I remake del 2000: I Spit on Your Grave

Regia – Steve R. Monroe (2010)

Con L’Ultima Casa a Sinistra ho fatto la vigliaccata e ho glissato, anche perché ad agosto l’originale di Craven compirà mezzo secolo e quindi gli sarà riservato il post fiume che merita. Per quanto riguarda I Spit on Your Grave, non me la sento di esimermi: stiamo cercando di analizzare l’horror e l’exploitation nell’era che a me piace definire a. J. K (che sta per avanti Jennifer Kent), e non penso che l’analisi possa essere compiuta senza avvicinarsi a questo film in particolare, a maggior ragione alla luce dell’episodio di Nuovi Incubi che andrà in onda domani, dedicato a Revenge.
E così, dopo non so quanto tempo, mi sono seduta a guardare il remake di uno dei punti fermi della mia educazione sentimentale. Dovete sapere che io rivedo il film originale di Zarchi almeno una volta l’anno; magari non tutto, per carità, magari a pezzi, magari sì, soltanto l’ultima mezz’ora, ma ho bisogno di ripercorrerlo di tanto in tanto. Al suo rifacimento, al contrario, mi avvicino come se avessi a che fare con un pericoloso e velenosissimo rettile: con estrema circospezione e armata di bastone che non si sa mai. 
Non devo spiegare a voi per quale motivo I Spit on Your Grave 1978 sia così importante per la sottoscritta, come non sono tenuta a spiegarvi perché, nonostante ne conosca ogni singolo limite e difetto, il rape & revenge continui a essere uno dei miei filoni preferiti, secondo soltanto allo slasher. Una parte di me, anche nel peggiore, nel più balordo e disgustoso dei rape & revenge, trova una qualche forma di riscatto. La stessa parte di me, persino in questo film, non può fare a meno di sentirsi molto vicina a Jennifer quando taglia il pene di uno dei suoi aggressori con un paio di cesoie e glielo fa mangiare: sono con te, ragazza, ti capisco e ti sento. 
Però so che è sbagliato. Intendiamoci, non è sbagliato ciò che fa Jennifer, è sbagliato il modo in cui Monroe mette in scena il tutto. 

Perché, alla fine, posto che il rape & revenge, per definizione, sfrutta la sofferenza femminile allo scopo di portare la gente in sala, è tutto un problema di sguardo. Le storie che raccontiamo, soprattutto quando lo strumento del racconto è costituito da immagini, cambiano a seconda degli occhi attraverso cui sono narrate e, in seconda battuta, da quelli attraverso cui sono esperite, ma questo è già più complicato e da queste parti siamo cialtroni e non ci spingiamo così oltre. Si potrebbe dire che questo dipende dal genere di chi scrive e dirige un determinato film, e sembrerebbe una semplificazione eccessiva, ma nel caso specifico, quello del rape & revenge, non lo è più di tanto. O meglio: si può possedere una sensibilità tale da spingerti a uscire dal tuo punto di vista limitato e farti in un certo senso testimone di chi magari conosce bene la materia ma non è in condizioni di parlarne, per qualunque motivo. Credo che si possa inserire I Spit on Your Grave del ’78 in questo contesto: è problematico, è lurido, forse aveva tutt’altra ragione di esistere, ma il risultato è quello di farti vivere in prima persona, e da una prospettiva interna, quello che significa subire uno stupro di gruppo. Non se Zarchi avesse questo tipo di sensibilità, se tutto sia al contrario riconducibile all’interpretazione di Camille Keaton o se sia stato soltanto frutto del caso, ma tant’è: in nessuno dei lunghissimi, infiniti momenti della sequenza incriminata del film del ’78, puoi permetterti il lusso di guardare la cosa da lontano, e per un rape & revenge di quegli anni, è un traguardo che va tenuto in considerazione.

Dagli anni ’70 arriviamo agli anni ’00 e, come abbiamo già ripetuto altre volte parlando dei remake dell’epoca, il serbatoio da cui vanno a pescare è quasi sempre quello del new horror, per ragioni innanzitutto commerciali, ma anche perché la rabbia confusa e incontrollata dei registi del new horror è molto simile ai sentimenti di inizio secolo. Se oggi a qualcuno venisse in mente di rifare, ancora una volta, I Spit on Your Grave, molto probabilmente affiderebbe la regia a una donna, alla luce del percorso di riappropriazione di una narrativa da parte di chi si è limitato a subirla, avvenuto negli ultimi 7-8 anni. Ma nel 2009, quando il film è entrato in produzione, non era una cosa cui si desse peso. Non so se avete notato, ma sarebbe impossibile non notarlo, che dei film di cui abbiamo parlato nella rassegna sui remake, nemmeno uno è diretto da una donna. Nel 2009, chiamano Monroe, contro il quale io non ho assolutamente nulla, ci mancherebbe, ma è evidente che gli manchi quella sensibilità di cui parlavamo sopra, quella capacità di assumere la prospettiva di chi non possiede (non ancora) una voce e farsene carico. In altre parole, non è Lucky McKee che fa All Cheerleaders Die o The Woman. Non so se sia volontario, non faccio il processo alle intenzioni, ma I Spit on Your Grave è un rape & revenge tutto raccontato da un unico punto di vista, che non è quello di Jennifer, è quello dei suoi aggressori. 

Jennifer, interpretata tra l’altro da una bravissima Sarah Butler che  ce la mette davvero tutta e a cui voglio un gran bene a prescindere per averci provato, qui è a stento la protagonista del film. Il tempo non lo passiamo con lei, lo passiamo con i quattro rivoltanti individui che si introducono nella villetta da lei affittata in mezzo alla campagna per scrivere il suo romanzo. Monroe aggiunge due elementi di novità in un remake che, per la successione degli eventi, è la copia carbone del suo predecessore: il primo è la presenza di una telecamera con cui uno degli aggressori filma l’intera scena; il secondo è l’introduzione di un altro personaggio, ovvero lo sceriffo che dapprima sembrerebbe rappresentare per Jennifer la salvezza e poi si rivela il peggiore tra tutti. Entrambi i fattori di novità sono tipici del periodo storico in cui il film è stato realizzato: la telecamera strizza l’occhio al found footage e, a un livello leggermente più sofisticato, all’attitudine da guardone dello spettatore, ma la faccenda non viene mai elaborata davvero e, verso la fine, diventa un mero strumento di contrappasso quando Jennifer metterà in pratica la sua vendetta; lo sceriffo corrotto, invece, è l’ennesima dimostrazione della completa sfiducia in qualsiasi forma di autorità che si respirava all’epoca. Anche qui, purtroppo, lo spunto di per sé interessante finisce in un vicolo cieco narrativo, perché Monroe lo butta lì allo scopo di giocarsi un paio di situazioni rivoltanti, ma si rifiuta di approfondire la questione. 

Cambia anche il meccanismo della vendetta, che qui è molto più macchinoso ed elaborato, sempre perché siamo nel 2010 e se non ci infili quel minimo sindacale di torture porn nemmeno ti finanziano la sceneggiatura, ma per il resto la storia è quella, non si toglie e non si aggiunge nulla, quindi Monroe non può, a ragion veduta, essere accusato di nulla: ha lasciato tutto sostanzialmente invariato, ci ha messo quel paio di aggiornamenti per soddisfare le aspettative del pubblico del XXI secolo e si è limitato a rifare il film. 
Però, ribadiamo, è tutta una questione di sguardo. 
Qui lo sguardo è vorace e predatorio. I Spit on Your Grave 2010 è un film che si trova molto a suo agio con la nudità femminile, ma pochissimo con quella maschile, è un film che mette in campo senza risparmiare il minimo, sordido dettaglio, uno stupro di gruppo, e poi fa vagare Jennifer nuda per i boschi inquadrando in maniera insistita ogni singola parte del suo corpo martoriato dalla violenza subita, ma quando si arriva al momento della castrazione, distoglie lo sguardo e lascia tutto fuori campo. È un film che si rifiuta di mettere lo spettatore non dico all’interno perché sarebbe troppo, ma semplicemente accanto a Jennifer e, quando la giovane donna viene data per morta non ci fa seguire la sua line narrativa: noi non sappiamo dove sia stata Jennifer, cosa abbia fatto, come sia sopravvissuta, in che modo abbia preparato le trappole con cui poi ucciderà i suoi aggressori, e sapete perché? Perché a un certo punto Jennifer sparisce e noi restiamo con loro. Con gli stupratori. 

E c’è di più, quando (e durerà sì e no una ventina di minuti), arriva finalmente la tanto sospirata vendetta, Jennifer è all’improvviso caratterizzata come il killer di uno slasher a caso, come la villain della situazione e i quattro bifolchi che l’hanno assalita diventano, di conseguenza, le sue vittime. E questo credo sia troppo, persino per me.
Dico un’altra volta che non è mio costume fare il processo alle intenzioni e quindi non posso sapere se Monroe volesse davvero dare questo tipo di impronta ideologica, quantomeno discutibile, al suo film o se gli è uscito fuori così per caso, ma propendo per la seconda ipotesi, che forse è ancora più grave: la prospettiva è quella di un maschio alle prese con una donna che sta avendo una reazione eccessiva a un evento tutto sommato trascurabile. Sì, Jennifer sta esagerando. Invece di I Spit on Your Grave avrebbe potuto chiamarsi Sì, ma stai calma: the movie, e nessuno si sarebbe scandalizzato. Ancora una volta, resta un problema di sguardo: se la prospettiva è sempre e costantemente quella maschile, il nucleo del film non è l’orrore dell’atto di violenza, non è la logica del branco, non è (mai sia!) la cultura dello stupro; al contrario, è la paura che ti fa una donna quando si incazza, quando la prende troppo male.
Questa componente, a dire la verità, c’era pure nel film di Zarchi, ma nel ’78 la posso, se non giustificare, almeno contestualizzare. Nel 2010 è soltanto mancata comprensione del testo, è solo maneggiare dell’esplosivo senza averne gli strumenti. 

Eppure, sono convinta che parlare di questo film, 12 anni dopo, sia importante per rimarcare la differenza con ciò che è arrivato dopo, quando le donne si sono impadronite del rape & revenge e hanno cominciato a farlo proprio, mostrandocelo da una prospettiva molto diversa pur mantenendo intatta la sua struttura narrativa. È una cosa che si può fare, dopotutto, è una forma di racconto che è lecito trovare ripugnante in sé, ma che per molte assume una valenza catartica e che almeno sia realizzata sapendo ciò di cui si parla e rovesciandone i contenuti. Anche perché si tratta di un’esperienza talmente radicata nella vita di tantissime persone che il cinema ha il dovere di imparare a raccontare con delle modalità che non siano più soltanto la mera exploitation del corpo e del dolore altrui. 
Arrivati quasi in coda (mancano due film) alla nostra carrellata sui remake di inizio millennio, abbiamo più o meno capito a cosa sono serviti e perché, al netto di ogni bruttura, hanno rappresentato una fase di passaggio che l’horror ha dovuto percorrere per arrivare allo stato di splendore attuale. Oggi, I Spit on Your Grave può essere dimenticato, ma solo perché può finalmente essere rimpiazzato. 
E, in fondo, non c’è nemmeno bisogno di rifarlo. 

 

4 commenti

  1. Mi iscrivo tra coloro che considerano I spit on your grave 1978 un capolavoro; il titolo non lascia adito a fraintendimenti, è exploitation pura, ma la sgradevolezza insostenibile della scena dello stupro e, al tempo stesso, l alterita’ poetica della vendetta della protagonista (indimenticabile il candore della sua veste quando la compie) sono grandec cinema che ha poco da invidiare al cinema d’autore.
    Il remake lo ricordo come la versione sfigata, con tutti dicasi tutti i difetti del torture porn che all’epoca andava per la maggiore; ai tempi non lo considerai comunque malaccio ma è anche vero che ricondussi quelle aberrazioni prospettiche che tu giustamente hai rilevato solo all’insipienza di quanti hanno messo mano al film, mentre non è peregrino che fossero frutto di un tragico fraintendimento da parte loro del senso dell’originale. Il problema della vittima che si trasforma in macchina da guerra è evidente, si perde completamente la componente poetica e “femminile” della vendetta, ma onestamente riscontro il medesimo problema anche in celebrate pellicole dirette in questi anni da registe donne.
    Questo tuo ripercorrere i remakes di inizio 2000 fa riconsiderare non soltanto la valutazione che demmo all’epoca, ma anche le correnti di pensiero e i sottotesti che li caratterizzavano; operazione faticosa e difficile, grazie Lucia per esserti cimentata.

    1. Ma per me non è un problema di trasformarsi in una macchina da guerra. Per me è un problema di essere caratterizzata come villain e non come eroina. La trasformazione in una macchina da guerra, nel momento in cui realizzi il tuo film come un film d’azione, ci sta tutta e non ha alcun elemento problematico. Anche qui, cambia del tutto la prospettiva, secondo me.
      E io ringrazio te per aver seguito questa maratona complicatissima che, devo dire, in alcuni momenti mi ha lasciata sbalordita, in altri mi ha proprio fatto male, come qui.

      1. Non so come tu abbia fatto soprattutto a procedere imperterrita pur nella consapevolezza che buona parte di questi film non merita un’analisi approfondita. Grande ammirazione.
        Riguardo alla macchina da guerra, per me il fatto che il film del 1978 si sia ben guardato da prendere una deriva del genere è una delle cose che me lo ha fatto apprezzare di più.

  2. Mi sembra che tu abbia detto tutto quel che c’era da dire sul perché questo fosse (e tale rimarrà sempre) un remake sbagliato. A Monroe difettava del tutto l’adeguata sensibilità per trattare l’argomento nella giusta prospettiva… e, visto che l’hai citato, forse proprio Lucky McKee sarebbe stato il regista più adatto in questo caso.
    P.S. E come potevamo non seguirti in quest’impresa? 😉

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