5 Film da vedere se vi è piaciuto Bring Her Back

Per chiudere la settimana prima di prenderci qualche giorno, ho pensato di rispolverare una vecchia rubrica che vi piaceva un sacco, e che ho un po’ abbandonato al suo triste destino. Dopo aver visto l’opera seconda dei gemellini australiani, mi è tornata la voglia di rispolverarla, e magari, chi lo sa, potrebbe fare un grande rientro in pompa magna nel corso dell’autunno.
Intanto, come sempre cercherò di andare a pescare un paio di consigli meno ovvi. Quindi no, Pet Sematary non c’è, un po’ perché è il più famoso del filone “decisioni sbagliatissime compiute quando si è accecati dal dolore”, un po’ perché siete perfettamente in grado di trovarlo senza che ve lo dica io.
Come sempre in questi casi, il nome della rubrica dice già tutto: presuppone che il film lo abbiate visto, di conseguenza sono possibili spoiler vari sparsi tra un suggerimento e l’altro. 

1. Pumpkinhead – Regia di Stan Winston (1988)

Se vi fa strano trovare qui un’icona minore dell’horror di serie B degli anni ’80, è perché non avete mai visto Pumpknhead, esordio alla regia del mago degli effetti speciali Winston, e minuscolo gioiello di animatronica, dolore e disperata vendetta. Tanto per sottolineare un’ennesima volta che l’horror non ha cominciato ad affrontare temi pesanti perché si è svegliato una mattina un po’ depresso nel XXI secolo, ma lo ha sempre fatto, Pumpkinhead è la storia di un terribile lutto che si trasforma in ferocia assassina.
Abbiamo un povero disgraziato, di nome Ed (Lance Henriksen), che gestisce un piccolo negozio in una zona rurale nella nostra rinomata Bifolcolandia. Giunge lì un gruppo di insopportabili ragazzotti in vacanza. Si mettono a fare gli scemi sulle motociclette nello spiazzo antistante allo spaccio e finiscono per investire e uccidere il figlio di Ed. Lui, giustamente un po’ alterato, se ne va dalla strega ivi residente ed evoca la creatura del titolo, che fa una paura atroce, non ha un minimo di pietà, e procede a fare fuori non solo i responsabili diretti della morte del bambino, ma anche tutti i loro amici.
Certo, l’estetica è quella tipica di fine anni ’80 e il film è presentato al pubblico come un teen horror, ma è tutto un inganno, perché a Winston interessa indagare fin dove siamo in grado di spingerci mossi dalla sofferenza. Più che un generico creature feature, è quasi un folk horror con una interessantissima messa in scena della ritualità occulta. 
Per chi porta rancore.

2. Dark Water – Regia di Hideo Nakata (2002)

 Non ha molto a che spartire con Bring Her Back a uno sguardo che si fermi soltanto alla trama, ma ne condivide parecchi elementi, tra i quali quello, importantissimo, dell’acqua, che nel film dei Philippou fa da accompagnamento costante alla vicenda, sotto molteplici forme, dalla pioggia, all’acqua della doccia, fino ad arrivare alle pozzanghere e alla piscina teatro del finale. Anche in Dark Water l’acqua c’è sempre ed è l’elemento attraverso cui si diffonde il terrore, nonché il motivo scatenante dell’incidente che ha generato uno dei tanti fantasmi vendicativi dell’horror giapponese di inizio millennio.
Bring Her Back, da questo film, riprende anche alcuni accorgimenti estetici, primo tra tutti una certa staticità nella messa in scena, spesso raggelata in una serie di quadri uno più angosciante dell’altro.
A livello tematico, si parla sempre e comunque di lutti, di traumi, di bambini abbandonati e lasciati morire. Certo, il personaggio di Yoshimi è molto diverso da quello di Laura, anzi, è il suo opposto speculare, anche nel concetto di sacrificio proposto dai due film. Ma le affinità tra Dark Water e Bring Her Back sono molto più sottili, sono due film che parlano la stessa lingua, anche se la usano per raccontare due storie che si muovono in direzioni divergenti.
Non so se i Philippou si sono ispirati direttamente a questo film, ma ci sono alcune inquadrature che mi sono sembrate quasi prese di peso dal lavoro eccellente di Nakata, il mio J-Horror preferito, di un regista che, come pochi altri, ha contribuito alla sua diffusione sul mercato internazionale. 
Per chi ha passato i primi anni 2000 alla ricerca di sottotitoli.

3. A Dark Song – Regia di Liam Gavin (2016)

Usciamo dal secolo scorso perché da qui in poi avremo soltanto film molto recenti, e andiamocene in Irlanda, a passare un centinaio di minuti in compagnia di Solomon e Sophia; il primo è un esperto di esoterismo, la seconda una donna che ha perso la figlia da poco. Sophia paga Solomon per celebrare un rito che, in teoria, dovrebbe permetterle di comunicare di nuovo con la figlia. Ma il rito in questione è molto diverso da quello che potreste aspettarvi, e consiste in una convivenza forzata, dalla durata che si può anche estendere per diversi mesi, tra due persone che si detestano chiaramente (lui ha pure qualche spiccata tendenza sadica, tanto per non farsi mancare niente), che si trasforma in una vera e propria ordalia per Sophie.
A Dark Song gioca tutta la sua efficacia sulla determinazione della sua protagonista, sul suo essere disposta a sottoporsi alle peggiori pratiche pur di poter parlare ancora una volta con la propria bambina, e sulla relazione esplosiva tra lei e Solomon, uno dei personaggi più sgradevoli del cinema dell’orrore (e non) degli ultimi dieci anni.
È un film lento, claustrofobico, eccessivo, che tracima spesso nel cattivo gusto e chiude con una sequenza difficile da digerire, ma credo sia un’esperienza che val la pena di fare. 
Per i più coraggiosi. 

4. Anything for Jackson – Regia di Justin G. Dyck (2020)

Passato molto, troppo, in sordina nel 2020, Anything for Jackson è una interessante variazione sul tema dei pasticcioni dell’occulto (e Laura di Bring Her Back è una pasticciona da record mondiale): qui ci sono due anziani coniugi, due nonni in lutto per la morte del loro nipotino, Jackson, che trovano un libro di formule in latino e capiscono che compiendo un rituale, possono riportare in vita il bambino. Per compiere il rituale, hanno bisogno di una donna incinta da sacrificare a un demone, mentre l’anima di Jackson dovrebbe incarnarsi nel corpo del nascituro.
La quantità di disastri che i due combinano nel corso del film è decisamente importante, ma anche la loro incrollabile cocciutaggine nel voler andare avanti a ogni costo, persino quando la casa in cui vivono si riempie di entità malevole intenzionate a rubare il corpo scelto come vessillo dello spirito inquieto del povero Jackson.
Da un punto di vista di struttura del racconto e sguardo sui personaggi, Anything fot Jackson è il film che più somiglia a Bring Her Back: i protagonisti non hanno l’esatta cognizione di cosa stanno facendo, anche se al posto dei tutorial in VHS qui abbiamo il sinistro grimorio; inoltre, l’atteggiamento del regista nei loro confronti è ambiguo. Non viene mai messo in discussione che siano loro i villain della storia, ma non si può prescindere dal guardarli con un certo grado di tenerezza e di umana pietà.
Anything for Jackson è più leggero del film dei Philippou, ogni tanto ha persino qualche sprazzo di commedia, soprattutto quando i due vecchietti cercano di mantenere una parvenza di buone maniere con la ragazza che tengono incatenata in cantina, ma l’atmosfera di fondo è più o meno la stessa.
Fa molto ridere pensare che il regista abbia diretto in carriera solo commedie natalizie e poi se ne sia uscito, con la complicità di Shudder, con questo horror dalla tristezza sconfinata.
Per gli occultisti dilettanti.

5. Birth/Rebirth – Regia di Laura Moss (2023)

Quel mostro di bravura di Marin Ireland deve avere un rapporto molto particolare con gli horror deprimenti e sconsolati, perché dopo The Dark and the Wicked eccola qui, a dispensare altri traumi agli incauti che si sono azzardati a sottoporsi a questo piccolo esordio indipendente.
Torniamo a parlare di madri che cercano in tutti i modi di riportare in vita figlie morte, solo che in questo caso non vengono coinvolte entità angeliche e/o demoniache, perché ci pensa una scienziata con un siero di sua invenzione e con l’abitudine poco socialmente accettabile di trafugare salme dall’obitorio dell’ospedale in cui lavora, al fine di condurre i suoi esperimenti da novella Herbert West.
Si impadronisce del cadavere di una bambina da poco defunta e viene quasi subito colta in castagna dalla madre di lei. Quando però ci si rende conto che la bimba respira e sta tornando in vita, ecco che le cose assumono una piega sinistra e molto compromettente dal lato etico.
Se gli altri film sono tutti horror soprannaturali, qui entriamo nel campo del body horror puro, con sconfinamento nei territori della fantascienza.
Birth/Rebirth è un film bellissimo, ma è anche riservato a stomaci forti e spiriti indomiti. Mette a dura prova sia la vostra bussola morale sia la vostra capacità di sopportare sequenze esplicite con donne in procinto di partorire come vittime, quindi affrontatelo con cautela. 
Per piccoli scienziati pazzi. 

Ok, mi pare sia tutto. Ringrazio Sara Mazzoni per i preziosi suggerimenti  e noi ci sentiamo tra una settimana, sicuramente con un articolo dedicato a Weapons (vado stasera), e poi con un complehorror di quelli col botto. Buone vacanze a chi le fa (io no, per l’ennesima volta no), e tanti bacetti a chi non le fa. A prestissimo!

3 commenti

  1. Avatar di Massimo
    Massimo · ·

    grazie per i consigli, mancano all’appello 1 e 3.

    Mi permetto di aggiungere una visione recente, You are not me (Tú no eres yo) del 2023, di Marisa Crespo e Moises Romera, che credo possa rientrare nel torbido filone di rapporti genitori-figli e tutto quello che si è disposti a fare per mantenere un rapporto.

  2. Avatar di Giuseppe
    Giuseppe · ·

    Ecco, allora io mi segno i titoli non ancora visti come Anything for Jackson (rimasto in sospeso dai tempi della tua rece e rimandato alle calende greche) e Birth/ Rebirth, per poi beccarmi i bacetti visto che in vacanza non ci vado nemmeno io (pure quest’anno)… Alla settimana prossima, allora! 😉

  3. Avatar di Christian Princeps
    Christian Princeps · ·

    “Pumpkinhead” non l’avevo ancora visto ; l’ho recuperato adesso su YouTube in lingua originale. Molto carino ! Grazie per la segnalazione.