Pillole di inizio anno

Tre film e un documentario per cominciare bene la settimana. Sono giornate lunghe, fredde e complicate per la vostra affezionatissima, che per necessità è costretta ad avere a che fare quotidianamente con le brutture della fiction italiana e usa l’horror per ricordarsi che altre narrazioni sono possibili. E così questo fine settimana mi sono sottoposta a una bella cura Ludovico a base di filmacci (e non solo), ed eccomi qui a offrirvi qualche consiglio di visione leggero e non troppo approfondito, ché a scrivere una recensione intera, di domenica sera, con la prospettiva di un’altra settimana nel magico mondo della fiction, non ce la posso fare.
Cominciamo, dunque. Abbiamo tante cose di cui parlare.

Dato che dalla Corea non arrivano soltanto capolavori, ci occupiamo, per una partenza diesel, di un horror di media fattura, molto simile a quelli di marca Blumhouse negli Stati Uniti. The Closet, per la regia dell’esordiente Kwang-bin Kim, è una ghost story incentrata sull’armadio del titolo. Dopo un brutto incidente che ha causato la morte della mamma, padre e figlia superstiti si trasferiscono in una nuova casa. La situazione non è idilliaca: il papà soffre di attacchi di panico, e la piccola Yi Na, undici anni, si sente abbandonata e trascurata dal genitore, troppo preso dal lavoro per starle dietro. La bimba sviluppa una strana attrazione verso l’armadio della sua stanza e, un bel giorno, sparisce. Toccherà al padre e a un esorcista trovare il modo di andarsela a riprendere nel limbo a metà tra la vita e la morte dove è finita.
The Closet non spicca per la parte puramente horror, molto convenzionale, a base di jump scares e marmocchi demoniaci, ma si fa notare soprattutto perché è un horror fatto con tantissimo cuore e per una storia di abbandoni e abusi sui minori da brividi. Forse il finale calca un po’ troppo la mano sul sentimentalismo, ma la ragazzina che interpreta Yi Na (già vista in quella bomba di Sweet Home) è adorabile e la lacrimuccia ci scappa. 

Un’altra opera prima è #Like, diretto nel 2019 da Sarah Pirozek; è un film che sarà costato tre lire in croce e affronta con un certo coraggio l’argomento scabroso degli adescatori di giovanissime donne online.
Rosie (Sarah Rich, per la prima volta sullo schermo) è un’adolescente la cui vita è segnata dal suicido della sorella minore Amelia, di appena 13 anni, in seguito a una storiaccia di revenge porn da parte di uno stalker, con ogni probabilità un uomo adulto. In concomitanza con l’anniversario della morte di Amelia, il responsabile sembra tornare online e Rosie si mette sulle sue tracce.
Più che puntare il dito sui social e sulla tecnologia che, signora mia, tanti danni fa ai nostri ragazzi, #LIke preferisce concentrarsi sul vuoto e sull’indifferenza assoluti in cui si consumano queste tragedie. Dopo aver raccolto delle informazioni sul presunto responsabile online, Rosie per prima cosa va alla polizia, ma le sue richieste vengono puntualmente ignorate. Rimane da sola, e da sola decide di agire, con conseguenze che lascio a voi scoprire.
Da un punto di vista strutturale, #Like ricorda moltissimo Hard Candy, ma è meno efficace e pungente. Resta lo stesso una visione che consiglio a tutti, soprattutto perché non usa alcun tono accondiscendente nel mettere in scena degli adolescenti e si limita a fotografare con estremo realismo un mondo che gli adulti si ostinano a condannare senza aver alcuna intenzione di capirlo.

Uno degli horror più bizzarri dell’anno scorso è stato Bad Hair di Justin Simien, il creatore e il regista di parecchi episodi di Dear White People. È ambientato alla fine degli anni ’80 nel mondo della musica pop, ma è lontanissimo dall’essere una trita operazione nostalgia, anzi, semmai fa l’esatto opposto. È la storia di Anna, una giovane assistente di produzione in un canale televisivo incentrato sulla black music. Anna tenta da anni di scalare la rigida gerarchia del suo lavoro, ma non ci riesce mai. Grazie a un improvviso cambio di dirigenza, pensa sia arrivata la sua occasione, ma c’è ancora un ostacolo da superare: il suo look, o meglio, i suoi capelli, troppo naturali, troppo afro. Per essere al passo con la nuova immagine del canale, Anna deve sottoporsi a un doloroso processo di extension che io non avevo idea fosse una tale tortura.
Peccato che la nuova capigliatura di Anna abbia vita propria, sia malvagia e si nutra di sangue umano.
Bad Hair si avvale dei toni della commedia horror per discutere di identità, di doppio standard e di stereotipi di genere e razziali. Ha anche un interessante impianto folk nella genesi della maledizione legata ai capelli indossati da Anna. Tratta una tematica complicata con tanta leggerezza e con lo sguardo acuto e amaro della migliore satira. Non fatevelo scappare.

Chiudiamo col meglio che va sempre lasciato per ultimo: un documentario a cui stavo dietro da almeno due anni e non ero mai riuscita a intercettare: Horror Noire: A History of Black Horror ripercorre, come da titolo, la storia degli afroamericani nel cinema horror, dagli anni ’30 fino a Get Out e Us, coinvolgendo registi, attori, critici cinematografici e autori. Una storia difficile e a tratti dolorosa, segnata dai più biechi stereotipi e da un vuoto spesso assoluto di rappresentazione. Grazie a questo documentario ho capito, dopo quattro anni, quanto sono stata stupida a liquidare il finale di Get Out come forzato e poco riuscito, e quanto al contrario sia giusto che il film non finisca con un protagonista nero morto in mezzo a una strada; ho appreso l’importanza capitale de La Notte dei Morti Viventi, anche se magari Romero non ci aveva fatto caso (ma io sono convinta che ci avesse fatto caso); ho capito il male e il bene che è riuscita a fare, allo stesso tempo, la blacksploitation alla comunità afroamericana; ho rivalutato il mio apprezzamento per film come Tales from the Hood e Demon Knight e ho visto una carrellata unica di facce straordinarie, da Tony Todd a Ken Foree, passando per Keith David e la divina Rachel True.
Al solito, un documentario come questo non dovrei vederlo io, ma dovrebbero vederlo tutti quelli che “il politicamente corretto ci sta rovinando” e magari sviluppare quel briciolo di empatia atta a comprendere cosa significasse andare al cinema e non vedersi mai su uno schermo nella parte dell’eroe o del protagonista. Una delle sequenze che mi hanno più impressionata è quella relativa al racconto della carriera di Rachel True, attrice talentuosissima costretta a fare la spalla per trent’anni, a recitare la parte dell’amica della ragazza bianca, tanto da avere spesso una sola battuta: “Are you okay?”.
La nota positiva è che, dopo così tanto tempo, qualcosa sta cambiando ed esiste una nuova generazione di registi e di attori pronti a raccontare storie mai raccontate prima, o rimaste ai margini. Non parlo solo di Jordan Peele che è la punta dell’iceberg. Abbiamo appena scritto di un film diretto da un regista nero per un pubblico nero, e se ai bianchi questo non piace, se ne faranno una ragione: la loro esperienza non è più l’esperienza unica e universale.

7 commenti

  1. Gabriela · · Rispondi

    Hai citato Sweet Home. Quando parlerai di questo gioiello coreano? Una sorpresa bellissima!!! Devo andare a recuperare il webtoon

    1. Eh, quando avrò il tempo di guardare gli ultimi due episodi! Ma con calma ci arriviamo!

  2. Luca Bardovagni · · Rispondi

    La fiction italiana…La mia compagna lavora in casa di riposo pure lei, come educatrice, e quando torna a casa, come dice lei “ho bisogno di guardare cazzate”. L’altra sera non so cosa guardasse, ho cercato di essere il più tollerante possibile ma non ce l’ho fatta. “Amore, ti scoccia metterti le cuffie, i dialoghi mi fanno male al cervello anche se non lo seguo”. Irrecuperabile all’ horror. Ho provato con Gretel & Hansel , è una fiaba, nera, ma una fiaba. Con un sottotesto che ovviamente capisce al volo e che le garbava. (A differenza mia, ha trovato interessanti sia i dialoghi CHE LA VOCE OFF). Eppure è TROPPO HORROR. Stasera vado di “The Straight Story” giusto per dire “Vedi, David Lynch fa ANCHE questo”. In compenso le sta piacendo Bly Manor che vabbè, non sarà prodigo di Jump Scares, ma trovo moooolto più profondamente inquietante del 90% degli horror “che t’hanno da spaventà”.
    Finito questo OT, grazie al solito per le segnalazioni. Per quel che riguarda Bad Hair una delle cose che sono un pelo orgoglioso di aver fatto per la mia ex-compagna (quella che assomigliava a Lupita) è stata convincerla a fottersene di avere i capelli trendy in quella maniera allucinante e pure rischiosa che usano ancora tante donne afroamericane e tenersi i suoi “natural” che era bellissima comunque (non perchè sono il maschio paternalista ma perchè , Satana buono , quella roba può provocare USTIONI).
    Rimanendo quasi in teme , per quel che riguarda Horror Noire e il capostipite Romeriano, se non ricordo male al buon George chiesero “Perchè” avesse scelto un protagonista nero e George rispose “Avevo pochi soldi. A parità di bravura un attore nero mi costava meno. Questo non è un problema mio, un problema di Hollywood” (cito a spanne).

    1. Da documentario, Romero ha detto che la parte non fu scritta per un attore nero, ma semplicemente si presentò all’audizione l’attore migliore che, casualmente, era di colore.
      Ora, il problema è che La Notte dei Morti Viventi ha un immaginario troppo legato alle lotte per i diritti civili degli anni ’60. Le ronde di cittadini che vanno a ripulire le campagne dagli zombi (tutte rigorosamente bianche) ricordano in modo troppo sinistro i linciaggi dei tempi che furono.
      Io sono certa che fosse tutto voluto e che poi Romero non lo abbia voluto dire, per pudore, per non scatenare troppe polemiche, e anche per mantenere una base di fandom non sempre progressista, ecco.

  3. Le brutture della fiction italiana per me risaltano ancora di più, purtroppo, se consideriamo come proprio uno dei titoli da te consigliati -The Closet- mi ricorda di quando mamma Rai sapeva sfornare ottimi prodotti: nello specifico parlo de “L’armadio”, episodio de Il Filo e il Labirinto, con il suo malefico mobile che si apriva a sua volta su di un misterioso limbo… Mentre Bad Hair, al netto delle differenze (tematiche comprese e il tono da commedia horror nell’affrontarle), mi fa pensare un po’ a Exte: Hair Extensions di Sion Sono.
    E poi c’è Horror Noire: A History of Black Horror, che dev’essere un autentico gioiello di documentario…

    1. Luca Bardovagni · · Rispondi

      Non ho visto la pellicola di Sion. A me banalmente ha ricordato l’episodio “Hair” in Body bags. (mi pare accreditato a Carpenter ma diretto da Sulkis.
      Non so perchè gli horror “tricologici” mi mettono allegria. Forse perchè tra i miei coetanei non subisco l’ “attentato alla virilità” della possibile alopecia.:D (O fors perchè non ho alcuna virilità da difendere). Mi pare che Bad Hair sia satira “seria” e non caciarona.

    2. Sì, c’è di sicuro un’ispirazione dal lavoro di Sono, ed è stata la prima cosa a cui ho pensato quando ho cominciato a vedere il film. Ma poi va a parare davvero da tutt’altra parte.
      Come dice Luca, qui sotto, forse può starci di più con Hair da Boy Bags perché anche lì il problema è di accettazione sociale.

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