King al Cinema: Ep 29 – Riding the Bullet

Regia – Mick Garris (2004)

Riding the Bullet, cui los titolistas hanno pensato bene di aggiungere Passaggio per il Nulla per motivi imperscrutabili, è stato un esperimento editoriale di una certa importanza: è infatti uscito nel 2000 solo in formato digitale e, correggetemi se sbaglio, credo sia stato uno dei primi esperimenti di e-book per un mercato di massa, se non addirittura il primo. E infatti alcuni critici, ai tempi, si lagnarono moltissimo del formato, arrivando a dire che, se il racconto fosse stato stampato sulla cara, vecchia carta, il loro giudizio sull’opera sarebbe stato più benevolo. Vent’anni dopo, la Sperling ti vende l’ebook del singolo racconto (meno di cento pagine) alla modica cifra di 7.99, dando un nuovo significato alla parola ladro. Ma almeno quelli che si lamentano dell’odore della carta sono ormai parte di una minoranza di anziani rimasti senza le loro medicine.
In Italia non so come andarono le cose: io lessi per la prima volta Riding the Bullet nel 2002, quando venne inserito nella raccolta di racconti Tutto è Fatidico; è una buona storia, kinghiana fino al midollo, e che sarebbe perfetta per un adattamento breve, un episodio di Ai Confini della Realtà o roba simile.

Garris ne tira fuori un film che sfiora l’ora e quaranta e a cui, nonostante tutto, non riesco a voler male. Credo sia la sua opera più matura e anche più sentita, ma allo stesso tempo è pieno di errori, di incertezze, lungaggini e passaggi a vuoto. Riesce a recuperare dal racconto l’afflato nostalgico e funziona meglio nella parte drammatica e realistica che in quella fantastica; può contare su un cast solido, con Barbara Hershey che stacca tutti gli altri attori di diverse lunghezze e un protagonista, Jonathan Jackson, un po’ imbambolato, ma adattissimo al ruolo. C’è anche David Arquette, la cui presenza di rado danneggia un film, quindi ci possiamo accontentare perché, conoscendo Garris, poteva andarci molto, ma molto peggio di così: Garris ha infatti un modo abbastanza bislacco di dirigere gli attori che, di solito, sotto la sua guida, si lanciano in interpretazioni un po’ troppo caricaturali. Indimenticabile, da questo punto di vista, Rob Lowe in The Stand, ma non divaghiamo.

Non si tratta di un film riuscito; l’unico film della carriera di Garris che mi sento in tutta onestà di definire riuscito è Critters II, ovvero il suo esordio, ma per gli standard cui il Garris regista ci ha abituati, si staglia sul resto della sua produzione in maniera abbastanza evidente a chi possieda un paio d’occhi funzionanti. È anche il suo ultimo lavoro per il cinema, perché da qui in poi, il buon Mick avrebbe diretto solo roba per il piccolo schermo.
Il problema principale di Riding the Bullet è la mancanza di materiale: il racconto di King parla di uno studente universitario, Alan, che riceve una telefonata da una vicina di casa della madre. La donna ha avuto un ictus, è stata ricoverata e non è in gravi condizioni. Alan è molto legato alla sua mamma e decide quindi di partire subito. Tra l’università del Maine dove studia e l’ospedale ci sono circa duecento chilometri, la sua auto ha problemi di trasmissione, e fare l’autostop gli sembra un’ottima idea. Cosa mai potrebbe andare storto? Tutto, se ti carica un morto vivente.

Non c’è poi tutta questa ciccia per tirarne fuori un lungometraggio e quindi Garris è obbligato, lui che è sempre stato un oltranzista della fedeltà letterale al testo, a inventarsi delle cose per allungare la brodaglia: ci infila un’introduzione, anche piuttosto lunga, in cui conosciamo Alan, un artista depresso con tendenze suicide, la sua fidanzata, che tanto lo molla senza troppe cerimonie quasi subito, e i suoi compagni di stanza, che sono due imbecilli col botto di cui si poteva fare tranquillamente a meno. Se nel racconto noi ci troviamo in strada col pollice alzato dopo pochissime righe, nel film ciò avviene dopo una buona ventina di minuti che tuttavia non hanno alcun effetto sul nucleo della narrazione, rimasto identico a quello messo su carta da King. In altre parole, la premessa non ha conseguenze tangibili ed è soltanto una zavorra.
Ma anche così, il film rischiava di essere troppo breve, e Garris trova l’espediente geniale di far avere al povero Alan frequenti allucinazioni, con il risultato che quasi ogni sequenza del film si ripete (quando va bene) due volte: la prima come se la immagina Alan, la seconda come avviene nella realtà. È un meccanismo che ricorre tante di quelle volte da rasentare l’autoparodia, è del tutto assente nel racconto ed è quindi attribuibile solo a Garris.

Quando dico che Riding the Bullet è il suo film più maturo, lo dico proprio perché credo sia la prima volta in cui il regista si stacca dalla confortevole sicurezza data dall’esaudire i desideri cinematografici di King e prova a camminare con le proprie gambe. Ci riesce in alcuni casi, come nel breve flashback che racconta la morte del personaggio interpretato da Arquette, il morto vivente sulla cui auto Alan si trova a viaggiare; in altri è abbastanza goffo e maldestro, come quando usa un episodio che nel racconto occupa tre righe (qualcuno che urla ad Alan di trovarsi un lavoro) per mettere in scena una lunghissima scena di inseguimento, anche quella, priva di reali collegamenti con il resto della storia.

Io credo che Garris abbia un immaginario visivo rimasto bloccato ai fumetti degli anni ’50, quelli della EC, tanto per capirci, che hanno cresciuto la sua generazione e sono stati una tappa importantissima nello sviluppo del rapporto con il fantastico macabro per tanti narratori. Solo che Garris da lì non si è più mosso, mentre i suoi colleghi sono cresciuti e pur mantenendo un legame forte con quel mondo, hanno imparato a parlare un linguaggio più adulto e anche più moderno.
Riding the Bullet è particolare perché tutto il suo impianto horror è quello di un fumetto del Guardiano della Cripta, mentre la parte drammatica è molto seria e molto partecipata: si sente che il regista ci ha messo del suo, si sente che per Garris la storia di questo rapporto quasi simbiotico tra madre e figlio è rilevante in qualche modo.
Se gran parte del film pecca in credibilità, dall’ambientazione nel 1969 che sembra, invece il 1999, ai continui sogni a occhi aperti del suo protagonista, la relazione tra questa donna rimasta sola e il suo unico figlio è il cuore emotivo del film, e risulta estremamente credibile, quasi vera.

Il resto è altalenante: oscilla tra “oh mio Dio, è il solito Garris, si salvi chi può” e “però, dai, ho visto di peggio”. L’ho scritto all’inizio: non riesco a volergli male, a questo film, anche se mi ci impegno. Anzi, trovo il finale molto più convincente (e commovente) di quello del racconto di King.
Garris era e resterà sempre un regista mediocre, penso ne sia consapevole lui stesso e non se ne curi più di tanto: conduce uno dei pocast più belli del mondo e ogni tanto ancora dirige qualche episodio per una serie tv. La sua è una storia a lieto fine, uno di quei rari casi in cui il cinema ha dato più di quanto ha ricevuto.
Soprattutto, la volete sapere una cosa: alla luce dell’ultima trasposizione televisiva di The Stand, si può rivalutare in positivo l’intera filmografia tratta da King di Garris, Shining compreso. Lo giuro, vedere per credere.

3 commenti

  1. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Il film da Kingiano completista l’ho visto e non posso che concordare. Ti ringrazio per le ultime due righe perchè stavo decidendo se provarci, con the Stand.
    Che dire. Garris è rassicurante come la torta della nonna. Se gli togli Marcel Proust è sempre la stessa torta, manco un granchè. Però sai che non ti sbagli, è quella, normalmente è edibile.

    1. Ma perché poi alla fine, a Garris si vuole bene, e l’unica vera atrocità che ha commesso è stata Shining, e neanche per colpa sua. Poi è davvero un piacere sentirlo parlare e raccontare la sua vita. È un narratore eccezionale.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Riding the Bullet? Un Garris in cui i pregi tentano di smussare i difetti e a volte ci riescono, mi verrebbe da dire, o perlomeno ci riescono in misura maggiore rispetto ai suoi lavori precedenti (anche migliorare il finale originale è cosa non da poco, a maggior ragione per chi con King si è sempre limitato a eseguire gli “ordini”)… sì, alla fine, visti i risultati a Mick non si può voler male 😉

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