caricato”. Inoltre la trovata di renderlo “minotauro” è proprio…meh.

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