King al Cinema: Ep 15 – The Shawshank Redemption

Regia – Frank Darabont (1994)

Non sono una snob che uso il titolo originale, è che quello italiano, anche se sottotraccia rispetto ad altre cantonate molto più plateali, è uno di quelli da me più odiati: tanto è elegante e sottile The Shawshank Redemption (e il titolo della novella di King, con la deliziosa aggiunta di Rita Hayworth, tanto è rozzo, didascalico e retorico Le Ali della Libertà. Per questo, perdonatemi se non mi riferirò mai al film così, un film con cui ho già una serie di problemi che prescindono dalla sua effettiva qualità, un film per cui ho sempre provato una certa antipatia. Per dire, se devo scegliere il film kinghiano carcerario, vado tutta la vita su Il Miglio Verde, sempre di Darabont, tra l’altro. Ma non è colpa di The Shawshank Redemption, tantomeno di Darabont e Deakins, che hanno fatto un lavoro egregio. Il problema è che, se si escludono le nobili eccezioni qui già trattate, ci voleva il drammone Oscar bait per far accorgere al mondo “normale” dell’esistenza di uno scrittore di nome Stephen King. Anzi, ancora peggio: come potete notare dalla locandina, The Shawshank Redemption è uno dei rarissimi casi in cui il nome di King non figura a caratteri cubitali accanto a quello di cast e regista, quasi ci si vergognasse di ammettere che sì, quella storia così atipica per la sua produzione, l’aveva davvero scritta lui. Poi, atipica, parliamone.

In parte era già successo con Stand by Me, tratto poi dalla stessa raccolta di novelle, Stagioni Diverse, dove almeno due racconti su quattro non sono horror, e uno solo è ascrivibile al soprannaturale. Persino Misery, altro esempio di romanzo di King che arriva al cinema e riscuote successo al di fuori dell’ambito strettamente horror, è considerato un thriller realistico, perché l’horror puzza e la gente per bene si tiene a qualche centinaio di chilometri di distanza. A meno che non lo faccia Kubrick, e allora profuma di rose.
Ma voi starete pensando che io covi una qualche forma di risentimento. In realtà no: sono consapevole che le cose stanno così e sempre staranno così.
Però.
Però The Shawshank Redemption non è il miglior adattamento da un’opera d King, neanche alla lontana.
Però Rita Hayworth and the Shawshank Redemption non è la cosa migliore mai scritta da King, neanche alla lontana, e neanche in un zona differente dal suo solito campo d’azione. Per dire, Dolores Clairborne vale sei volte tanto.
Però lo stesso Darabont ha fatto di meglio, The Mist, per esempio.

Detto ciò, The Shawshank Redemption arriva a salvarci la vita dopo la palude in cui siamo sprofondati dal 1990 in poi, e noi gli siamo riconoscenti per questo. Porta poi alla ribalta Darabont come cineasta kinghiano, e non come poteva esserlo Garris, ovvero fedele e impersonale, ma capace di imprimere un’identità squisitamente cinematografica ai romanzi e racconti dello scrittore. Darabont è uno che sa tagliare e tradire, all’occorrenza, un atteggiamento non servile ma comunque molto rispettoso. E se qui il regista e sceneggiatore si attiene al testo in quasi ogni minimo dettaglio, in seguito dimostrerà di essere in grado di prendersi tutte le libertà del caso, fino ad arrivare a stravolgere del tutto un finale.
Quindi è un film importante, nessuno si azzarderebbe a negarlo: è importante come prova che, se si adatta King ad alto budget, con grandi nomi ed elevate ambizioni, difficilmente il pubblico risponde in maniera negativa; è importante perché, nonostante la cosa mi faccia un po’ storcere il naso, sdogana King come neppure Stand by Me era riuscito a fare; è importante perché apre la strada a tutta una serie di trasposizioni “adulte” di opere kighiane di non immediata collocazione, dirette da ottimi professionisti, quando non proprio da autori conclamati.

È tuttavia innegabile che si tratti anche di un melodramma che fa del ricatto sentimentale la sua leva principale per comunicare con lo spettatore; non c’è nulla di male o di sbagliato a prescindere in questo, ma personalmente, più che la storia dell’uomo innocente Andy e della sua lenta e tenace fuga dalla prigionia, a me resta sempre più impresso, ogni volta che rivedo il film, il concetto di “uomo istituzionalizzato” espresso dal personaggio di Red e, di conseguenza, la triste fine dell’anziano Brooks (James Whitmore), che oramai conosce solo l’esperienza del carcere e, una volta all’esterno, non può fare altro se non morire.
Mi piace molto Clancy Brown nei panni dell’orrido capo dei secondini, e ammiro la pletora di caratteristi che passeggia per le mura del penitenziario di massima sicurezza, perché quando vedi tutte queste facce meravigliose al lavoro in un unico film, non puoi non scioglierti in lacrime.
Ma più di tutto mi affascina il modo in cui The Shawshank Redemption è un film così preciso nel costruire i suoi appuntamenti emotivi, da sembrare quasi manierista: è l’epitome del dramma hollywoodiano d’ambientazione carceraria, ne sfrutta ogni singolo cliché, ed è platealmente svergognato in questo.

Questa caratteristica di spudoratezza è presente anche nella novella di King, ma in misura minore, perché la controparte letteraria del film sa essere abbastanza aspra e dura, quando vuole; qui prevale un tono fiabesco che riesce a edulcorare gli aspetti più sgradevoli della storia di Andy, come i ripetuti stupri che subisce in carcere, tanto per dire. Non c’è mai un momento di reale perfidia, neppure quando il direttore del penitenziario fa sparare all’unica possibilità per Andy di dimostrare la sua innocenza.
A differenza del successivo (e secondo me superiore) Il Miglio Verde, The Shawshank Redemption è un film sempre pulito. Sì, persino se si tratta di far attraversare al nostro protagonista un tunnel pieno di liquami di fogna. Persino lì, pare merda profumata.
Ma è anche questo il segreto, a mio avviso, del successo straordinario che il film di Darabont ancora oggi riscuote nel pubblico: non ti fa mai sentire sporco, quasi che 30 anni in un carcere di massima sicurezza non fossero poi questa brutta faccenda; ci si fanno un sacco di amici e Morgan Freeman racconta la nostra storia.

Come dicevo prima, gli unici momenti in cui si sente davvero il peso del sistema carcerario sono, in uno strano paradosso (ma neanche troppo), quelli ambientati all’esterno di Shawshank, dove il peso del dramma non ricade più sulle spalle del povero innocente incastrato, ma sui detenuti “veri”, quelli privi di alternative, quelli che non possono cavarsela facendo la dichiarazione dei redditi al direttore e vengono gettati in pasto alla “libertà”, senza privilegi di sorta e senza gli strumenti per gestirla.
Intendiamoci, resta un film godibilissimo, ha un finale che davvero scalda il cuore, Morgan Freeman è un dono di Dio all’umanità e Darabont gira con competenza, coadiuvato da un Roger Deakins che riesce a privare dello squallore persino le lavanderie di un penitenziario.
Ma, anche a rivederlo a distanza di anni, ora che non sono più una ragazzina arrabbiata, continua a sembrarmi un film troppo “carino” per smuovermi sul serio.
Per quanto mi riguarda, il vero grande adattamento non horror da King arriva al prossimo giro di questa rubrica. E lì, di carino, non ci sarà proprio nulla.

10 commenti

  1. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Come Kingiano di lunga data ero alquanto incuriosito da questa recensione.. Nel 1994 avevo 18 anni, ma quel pivello saccente che ero aveva la presunzione di averle già capite , un paio di cose. Ricordo distintamente che uscii dal cinema e dissi al mio partner in crime di tante scorribande horror al cinema e in videoteca (a proposito, ora fa il videomaker ed è pure bravino, mi auguro che parte dell’ imprinting gliel’abbia passata io) “Bhe, non è male, ma ti fa troppe CAREZZINE. Non c’è nulla di male a fare Hollywood e nelle carezzine, ma alla lunga le carezzine SMIELANO”.
    Tu lo scrivi meglio. Eh, sì. Il Miglio Verde è superiore (sarà perchè ti fa MENO carezzine). Eh sì, King ha scritto di meglio, pure nella stessa raccolta.
    Però si rispettta Darabont. Non fosse altro per il SUO finale di The Mist (la roba più CORAGGIOSA che ho visto fare con King prima dell’avvento di Flanagan).
    Il prossimo (che citi nella rece, credo) non ha NESSUNA CAREZZINA, invece.

    1. Darabont si rispetta sempre e gli si vuole bene, nonostante sia responsabile per 10 anni di TWD 😀
      A me piacciono le carezzine, figuriamoci: anche Il Miglio Verde, in un certo senso ti accarezza con l’idea di speranza e bontà che comunque resiste anche in un luogo orribile come il braccio della morte, però non passa tutto come se fosse un’esperienza piacevole, quando c’è da picchiare duro non si tira indietro. È sempre cinema “ottimista”, se proprio vogliamo usare questa parola, ma non edulcora il brutto della vita.

  2. C’è questa storia che King ha raccontato di frequente, di una signora che, incontrandolo in una libreria dove stava firmando copie, gli disse che a lei non piacevano gli horror, aveva visto Shining e It in TV, e lei preferiva storie come quel film, The Shawshank Redemption…
    “Anche quello l’ho scritto io!”
    “No che non lo ha scritto!”
    A me il film piace, forse perché è un monumento al potere del martello per geologi.

    E un giorno dovremo discutere di questa faccenda che se non fai vedere gli escrementi, gli stupri e la brutalità non sei abbastanza coraggioso 😉

    1. Ma ormai mi conosci abbastanza bene per sapere che non è così: non è un problema di quello che mostri, ma di come lo mostri. E l’esperienza dello stupro (e quella carceraria in generale) qui passa come un “che sarà mai”.

    2. Luca Bardovagni · · Rispondi

      Come speleologo il mio monumento a quel martello è innalzato da almeno vent’anni ;D . Però, Hollywood per Hollywood, Grandi Nomi come attori per Grandi Nomi, c’è veramente troppa “redenzione” come nel titolo italiano. Che non lo rende assolutamente un brutto film o disdicevole, eh.

  3. si tratta di una fiaba per adulti con tanto di lieto fine e in questo senso è riuscita, non vuole essere una rappresentazione realistica della vita (e della violenza) carceraria

  4. Molto meglio il romanzo del film. La brutalità degli ergastolani non è facilmente digeribile per lo spettatore medio.
    Concordo su “Donato da Dio” Freeman

  5. Con i suoi limiti, resta un buon film, che tuttora rivedo con piacere.

  6. Un adattamento kinghiano certo meno riuscito de Il Miglio Verde, oltre che meno rappresentativo della terribile realtà della vita carceraria, ma se si accetta di sottostare al ricatto sentimentale posto in essere nei confronti dello spettatore (con relativo smussamento delle esperienze più crude e atroci all’interno di un carcere di massima sicurezza) allora vale senz’altro la pena vederlo. E tutti i grandi nomi coinvolti aiutano parecchio a riguardo…

    1. Ma sì, vale assolutamente la pena, anzi, va visto a tutti i costi perché è una tappa fondamentale del bizzarro rapporto che lega King e le trasposizioni dei suoi film!

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