Threshold

Regia – Powell Robinson, Patrick Robert Young (2020)

Questa settimana abbiamo parlato di due film su cui è stata investita una montagna di soldi, e questo a prescindere dai risultati: discreti in un caso, desolanti nell’altro. Cerchiamo di ricondurre ora il blog alla sua principale ragion d’essere, ovvero parlare di horror indipendente a basso budget, con un film che è stato girato senza soldi, senza sceneggiatura e senza equipaggiamento tecnico professionale. Eppure, i risultati non sono né discreti né desolanti: sono sbalorditivi. Threshold sembra un film costato almeno sei volte tanto e se, in alcune occasioni, è vero che risente un po’ del fatto di essere stato realizzato con due I-Phone, soprattutto nelle sequenze più scure, è un film curatissimo da ogni punto di vista; ha un’ottima storia, raccontata in meno di 90 minuti, due personaggi costruiti in corso d’opera e, forse proprio per questo, efficacissimi nella loro evoluzione caratteriale, e pure un paio di momenti che fanno rizzare i capelli in testa, specie nel finale.

Fratello Maggiore Leo (Joey Millin) viene convocato da Genitrice Preoccupata per andare a recuperare Sorella Minore Ex Tossica Virginia (Madison West) in probabile ricaduta. Solo che non si tratta di una ricaduta: Virginia si è disintossicata, ma per guarire si è rivolta alle persona sbagliate, probabilmente una setta, e il risultato è che ora si ritrova con una maledizione addosso. O almeno, dice di essere maledetta, perché Leo non tanto le crede. I due non si vedono da parecchio tempo ed è rimasta un po’ di vecchia ruggine a inasprire il rapporto. Leo potrebbe limitarsi a scaricare sua sorella in qualche centro di riabilitazione, ma anche lui, oltre a sentirsi in colpa, sta scappando da qualcosa che non ha molta voglia di affrontare, e allora i due si imbarcano in un viaggio in macchina attraverso gli Stati Uniti per andare a cercare i responsabili della maledizione scagliata su Virginia e porre rimedio alla cosa.
In realtà è un filino più complicato di così, ci solo altri fattori soprannaturali in ballo, ma vi lascio il piacere di scoprirli per conto vostro.

La cosa importante da tenere presente è che si tratta di un road movie in piena regola, durante il quale staremo sempre in compagnia di questi due personaggi, e al massimo incontreremo quasi per sbaglio qualche comparsa.
Come dicevo prima, Threshold è stato senza una vera e propria sceneggiatura: i due registi avevano pronte tre o quattro pagine di un soggetto e i due attori ci hanno dovuto improvvisare sopra. Persino riguardo alla conclusione da dare al film, i due avevano una vaghissima idea, niente di definitivo: il finale è stato creato lì per lì e costruito principalmente in sede di montaggio. Per essere il più chiari e sintetici possibili, noi vediamo Threshold prendere forma e corpo davanti ai nostri occhi, ed è un esperimento di cinema ultra indie davvero interessante. Sembra quasi di assistere a una sorta di Before Sunrise in versione demoniaca, solo che qui non si tratta di una storia d’amore che sta per nascere, ma di un rapporto tra due fratelli in agonia da anni e che, per gradi e lungo la strada, rifiorisce.

Secondo le parole di Robinson e Young (se vi interessa ascoltarli con le vostre orecchie, sono entrambi simpaticissimi, e li trovate qui ) girare con due I-phone, da un certo punto di vista, risolve un bel po’ di problemi logistici per il filmmaker squattrinato e indipendente: a parte viaggiare leggero, ti permette di effettuare le riprese in spazi pubblici senza dover chiedere i permessi e senza che nessuno ti fermi, tanta è l’abitudine di vedere gente fa filmati con i cellulari. Sempre di cinema da guerriglia si tratta, ma oggi ti porti a casa un film intero mimetizzandoti tra la folla. Non ci sono solo lati positivi, tuttavia: i telefoni si surriscaldano o si congelano molto facilmente e, quando non li usi per capriccio (come ha fatto Soderbergh qualche anno fa), ma per necessità, e neppure puoi permetterti di comprarne uno nuovo ogni due o tre giorni, ecco che un guasto o un danneggiamento improvviso rischiano di costarti un film intero.
Sentire i due registi raccontare nei dettagli della realizzazione di Threshold è fondamentale per chiunque sia anche solo vagamente interessato al cinema indipendente nel XXI secolo, e una volta ascoltati i loro aneddoti, vi salirà una curiosità mortale per il film.

Che ha un suo modo strano e sbilenco di funzionare: non dovrebbe, eppure funziona lo stesso. Non dovrebbe perché la parte horror è sottile e inconsistente, se non altro rispetto ai dialoghi personali tra i due fratelli; eppure funziona non nonostante, ma proprio per questo motivo: il dubbio se Virginia sia stata davvero vittima di una maledizione o se, in maniera molto più prosaica, abbia ricominciato a fare uso di droghe non abbandona mai Leo, che però sceglie di crederle per darle la fiducia che non le ha mai dato sul serio; nel frattempo, intorno ai due, si accumulano dettagli inquietanti o insignificanti a seconda di dove penda la vostra razionalità, in quanto passibili sempre di duplice interpretazione. Threshold non fa mai “paura” in senso classico, ma inquieta per le sue implicazioni umane, per una visione del soprannaturale che permea il nostro quotidiano e lo condiziona.

Dirò una cosa molto ovvia, ma un film basato quasi tutto sull’improvvisazione e con due soli protagonisti si poggia quasi del tutto sulla bravura degli attori: se non sono loro credibili, crolla di conseguenza tutta l’impalcatura, sia estetica che narrativa, del film. Per fortuna, Millin e West, entrambi quasi sconosciuti, reggono molto bene i rispettivi ruoli; il peso emotivo della storia lo regge Virginia, ma Leo è il perno razionale, colui che tiene ancorata alla terra la sorella minore. Non è una parte facile, la sua, anche perché non si sforza di essere simpatico, ma anzi, con il suo risentimento, la sua rabbia repressa, la sua frustrazione, certe volte è davvero difficile mettersi nei suoi panni e non provare un forte desiderio di prenderlo a schiaffi, soprattutto all’inizio.
Ma quello che funziona di più non sono tanto i due attori presi singolarmente, quanto l’alchimia che i registi sono riusciti a tirare fuori dalle loro interazioni: non hai neanche un secondo di esitazione nel riconoscerli come fratelli, magari diventati con gli anni due estranei, ma il legame è lì, sepolto, non dimenticato, ancora vivo.
Per apprezzare Threshold dovete essere estimatori degli horror più riflessivi che espliciti, dovete anche accontentarvi di non avere tutte le risposte alle domande che la trama presenta, e infine dovete essere un po’ indulgenti con il cinema a bassissimo costo e accettarne non solo i pregi in termini di libertà creativa, ma anche i difetti in termini di costrizioni legate alla mancanza cronica di soldi.
Se siete questo tipo di spettatori, Threshold diventerà il vostro tesoro nascosto del 2021; altrimenti, non cominciate neanche a vederlo: finireste per odiarlo.

Un commento

  1. Blissard · · Rispondi

    L’interesse c’è, mancano i subs….

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