Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 14: La Mosca

Regia – David Cronenberg (1986)

Arriva sempre in ogni challenge, è IL CAPOLAVORO, il film che ti mette in uno stato di profonda soggezione, perché non sai bene da che lato affrontarlo. Il day 14 è dedicato al best make-up, categoria dalla valenza duplice: ci si può riferire sia al trucco, chiamiamolo così, “normale”, o a quel settore di confine in cui il trucco diventa un effetto speciale. Parlando di horror, ho ritenuto più pertinente la seconda interpretazione, e non esiste, ancora oggi, un make-up che si avvicini in perfezione a quello realizzato dalla squadra di Chris Walak per La Mosca. Bisogna anche aggiungere che il film è del 1986, quindi ci compie 40 anni. E così abbiamo pure inserito il complehorror nella challenge, che ci sta sempre bene (dato che abbiamo saltato agosto e settembre, colpa mia).
Ho rivisto La Mosca ieri dopo una quindicina d’anni. Sono rimasta sconvolta. Ho pianto a singhiozzi per tutta la seconda parte del film e sono andata a dormire con l’angoscia. Per farvela il più breve possibile, mi ha straziato l’anima, evento molto bizzarro, se pensiamo a chi c’è dietro la macchina da presa. Bizzarro, ma non unico. Sapete quale altro film di Cronenberg ha avuto sulla vostra affezionatissima un effetto simile? Esatto, La Zona Morta.

Cronenberg gira La Mosca su commissione (di Mel Brooks, tra gli altri, ma lo sapete già, non ci incartiamo subito), e si prende anche una barca di soldi, perché entra in corsa in sostituzione di un altro regista che aveva dovuto abbandonare il progetto. Rimette comunque mano alla sceneggiatura, anzi, la riscrive da capo, ma pur sempre di un film non del tutto “suo” si tratta, esattamente come per l’adattamento kinghiano del 1983. Ad aumentare il carico, è il remake dell’omonimo (non da noi: in Italia si chiama L’Esperimento del Dottor K., non chiedetemi perché) film del 1959 con Vincent Price. Parlare di remake nel caso de La Mosca è un po’ la stessa faccenda di quando parliamo di The Thing: più che un remake è una completa rivisitazione di una storia, talmente stravolta da risultare irriconoscibile. Anche qui c’è un racconto di mezzo, scritto da George Langelaan e pubblicato su Playboy nel 1957. In entrambi i casi, quello di Carpenter e quello di Cronenberg, si va ad adattare una fantascienza di stampo classico in un body horror contemporaneo, con risultati sbalorditivi.
Ma devo ammettere che La Mosca mi ha sbalordita di più rispetto a La Cosa. Da Carpenter me lo aspetto, su Cronenberg ho sempre aspettative differenti, anche quando mi capita di rivedere suoi film che ho già visto. Cronenberg è un freddo, e non lo sto dicendo in senso negativo, sto soltanto ribadendo l’ovvio. È freddo nei confronti dei suoi personaggi, non gli importa di loro, si limita ad analizzarli, ma da una distanza molto calcolata.

Invece La Mosca è un melodramma. Certo, c’è il body horror, c’è il discorso sulla carne, che diventa persino didascalico a tratti (sempre non in senso negativo: Cronenberg stava parlando a un pubblico molto vasto con questo film), c’è la repulsione, lo schifo, ci sono i rigurgiti di Brundlefly su cibo e persone, i denti che cadono, i pezzi del corpo che si staccano, la metamorfosi di un essere umano in qualcosa d’altro che distrugge il suo corpo e lo riduce a una materia organica abietta e rivoltante. È il motivo per cui l’ho scelto per la categoria di oggi, dopotutto.
Eppure rimane un melodramma, quasi sul modello Universal anni ’30, quei film di mostri che erano innanzitutto delle tragedie, nel vero senso del termine. Tutto filtrato attraverso la sensibilità degli anni ’80 del XX secolo, quindi con problematiche legate alla mentalità, alle ansie, ai terrori tipici dell’epoca.
Lo trovo un approccio molto interessante a un progetto non originale, in particolare da parte di un autore come Cronenberg che, ricordiamolo, era già la terza volta che si trovava ad avere a che fare con un film non del tutto “suo”, con un’opera “commerciale”, se così vi piace chiamarla.
Il budget in effetti è abbastanza imponente, c’è di mezzo una quasi star come Jeff Goldblum, sebbene ancora nelle fasi iniziali della carriera, e c’è uno studio come la Fox alle spalle.

Il melò è un genere che non morirà mai, perché non se ne ha mai abbastanza. Anche se magari lo si trova sempre più di rado nella sua forma pura, riaffiora sempre anche in luoghi in cui non si aspetta di trovarlo. L’horror il melò sono poi contigui e dialogano spesso e volentieri. La Mosca, prima di diventare un body horror puro, e ancora prima di affacciarsi nella fantascienza, parte con le caratteristiche di una commedia romantica, con i due protagonisti, Brundle e Veronica (Geena Davis) che si conoscono, flirtano, si piacciono, e poi lui le mostra la sua scoperta sensazionale e le propone di seguirne passo dopo passo gli sviluppi per un reportage giornalistico o addirittura un libro. La relazione tra i due non è il contorno della vicenda, non è un semplice accessorio per rendere più digeribile (scusate) l’orrore; al contrario, l’orrore lo amplifica, perché il nostro punto di vista, da un certo punto in poi, diventa quello di Veronica, e assistiamo, attoniti e sconvolti quanto lei, al mutamento di Brundle.
Se non fosse così spettacolare e tecnicamente stupefacente, passerebbe addirittura in secondo piano che quel simpatico e un po’ imbranato scienziato stia diventando un insetto: c’è una donna innamorata costretta a guardare il corpo dell’uomo che ama disfarsi pezzo dopo pezzo, fino a renderlo irriconoscibile. E lei continua ad amarlo fino all’ultimo istante. Se non è melodramma questo, ditemi voi che cos’è.

Per questo motivo ho sviluppato la convinzione che non sia tanto Goldblum il protagonista de La Mosca, ma Geena Davis, e che sia la sua interpretazione a rendere davvero enorme il film. Riesce a esprimere disperazione, disgusto, preoccupazione e, di nuovo, amore, con un solo sguardo, ed è un personaggio femminile scritto benissimo. Non è semplicemente la spalla terrorizzata dello scienziato pazzo, è la sua ancora morale, l’unico residuo di umanità che gli resta quando, per usare le sue stesse parole, sta diventando “un insetto che ha sognato di essere umano”.
Inoltre, non c’è uno scienziato pazzo: Brundle entra nella capsula del teletrasporto non perché è stato messo in discussione il suo ego di uomo di scienza, ma quello di fidanzato. Quando Veronica se ne va perché, noi lo sappiamo, non lo sa Brundle, deve andare a chiudere in maniera definitiva con il suo ex, Brundle, preso dalla gelosia, decide di provare la macchina su stesso, con gli effetti che conosciamo.
Come vedete, non siamo nell’ambito abbastanza trito già nel 1986 dell’uomo che gioca a fare Dio e ne paga le conseguenze, siamo nell’ambito di una storia d’amore in cui un problema di comunicazione porta all’annientamento.

È proprio la commistione tra body horror, melodramma, film di mostri classico, B movie e, infine, sguardo d’autore, a fare de La Mosca il capolavoro che è. Sono tutte cose che, a metterle insieme, potrebbero non funzionare, o conflagrare l’una nell’altra creando un ibrido immondo come il povero Brundlefly. Invece, in mano a Cronenberg creano un’armonia perfetta, un’opera sentimentale, tenera, eccessiva, a tratti grottesca, persino capace di esprimere un umorismo tutto storto e fuori registro, un film che ti colpisce prima al cuore e poi ti tiene sveglia a ripensare a tutto ciò che hai visto. I temi del cinema più cerebrale di Cronenberg ci sono tutti, ma è il punto di vista che cambia. Di solito clinico ed esterno, ne La Mosca, interno e partecipe. Dopo aver visto l’anno scorso The Shrouds, mi sono resa conto che ha parecchi punti di contatto con La Mosca. Nella contemplazione del disfacimento, della malattia, della fragilità dei nostri corpi destinati alla decadenza e alla fine, il Cronenberg crudele fa posto a una persona che soffre con i suoi personaggi e sta loro accanto fino alla fine.
E poi li abbatte a fucilate, perché che altro vuoi fare?

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