Antlers

Regia – Scott Cooper (2020)

Questo è un altro figlio delle chiusure dell’anno scorso: doveva infatti uscire nella primavera del 2020, ma sappiamo tutti com’è andata. Invece, tuttavia, di dare al film una distribuzione in streaming o in VOD, i produttori hanno preferito posticipare fino a quando non siamo tutti tornati in sala. Una scelta un po’ particolare, perché sono stati quasi sempre blockbuster o aspiranti tali a vedere rimandata la loro uscita nei cinema, mentre nel caso di Antlers parliamo di un horror a budget medio, con un nome molto pesante in sede produttiva, ovvero Guillermo del Toro, ma diretto da un regista che non è mai riuscito, non per suoi demeriti, ma perché la gente è scema, a raggiungere il grande pubblico, pur avendo messo la firma su tanti film ottimi e almeno un capolavoro (Hostiles). Resta il fatto che Cooper è, al solito, sfortunatissimo: finalmente riesce ad arrivare nelle sale e ci arriva nel pieno dell’ondata di horror di fine ottobre, schiacciato tra due colossi come Halloween Kills e Last Night in Soho. 
In Italia è distribuito male; io sono riuscita a beccarlo proprio il 31 sera all’Adriano, a Roma, ma lo hanno messo nella saletta piccola, quella che bisognerebbe denunciarli soltanto per far pagare a prezzo pieno uno spettacolo che a casa tua lo vedi meglio. Un peccato, perché Antlers è uno di quei film destinato a perdere moltissimo da una fruizione casalinga su piccolo schermo, è un film in cui il paesaggio e l’ambiente giocano un ruolo fondamentale, in cui l’oscurità è una presenza costante, e sappiamo tutti che il buio va vissuto in sala. 

Antlers è la storia di un bambino alle prese con qualcosa di troppo più grande di lui, un evento talmente orribile e, soprattutto, irreversibile, che manderebbe qualsiasi adulto al manicomio. Ma Lucas (Jeremy T. Thomas) ha appena 12 anni, ed è più flessibile nell’accettazione della realtà, anche quando essa si tinge di assurdo. 
Suo padre e suo fratello minore sono tornati da una miniera abbandonata dove l’uomo fabbricava metanfetamina, e sono cambiati, con una strana malattia, una fame perenne che Lucas dovrà soddisfare uccidendo piccoli animali o raccattando nel bosco le loro carcasse, per poi portarle nella parte di casa, chiusa con lucchetti e chiavistelli, in cui vivono papà e fratellino. 
Un’insegnante, Julia (Keri Russel) si accorge che c’è qualcosa che non va in Lucas e cerca di dargli una mano, nonostante il bambino sia refrattario e il sistema scolastico non sia poi questo grande supporto. 
Solo che aiutare Lucas vuol dire avere a che fare con un’antica maledizione da cui non è possibile liberarsi. 

Alla sceneggiatura di Antlers troviamo Nick Antosca, che ci ha deliziati con 4 stagioni di Channel Zero, più altre cose pregevoli, tra cui la produzione esecutiva della nuova serie su Chucky. Il film è proprio tratto da un suo racconto breve, The Quiet Boy. Ora, io il racconto, prima di scrivere questo articolo, l’ho letto, e devo ammettere un pizzico di delusione per il modo in cui è stato adattato. Certo, se lo avessero seguito fedelmente, forse il film non sarebbe mai arrivato nelle sale, anzi, andiamo proprio a monte: non avrebbe trovato una produzione così prestigiosa e ricca né un regista tutto sommato di peso come Cooper. 
Antosca scrive questa trasposizione cercando di mantenere una certa aderenza al suo testo, ma allo stesso tempo, modificandolo per delle esigenze soprattutto di rating (il film è una robusta R, in Italia è vietato ai minori di 14 anni, e sarebbe stato molto peggio senza qualche aggiustamento), ma anche di tenuta narrativa. Il materiale era buono per un corto o per un episodio del nuovo Creepshow. 
Il risultato è che Antlers è un film spaccato in due parti: la prima è magnifica, la seconda è troppo convenzionale per essere davvero efficace, e va a finire che Antlers diventa il classico film “buono”, che quasi rinuncia ad ambire a qualcosa in più.

Fino a quando il mistero relativo alla sorte del padre e del fratello di Lucas non viene rivelato, nonché spiegato da un certo personaggio su cui, purtroppo, dovremo tornare, il film è più un dramma soprannaturale che un horror vero e proprio: ambientato in una città depressa dell’Oregon, Antlers affronta temi come l’abbandono infantile, gli abusi sui minori, la povertà diffusa, lo squallore della provincia dove per molti la sola alternativa all’indigenza assoluta è lo spaccio, dove i bambini sono obbligati a vivere da adulti, a prendere sulle proprie spalle il peso degli errori compiuti dai loro genitori, e le istituzioni non hanno né gli strumenti né la volontà di intervenire.
È uno scenario profondamente triste, quello in cui si muovono Lucas e Julia, la seconda appena tornata a casa dopo esserne fuggita quando era molto giovane; il primo annullato in un mutismo e in una disperazione che non possono essere capiti perché non possono essere creduti. Lucas sa che, se raccontasse la verità agli insegnanti o alla polizia, nessuno gli darebbe retta, come del resto sa che, se si scoprisse cosa davvero tiene nascosto nella sua casa, il padre e il fratello gli verrebbero portati via, e lui non ha nessun altro al mondo. Il film rende benissimo l’angoscia inesplicabile di questo bambino, il suo vagare alla ricerca di carne con cui nutrire le mostruosità in cui si sono trasformati i suoi unici affetti, la sua solitudine e la sua piccolezza, mentre lo vediamo aggirarsi nei boschi dal terreno fangoso, mai toccati dai raggi del sole, caduti in un inverno che pare eterno. 

C’è un afflato quasi fiabesco nel descrivere la desolazione e il terrore di Lucas, specialmente nelle scene notturne, in cui il bambino se ne sta da solo in casa a scrutare il buio con la torcia, e il padre e il fratello bussano famelici alla porta. Purtroppo, non si può dire la stessa cosa della protagonista adulta, ovvero di Julia. Intendiamoci, Russel è molto brava e molto intensa, ma non ha moltissimo materiale su cui lavorare, a parte il classico drammone familiare con trauma allegato che sì, serve a connetterla a un livello più intimo con Lucas, ma è anche giocato in maniera un po’ maldestra e superficiale. Bisogna anche aggiungere che il rapporto tra i due funziona bene, c’è complicità tra i due attori, le interazioni sono credibili e, in generale, la relazione tra Lucas e Julia aiuta moltissimo il pubblico a provare qualcosa a livello emotivo per i personaggi. Degli altri, vuoi perché appena abbozzati, vuoi perché stereotipati, ti interessa il giusto. 
Prendiamo per esempio quel gran pezzo di attore di Graham Greene, qui ridotto al ruolo del “saggio indiano” che fa lo spiegone richiesto e poi si ritira in un angolo perché il film non sa più cosa farsene di lui. Oltre a essere vagamente insultante, è anche un modo frettoloso e poco convincente di affrontare un mito, quello dello wendigo, che forse sarebbe anche ora di far raccontare ai diretti interessati.  C’è anche uno spunto ecologista che viene buttato lì in un paio di circostanze, per poi essere dimenticato e mai più ripreso. Anche qui, si poteva fare meglio, magari togliendo un po’ di spazio alla storia personale di Julia e permettendo al film di respirare un po’. Qualche minuto in più non avrebbe guastato, ecco. 

Quello che, al contrario, funziona alla grande è la parte squisitamente horror del film: il gore, il design splendido della creatura, gli effetti delle sue aggressioni sui corpi delle vittime, persino i jump scares. Antlers, quando si tratta di fare paura, non si tira di certo indietro e Cooper, regista che non l’horror non ha mai avuto a che fare prima d’ora, dimostra di essersi avvicinato al genere senza alcun senso di superiorità, ma anzi, proprio con il desiderio di sporcarsi le mani, di spaventare, inorridire e disgustare all’occorrenza. 
Se si escludono i problemi sopra elencati (che poi sono problemi per me, eh, magari voi non li vedete come tali), Antlers è una buona uscita horror, un “fondo di magazzino” del 2020 che è valsa la pena recuperare. 
Non so in quali cinema lo facciano, ma vi conviene sbrigarvi a vederlo, perché con la ridda di nuove uscite in arrivo nelle prossime settimane, durerà molto poco. 

8 commenti

  1. Visto in una sala vuota con solamente me e un signore che ci era capitato per errore,avendo sbagliato la sala! Chiaramente il racconto cartaceo non l’ho letto e comprendo il tuo punto di vista,ma per mia enorme fortuna sono in grado di glissare sui limiti di certi film per godermi le cose veramente belle che offre al suo interno,e Antlers ha molto da offrire! Un plauso a Scott Cooper per essersi approcciato con umilta al cinema di genere per la prima volta,in quanto prodotto da Del Toro,il film ci dona una creatura pazzesca e brutale negli attacchi a livelli davvero impressionanti! Di certo lo spaccato sociale e la parte piu dolorosa del film,vedere lo sceriffo demotivato e sconfortato che inizia la sua giornata di lavoro dovendo dare lo sfratto all’ennesima famiglia,e una di quelle cose che lascia il groppo in gola,peggio ancora famiglie allo sfascio ed autodistruttive a qui viene nonostante tutto lasciato la custodia dei piccoli innocenti nell’indifferenza generale! Amo la figura del Wendigo,questo film non indaga la sua figura piu di tanto ma e comunque stato molto bello da vedere! Credo che il film di Larry Fessenden oppure L’insaziabile siano stati piu efficati nel delineare la natura di questa entita vendicativa! A tal proposito vorrei chiedere a te Lucia,conosci altri film sul Wendigo? Un salutone,ciao!!😺

    1. Allora, sempre Fessenden, dopo aver girato Wendigo, ha diretto lo splendido The Last Winter, che affronta lo stesso tema; poi c’è un ottimo episodio di Fear Itself, diretto da Stuart Gordon e con Elisabeth Moss: Eater; Pet Sematary è un film sul mito del wendigo.
      Poi c’è il romanzo The Hunger, di Alma Katsu, che ti consiglio con gioia.

      1. Giusto,dimenticavo “The Last Winter” che posseggo in dvd(me lo ero scordato,che patacca che sono!),tutto il resto invece,letture comprese devo recuperarle,grazie infinite Lucia!

      2. Luca Bardovagni · · Rispondi

        Si percepisce più nel romanzo che nello (splendido) film il mito del Wendigo in Pet Sematary, per fare il precisino del cazzo. Giustamente emergono Zelda e quel leggerissimo, soave, per nulla angosciante discorso sulla morte nella pellicola della Lambert.

  2. il trailer mi ha sempre attizzato parecchio ma finora non l’ho notato al cinema
    peccato

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Nonostante lo squilibrio fra le due parti, dalla tua rece mi sembra ne valga comunque la pena… temo però che sia già tardi per poterlo beccare ancora in sala.

    1. Ho paura di sì: stanno uscendo film a raffica, non si riesce a stargli dietro. Che secondo me è una cosa profondamente sbagliata perché non si dà a nessun film il tempo di vivere. Ma vabbè…

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Già… E’ comprensibile che si cerchi di recuperare il tempo perduto, d’accordo, ma non è di certo questo il modo migliore per farlo (anzi) 😦

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