The Dark and the Wicked

Regia – Bryan Bertino (2020)

Dato che, secondo l’illuminata opinione di certi attentissimi osservatori, questo è un anno mediocre, nel giro di poco più di una settimana mi sono piovute tre bombe sulla testa, senza contare che è circa da febbraio che qui si parla di horror importanti, rilevanti, con qualcosa da dire e da raccontare, tutti pronti in rampa di lancio per quando stenderemo il nostro annuale consuntivo. Ma tranquilli, è stato un anno mediocre.
Così mediocre che Ryan Bertino, dopo un’assenza di quattro anni (The Monster è del 2016), torna dietro la macchina da presa e ci regala un’esperienza per cui credo esista una sola definizione: annichilente. Non sto scherzando: The Dark and the Wicked è un film da non prendere assolutamente alla leggera, perché può ferirvi e lasciarvi con delle brutte cicatrici in centinaia di modi diversi e per centinaia di motivi diversi, a seconda della vostra disposizione d’animo del momento. È un horror soprannaturale puro, ma è anche un film che scava nell’intimità dei personaggi, la seziona con precisione chirurgica e, se riesce a essere spaventoso come soltanto i gradi horror demoniaci possono essere, non lo è mai in maniera meccanica, e ogni attimo di terrore profondo (che gela il sangue nelle vene) ha un significato ben preciso e aggiunge qualcosa di nuovo alla storia narrata.

Louise (Marin Ireland) e Michael (Michael Abbot Jr.) sono due fratelli che tornano nella casa della loro infanzia per vegliare il padre morente. Questo, contro il parere della madre, che non vorrebbe i suoi figli fossero lì. Ma sia Michael che Louise non hanno alcuna intenzione di abbandonare i genitori in un momento simile, e così si presentano un lunedì mattina alla fattoria in Texas dove sono cresciuti, contando di rimanere una settimana, forse poco più. Tanto al padre manca davvero poco.
L’atmosfera è già grigia di suo, si capisce che i due fratelli non si vedono da un po’, che Louise non ha neanche presenziato al compleanno delle figlie di Michael, che si sono allontanati l’uno dall’altra, perché le loro rispettive vite hanno preso direzioni diverse.
Eppure, e qui già si nota quando sia bravo Bertino con i dettagli, c’è tra loro due una complicità che neppure gli anni di distanza sono riusciti a scalfire. Una serie di gesti, non di parole, che evidenziano il legame ancora forte che unisce i due personaggi, e unisce entrambi agli anziani genitori. Non c’è rancore o risentimento. Soltanto le barriere naturalmente innalzate da un’esistenza che, si vede, non è stata gentile con nessuno.

Non ci vuole molto perché sulla fattoria si abbatta la tragedia: la madre si toglie la vita la prima notte che Louise e Michael passano a casa, in circostanze agghiaccianti, per di più, e il ritrovamento di un diario scritto dalla donna durante tutto l’arco della malattia del marito suggerisce due ipotesi: o prendersi cura di un uomo gravemente malato, nell’isolamento assoluto del Texas rurale, aveva minato la sua sanità mentale, oppure la madre dei due fratelli era alle prese con un qualcosa di malvagio, e non appartenente a questo mondo.
Ora, Louise e Michael sono da soli, aiutati da un’infermiera, e devono accompagnare il padre verso la morte, e anche cercare di proteggerlo da qualunque cosa infesti la fattoria.

The Dark and the Wicked è un film d’assedio, ha l’atmosfera di un western crepuscolare, e credo potrebbe piacere molto a Carpenter, perché è, in estrema sintesi, il racconto di due personaggi sempre più chiusi nel loro isolamento, che devono confrontarsi con un male antico e del tutto fine a se stesso.
Può essere il diavolo in persona, può essere un qualche demone capitato sulla terra per caso, ma non c’è un motivo per cui si sia accanito proprio su questa famiglia. È la manifestazione di un potere altro, che si muove secondo una logica imperscrutabile, a noi del tutto ignota, e contro cui non abbiamo armi o difese.
È quasi commovente vedere questi piccoli essere umani che tentano di opporsi alla progressiva erosione delle loro vite con strumenti sempre più inefficaci: Dio, l’amore, la compassione, il senso del dovere. Sono tutte categorie che, all’entità all’opera nella fattoria, fanno il solletico.
Louise e Michael, a prescindere da quelle che saranno le rispettive reazioni, hanno il destino segnato nel momento in cui rimettono piede in casa.

Una malvagità così profonda e così pervasiva, che è quasi incomprensibile persino a noi spettatori, rannicchiati sulle nostre comode poltrone a sperare che mai capiti anche a noi una cosa del genere.
Eppure capita. Capita a tutti, la viviamo tutti prima o poi, una cosa del genere.
Il lutto, la morte di una persona cara o la sua malattia, quel senso di impotenza quando non c’è altro da fare se non aspettare un evento che è solo questione di giorni o ore.
Sono le ore dell’assedio, quando ti vai a schiantare contro la malvagità profonda e pervasiva rappresentata dalla mortalità di ognuno di noi, e sai che hai perso in partenza.
La metafora messa in scena da Bertino (anche sceneggiatore) è chiarissima, ma non è affatto didascalica, perché The Dark and the Wicked è, lo dicevamo prima, un horror soprannaturale puro e semplice, che non risparmia colpi bassi e può contare su una conoscenza enciclopedica, da parte del suo autore, del linguaggio della paura nella sua accezione più raffinata.

Bertino, dal 2008 a oggi, ha diretto soltanto quattro film, e si è anche sempre mosso sotto traccia. Nei vari articoli dove la critica colta mostra di essersi accorta che l’horror esiste, non trovi mai il suo nome, mentre è facilissimo trovarci Ari Aster o Dave Eggers. Anche tra i semplici appassionati non riscuote di poi così tanto credito, forse perché sono 12 anni che ancora ci accapigliamo sul finale di The Strangers.
Eppure Bertino è un autore tanto quanto i suoi più illustri colleghi: lo ha dimostrato con il sottovalutatissimo The Monster, e ora lo ribadisce con The Dark and the Wicked.
Credo, tuttavia, che questa tendenza a fare finta che quasi non esista sia dovuta al fatto che, mentre i vari Aster ed Eggers si approcciano all’horror con un piglio molto distaccato, Bertino ci si immerge fino al collo e ci si rotola pure dentro. È un regista “classico”, non ha come ambizione quella di superare o aggirare i meccanismi tipici del genere, ma di farli propri.
Non esiste una maniera giusta e una sbagliata di girare film dell’orrore del XXI secolo, anzi, non è mai esistita. E tuttavia quella di Bertino è forse la meno vistosa, quella che si fa più fatica a riconoscere immediatamente come “autoriale”.

Sono però convinta che con questo The Dark and the Wicked, per la gravità dei temi proposti, per la sobrietà della messa in scena e, soprattutto, per violenza emotiva estrema con cui Bertino conduce la sua parabola sul lutto e sulla perdita, finalmente potrà essere inserito anche lui tra i nomi pesanti che stanno illuminando il genere da parecchio tempo, ormai, a questa parte.
Qualche giorno fa, in una puntata del podcast Paura & Delirio, con Davide dicevamo che la famiglia è, da sempre, il nucleo narrativo centrale dell’horror americano, sia essa intesa come ultimo rifugio per proteggersi dal male, sia come nido e origine del male stesso. Con The Dark and the Wicked Bertino mette comunque la famiglia al centro del racconto, ma non è né baluardo né fattore scatenante della presenza del maligno: è una fragile barriera di carta velina, è l’ultima illusione, è la sconfitta silenziosa degli affetti di fronte all’ineluttabilità della nostra finitudine.

 

5 commenti

  1. Che splendore di recensione, complimenti Lucia.
    Il film di Bertino colpisce come uno schiacciasassi, non dà alcuno spiraglio, nessuna parentesi di alleggerimento, è un incubo dal primo all’ultimo minuto.
    Concordo con te sul fatto che Bertino non gode del giusto rispetto, sembra che chi ha bollato (senza avere capito una fava) il suo The Strangers come “remake sfigato di Funny Games” non sia ancora riuscito a superare questo ingiusto pregiudizio.

    1. Grazie!
      Tu pensa che io il film l’ho rivisto due volte di fila, perché un’agonia di 95 minuti non mi era bastata e ho dovuto raddoppiare.
      Infatti, Bertino alla fine ha esordito con un grande home invasion, che con Funny Games non c’entrava nulla, ma ai tempi la comunità cinefila si era fissata e non era possibile toglierglielo dalla testa.
      Sono passati 12 anni e ancora non la fanno finita.

  2. Boia faus.
    Che botta.
    Quanta bellezza.

  3. A me, personalmente, The Monster era piaciuto assai. E credo che la cosa si ripeterà anche con quella soprannaturale, crudele metafora del lutto e della perdita che è The Dark and the Wicked…

  4. Maria Alessandra Cavisi · · Rispondi

    A me The Strangers all’epoca non dispiacque affatto, anzi. E questo film soprattutto per quello che dici alla fine in riferimento al tema della famiglia mi sembra decisamente imperdibile. Quest’anno, comunque, è vero che abbiamo avuto una serie di horror davvero molto interessanti, altroché.

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