31DayHorrorChallenge: Day 30 – Werewolf by Night

Regia – Michael Giacchino (2022)

Il Day 29 della challenge era incentrato su My first horror movie: se avete ascoltato l’ultimo episodio di Paura & Delirio, lo speciale di Halloween, c’è il racconto dettagliatissimo del mio primo film dell’orrore al cinema, che è stato Return to Oz, quello con Fairuza Balk e le teste mozzate, tanto per capirci, e gli orribili Ruotanti, presenze fisse nei miei incubi infantili. Dato che ne ho parlato ampiamente di là, ho trovato superfluo scriverci un post intero dedicato.
Il Day 30, invece, è dedicato al Black/White Fright, ed è da poco arrivato in casa Marvel uno special televisivo della durata di una cinquantina di minuti e spicci che dovrebbe rappresentare il lato più “sperimentale” e sbarazzino della Marvel. Poi, alla fine, si tratta sempre della solita zuppa, non c’è da farsi troppe illusioni, ma ha delle cose molto interessanti ed molto piacevole e bello da vedere.
Soprattutto, è in bianco e nero e quindi capita a proposito per il tema del giorno. Neanche a farlo apposta.

Werewolf by Night si presenta al pubblico come un falso Universal degli anni ’30. Giacchino, qui alla sua prima prova da regista (se si escludono un paio di corti), dimostra di essere molto bravo a imitare quello stile. Soprattutto nella prima parte dello special, l’illusione è quasi perfetta, sembra di ritrovarsi di fronte a un fondo di magazzino recuperato dai vecchi studios: le luci, l’atmosfera, la “pasta” del bianco e nero, la recitazione di Gael García Bernal nel ruolo di Jack Russel, la prima incarnazione del personaggio Marvel che dà il titolo al film, i costumi e il trucco. È tutto perfetto, tutto studiato per restituire al pubblico non il ricordo, ma la persistenza nell’immaginario di un cinema che non è più, ma lo stesso è presente in tutto l’horror americano. 
Così, con questa bravura nel ricreare il cinema di mostri anni ’30, Werewolf by Night ti frega. Ti frega a partire dalla durata, che non credo sia dovuta tanto alla sua natura televisiva, quanto al voler essere fedeli fin dei minimi dettagli all’epoca di riferimento, quando i film duravano al massimo un’ora e un quarto. Diamine, c’è persino la bruciatura di sigaretta a ogni fine rullo. 

Aiuta a sostenere l’illusione anche la scelta di sospendere la narrazione in una bolla che non è possibile collocare nel tempo e nello spazio. Il film potrebbe essere ambientato ai giorni nostri come nel 1935 e non farebbe la minima differenza. Aiutano le musiche di Giacchino, che ovviamente è anche compositore e deve essere uno innamorato dei vecchi film di mostri Universal e di quelli di Val Lewton, perché li plagia come se non avesse mai visto niente altro in tutta la sua vita. Ci sono, e per la Marvel questa è una roba inaudita, degli effetti pratici assolutamente artigianali, pupazzoni la cui esistenza sullo schermo è fonte di gioia di vivere, c’è Man Thing, che sì, è aiutato dalla CGI, ma glielo possiamo perdonare perché oggi non sarebbe possibile animare una bestia di tal fatta senza l’aiuto di VFX. 
Ciò non toglie che resti una fregatura, infiocchettata ad arte, tutta scintillante e piena di fascino, ma pur sempre una fregatura. La prima volta che si ha la certezza di essere stati turlupinati corrisponde alla prima vittima che il nostro Ted/Man Thing miete: arriva una botta di orrida, ignobile, posticcia CGI che fa stramazzare al suolo l’illusione così ben costruita fino a quel momento. Da lì in poi, si esce dallo stile Universal e si piomba in quello Marvel, il bianco e nero diventa un orpello, il ritmo di solito molto seduto dei classici Universal viene abbandonato in favore di saltelli vari, mazzate acrobatiche che negli anni ’30 quando mai e di una lunga sequenza d’azione che va benissimo, per carità, è ben fatta e pure esaltante, ma non è in linea con le ambizioni del progetto “sperimentale”. E ti accorgi che sperimentale non è affatto. È sempre la solita zuppa. 

Ora, io sono contenta che questo film esista, a prescindere dalla grossa parete divisoria che separa la prima dalla seconda parte, capisco che la Marvel deve pagare dazio al suo fandom e se presenta un film con davvero tutti gli elementi tipici dell’horror tra gli anni ’30 e gli anni ’40, rischia che venga ignorato o sepolto sotto il russare del suo colto pubblico. Però il cambio di direzione stilistico poteva essere gestito con un po’ più di morbidezza ed eleganza. È scontato che da un certo punto in poi lo spettatore del MCU voglia la gente che si mena, le esplosioni e i protagonisti che fanno i funamboli. Non è che dalla Marvel/Disney ci aspettiamo il corrispettivo in bianco e nero di Anna Biller. E tuttavia mi dispiace lo stesso, perché, per una manciata di minuti, ci avevo creduto.
Poi leggo di gente sbalordita da quanto Werewolf by Night sia violento e sinceramente fatico a capire: non lo è nemmeno per gli standard Marvel, a dire la verità. Il Doctor Strange di Raimi lo è molto di più e non ha nemmeno il vantaggio del sangue che in bianco e nero si può mostrare con meno parsimonia. 
Sì, c’è un po’ di sangue, un paio di personaggi fanno una brutta fine, ma vedere il licantropo in azione è, anche lì, la solita zuppa di campi lunghissimi e corpi scaraventati contro i muri senza che riportino una sola ferita. 
C’è da dire, a favore del film, che Giacchino se non altro compone delle inquadrature dal sapore profondamente cinematografico e sa usare i tagli di luce come un piccolo Karl Freund. Di questo ringraziamo anche la direttrice della fotografia Zoë White. 
Non ho detto nulla sulla trama, perché è accessoria, insignificante e anche molto prevedibile. Alla fine, Werewolf by Night è un filmetto che fa simpatia, ma più di quello non sa o forse proprio non vuole fare. 
Ultimissima cosa e poi vi mollo: è sempre un onore vedere sullo schermo Harriet Sansom Harris

3 commenti

  1. Giuseppe · · Rispondi

    Se la Marvel cominciasse a “sperimentare” davvero (che poi, sotto gli onnipresenti occhi di mamma Disney, cosa pretendi di poter fare? Siamo seri) dopo aver trascorso anni ad orientare i gusti del proprio pubblico verso determinati standard (Raimi temo rimarrà un’eccezione irripetibile), andrebbe di certo incontro a un futuro di incassi traballanti e anatemi continui da parte del fandom, quindi è meglio non spingersi troppo oltre… il che, purtroppo, significa dare per persi fin dall’inizio altri progetti futuri sulla falsariga di un Werewolf by Night già, di fatto, ridimensionato rispetto al suo vero potenziale 😦

  2. Non ho sentito il podcast, ma Return to Oz era un film imperdibile quando lo trasmettevano, anche per i suoi contentenuti horror. Era “strano” e affascinante. Ci vorrebbe un post monografico (c’è?), sul film, sull’attrice protagonista, sul linguaggio, sul regista (che, da regista, ha fatto solo questo film), sulle emozioni…

    Il mio primo contatto con l’horror in tv ha ricordi confusi che si sovrappongono e mi regalò delle notti insonni (davvero, ero troppo piccolo) fatti di spezzoni che riuscii a vedere di nascosto (i miei giustamente non volevano) dei quali ho delle immagini sparse: morti che escono dalla tomba, un gatto ucciso, una vecchia casa padronale, Telly Savalas (???)… Ho pensato a Lisa e il Diavolo, ma forse metto insieme più film diversi. Ho poi la sequenza di un blob che scioglie le persone, forse di Caltiki (Mario Bava, è colpa tua!) e ricordo chiaramente il ragno alieno appiccicato al viso di un uomo in Alien. Ma questa roba intravista di nascosto era troppo forte per me (non era il momento giusto).
    Il primissimo contatto “entusiasmante” credo avvenne con i fumetti di Zio Tibia. Poi arrivò Dylan Dog.
    I primissimi film che invece ricordo imperdibili per il me bambino (prima di Notte Horror) erano più o meno questi (non sempre e non proprio horror): Ritorno ad Oz, Il mistero del lago oscuro, Labyrinth, L’ammazzavampiri; Piramide di Paura; Incontri ravvicinati, I Goonies… Poi ne arrivarono subito molti altri.

    Sul film del post, passo.
    Racconto il mio rapporto con il Black/White fright. Di film in bianco e nero ne ho visti pochi e quelli significativi non sono stati quasi mai horror.
    Però, se è Caltiki uno di quei film che mi impressionò da troppo piccolo, beh, è il mio primo Black/White fright.
    I classici in B/N io li ho recuperati molto tardi e spesso conosciuti prima solo tramite altri film (o fumetti). Come ho “intravisto” Halloween per la prima volta (le immagini, non il mito) tramite Scream, ho conosciuto i classici tramite la loro evocazione (per temi, stile, linguaggio…) con Ed Wood (il mio preferito di Burton) o Frankenstein Junior. E altri di cui mi sono reso conto successivamente (Sleepy Hollow, per fare un esempio).
    Nel mio cuore, però, forse anche per la mia formazione cinematografica più emozionale e casuale (che storico-tecnica), questi capostipiti non sono quasi mai diventati dei “classici” personali, eccetto Freaks, ma sono entrati iconograficamente lo stesso nel mio immaginario “mostruoso”.
    Quindi… quindi per la challenge mi sono rivisto Frankenweenie. Bello!

    Besos!

  3. Due titoli, un b/n di necessità tecniche e un b/n di urgenza artistica. M il mostro di Dusseldorf (1931) di Fritz Lang (e qualche giorno fa avevo accennato al tema/confronto tra giustizia pubblica e privata con Cane di paglia, qui abbiamo il degno antesignano, il suo incunabolo). Espressionista anche The Lighthouse (2019) di quel “geniaccio” di Eggers con Robert Pattirson e Willem Dafoe (ne approfitto per due titoli: The Florida Project, uno dei più bei (misconosciuti) film degli ultimi anni e Aprimi il cuore, il primo lungometraggio di Giada Colagrande).

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