The Medium

Regia – Banjong Pisanthanakun (2021)

Un bel mockumentary tailandese per cominciare con brio la settimana, che ne dite? In realtà, The Medium è una co-produzione tailandese e sudcoreana, in cui ci mette lo zampino alla sceneggiatura e come produttore Na Hong-jin, quello di The Wailing. Pisanthanakun è invece il regista di Shutter, non so se ve lo ricordate: era quella ghost story del 2004 col fotografo, di cui è stato anche fatto un remake americano qualche anno dopo. Ora che ci penso, se lo avete visto, ve lo ricordate per forza, o ve lo ricordano i vostri incubi. Questo per dire che, se conoscete i nomi coinvolti nel film, più o meno sapete a cosa andate incontro. Niente di piacevole o semplice da sopportare per la durata di oltre due ore. 
Un po’ è un peccato non avere la conoscenza approfondita della spiritualità nel Sud Est Asiatico, perché credo che il film verrebbe compreso molto meglio, e alcuni passaggi un po’ oscuri non sarebbero più tali. Le eventuali mancanze di noi spettatori occidentali tuttavia non precludono l’impatto del film, che è molto forte e non risparmia niente e nessuno. Se avrete la pazienza di tenere duro per una prima ora di pura preparazione e quindi, all’apparenza, lenta, sarete ampiamente ripagati. O verrete qui a farmi causa. 

The Medium comincia con una troupe di documentaristi che segue giorno dopo giorno la vita quotidiana di Nim, la sciamana di un paese nel Nord Est della Tailandia (la regione si chiama Isan). Nim è posseduta dallo spirito di Bayan, divinità locale che possiede le donne della sua famiglia da generazioni. In realtà, la povera Nim non era stata scelta subito da Bayan: doveva essere sua sorella maggiore, Noi, a diventare sciamana, ma la donna aveva rifiutato il dono, si era convertita al cristianesimo ed era toccato a Nim. Al funerale del marito di Noi, Nim si accorge che sua nipote Mink si comporta in maniera strana. Riconoscendo alcuni sintomi della possessione di Bayan, Nim crede che la dea abbia deciso di trasferirsi da lei a Mink; Noi non è d’accordo e anzi, prende la notizia con rabbia e risentimento: anche sua figlia, l’unica rimastale dopo la morte del marito e del figlio maggiore, è convertita al cristianesimo e non crede in Bayan come la zia. 
I documentaristi, alla ricerca di una prova dell’esistenza dello spirito di Bayan, decidono di cambiare il soggetto del loro lavoro e iniziano a seguire Mink. Ben presto, tutti si accorgono che la ragazza è posseduta sì da qualcosa, ma non benevolo e amichevole come Bayan. 

In teoria, The Medium sarebbe un film di possessione demoniaca, però attenzione perché qui il condizionale è d’obbligo: il film comincia con una voce fuori campo che ci spiega che, secondo i precetti religiosi seguiti da Nim, ogni cosa ha uno spirito, animali e piante compresi. All’inizio si crede che Mink sia posseduta dallo spirito di una persona morta, nello specifico, il fratello, e Nim si adopera in tal senso. Poi la situazione si complica ulteriormente, e la natura stessa della possessione cambia in maniera radicale. 
Siamo abituati a percepire il concetto di possessione, così come il cinema horror ce l’ha insegnato, alla maniera cristiana: c’è una creatura malvagia, non per forza Satana in persona, ma un suo parente stretto, la cui volontà è quella di corrompere e compiere il male. Anche quando si tratta di male fine a se stesso, è pur sempre una ragione, c’è pur sempre un atto volontario del demone in questione. Qui è molto diverso: si tratta di furia cieca e indiscriminata. La molteplicità di creature che arriva ad abitare il corpo di Mink non ha uno scopo, e la nostra razionalità va a farsi un giro dove non riusciremo mai a trovarla. 

Per la prima ora, The Medium somiglia più a un quieto dramma famigliare che a un horror propriamente detto: i rancori di vecchia data tra le due sorelle, una costretta a rinunciare a tutto per prendere il posto rifiutato dall’altra; la solitudine di Mink. che ha perso nel giro di poco tempo padre e fratello e i cui strani comportamenti potrebbero benissimo essere dovuti a una faticosa elaborazione del lutto; il rapporto complesso tra la sciamana e la sua “vocazione”. Tutti elementi che torneranno in gioco nel momento in cui l’elemento soprannaturale (ma non è il termine adatto, chiariamo subito) diventerà esplicito. Conosciamo i personaggi in campo, cerchiamo di capirli per quanto ci è possibile, entriamo nelle dinamiche di questa famiglia piena di conflitti e di relazioni irrisolte, e siamo quasi dei voyeur, perché le telecamere della troupe si insinuano in ogni aspetto della vita di queste persone.
Va tenuto in considerazione che The Medium è un mockumentary puro, non un found footage, anche se si tende spesso ad assimilare i due termini. In questo caso, tuttavia, la distinzione è importante: il materiale girato è stato montato, sonorizzato con degli effetti che non sono evidentemente quelli della presa diretta, e addirittura musicato. Si tratta, insomma, di professionisti al lavoro. 

C’è quindi un distacco rispetto alla vicenda narrata che è molto netto soprattutto nella prima parte: si sente che i documentaristi non condividono le credenze di Nim e che la scelta di seguire Mink è dovuta non tanto a cercare prove dell’esistenza di uno spirito che possiede le donne della sua famiglia, ma il suo contrario. Mentre la storia va avanti, tuttavia, il coinvolgimento delle telecamere aumenta, il punto di vista si fa sempre più interno, e di conseguenza, anche noi spettatori veniamo risucchiati in questa orribile parabola discendente in cui entra una famiglia di, tutto sommato, brave persone. Sì, la madre di Mink gestisce una macelleria canina, quindi un pochino le cose brutte che accadono se le merita tutte, e non credo sia casuale se, tra gli spiriti che possiedono la ragazza, ci sono quelli di parecchi cani. Però, insomma, la piega tragica che prendono le cose, è dispiaciuta persino a me. 
A tale proposito, vi piazzo, finché sono in tempo, un TW grosso come un grattacielo per una scena in particolare, che a me ha colto di sorpresa e non avrei mai voluto vedere, neanche in un milione di anni. Parlo di violenza sugli animali. Fate attenzione che è pesantissima.

Da un punto di vista tecnico, vale qui lo stesso discorso fatto di recente per il nuovo capito di Paranormal Activity: la scelta è quella di privilegiare la resa estetica rispetto all’aderenza assoluta alle regole del linguaggio del found footage e del mockumentary, spesso forzate. Non è una cosa che mi disturba particolarmente, però magari potrebbe dare fastidio (anzi, a leggere su Letterbox, ne ha dato parecchio) ai puristi del genere. In parte hanno ragione: questo tipo di cinema ti pone dei limiti e delle restrizioni ben precise, che non puoi aggirare facendo il furbo. Ma quando il risultato è così potente, e così spaventoso, che gli vuoi dire al regista?
Grandissima prova di tutti gli operatori in macchina perché fanno delle cose con quelle telecamere che nemmeno dei contorsionisti del circo. 
Gli ultimi 15 minuti o giù di lì sono caos e terrore puri. In confronto, qualunque film di possessione realizzato nel cinema occidentale è una festicciola per bambini, che sì, le festicciole dei bambini hanno caratteristiche spesso demoniache, e infatti non ho scelto il paragone a caso. Solo che quello che vedrete nel finale di The Medium è una rivolta furiosa e belluina degli elementi contro dei piccoli uomini che non hanno idea di cosa hanno scatenato. 
Oddio, forse alla fine, The Medium non è un film di possessione, ma un eco-horror. 

6 commenti

  1. Io: uh, la locandina mi ricorda The Wailing
    Na Hong Jin: *ha prodotto The Wailing *

    Che dire, tocca guardarlo

    1. Ha diretto The Wailing, e ha prodotto questo. Comunque sì, ti tocca guardarlo, se ti è piaciuto The Wailing, ti tocca per forza.

      1. Questi svarioni sono ciò che succede quando non ti ricordi la password di wordpress e il sito ti fa fare avanti e indietro sulla pagina di recupero per tre volte prima di tornare in sé e farti scrivere il commento 😅

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Interessante il concetto di spiritualità alla base della storia: trattandosi di una qualche forma di panteismo pagano (a quanto mi par di capire) non ha effettivamente senso parlare di possessione nel senso tradizionale -e occidentale- del termine.. e si, hai fatto bene a piazzare quel TW perché, visto di cosa si occupa la madre di Mink, temo fortemente di sapere già cosa mi aspetta in quella scena 😦

    1. Eh, in teoria non sono cose correlate, però fa lo stesso un sacco di impressione, quindi attento.

  3. Mi recupero anche questo

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