Rovistando nel catalogo Prime Video: Grave Encounters

Regia – The Vcious Brothers (2011)

Non abbiamo ravanato nel cestone dei dvd a ottobre, perché la programmazione di Halloween incombeva e qualcosa ho dovuto sacrificare, quindi eccoci qui, a riprendere la rubrica dedicata al più scalcagnato catalogo di film a vostra disposizione su Amazon. Scalcagnato non perché manchi la qualità, sia chiaro: è soltanto così impostato alla come capita che trovare un film spesso risulta un’impresa molto difficile. Ma è per questo che ci sono io, per facilitarvi le cose.
Ultimamente, tuttavia, sto facendo un uso personalistico di Prime Video: sto cercando di allargare i miei orizzonti e di recuperare film che o avevo giudicato male (e lo abbiamo visto con You’re Next a settembre) o che non avevo proprio voluto vedere per un pregiudizio legato al filone di appartenenza. In altre parole, sto guardando un sacco di found footage, da qualche settimana a questa parte e, nonostante non sia proprio roba per me, devo ammettere che, per raccontare un certo tipo di storie, il loro linguaggio è efficacissimo.
Grave Encounters, secondo i nostri amati titolisti italici, si chiama Esp-Fenomeni Paranormali, nonostante sia una ghost story e non vi sia traccia di poteri Esp da nessuna parte; è il primo film diretto da Colin Minihan, di cui sto recuperando l’intera filmografia, da regista, produttore e sceneggiatore, ma qui lavorava ancora in coppia con Stuart Ortiz, e firmavano i film insieme con il nome di Vicious Brothers.

Quando Grave Encounters è uscito, ne hanno parlato più o meno tutti malissimo, credo soprattutto perché la reazione collettiva deve essere stata: “Oddio, un altro found footage”, e perché alcuni vfx sono da cavarsi gli occhi. Sì, mi riferisco alle distorsioni facciali dei fantasmi che, se ricordo bene, ci erano state anche spiattellate direttamente nel trailer. E tuttavia, se fossero due inquadrature di numero a rovinare un film, credo che non staremmo qui a discutere di cinema da quasi 10 anni, giusto?
Comunque, per un motivo o per un altro, io questo film non lo avevo mai visto. Oppure l’avevo visto e rimosso. Dato che Minihan sta diventando uno dei miei tuttofare dell’horror preferiti, ho approfittato della sua presenza su Prime per capire almeno se il  film si era meritato tutto l’odio riversatogli addosso ai tempi del suo arrivo in sala.
La risposta è, ovviamente, no: Grave Encounters è, secondo il modesto parere della vostra affezionatissima, un manuale di come ogni found footage andrebbe realizzato, ovvero rispettandone le regole senza andare a sbattere contro la sospensione dell’incredulità degli spettatori. È una storia che, per come la sceneggiatura la imposta sin dalle primissime battute, non potrebbe essere raccontata in un’altra maniera; con una messa in scena tradizionale, non funzionerebbe proprio.

Abbiamo fatto un discorso analogo parlando di Trollhunter, non so se vi ricordate, e in effetti sono due film con alcune analogie: in entrambi i casi è found footage puro: il filmato viene ritrovato da qualcuno e mostrato al mondo senza interventi in post-produzione; anche qui, come nel film norvegese, abbiamo una piccola troupe all’opera, ma lì si trattava di dilettanti, qui sono professionisti, e non solo: sono dei consumati truffatori che dell’approfittarsi della credulità della gente hanno fatto un mestiere. Grave Encounters è infatti il titolo di una trasmissione reality in cui un presentatore e un sedicente medium si fanno chiudere per una notte in luoghi, secondo quanto si vocifera, infestati, per riprendere eventuali manifestazioni soprannaturali. Per la puntata in questione, i nostri si recano in un manicomio abbandonato, chiuso negli anni ’60 e, pare, terreno di parecchi eventi inspiegabili. Nei primi minuti di film assistiamo al modo in cui i vari episodi dello show vengono costruiti, a come le testimonianze vengono manipolate, quando non proprio inventate di sana pianta previo compenso, e capiamo che nessuno, tra i vari componenti della troupe crede anche alla lontana che il manicomio sia infestato sul serio.
Come da copione, si fanno chiudere dentro con l’assicurazione che il custode tornerà alle 6 del mattino a riaprire le porte e a farli uscire.

Grave Encounters è un film che si diverte a giocare con le aspettative proprio a partire dalla sua premessa: sappiamo già in anticipo che il manicomio ha davvero qualcosa che non va, altrimenti questo non sarebbe un film dell’orrore, come sappiamo che i cinque protagonisti sono destinati a passare una nottata d’inferno. Quello che invece è sorprendente, o almeno lo è stato per me, è che non sarà solo una nottata d’inferno, ma saranno giorni e giorni intrappolati tra le mura dell’edificio, perché alle 6 del mattino non si presenterà nessuno, e il manicomio non ha alcuna via d’uscita, nonostante ci si affanni a cercarne una. Perché l’ospedale psichiatrico di Collingwood, dove la troupe di Grave Encounters ha avuto la pessima idea di introdursi, è esso stesso l’inferno sulla terra, o una delle tante facce dell’inferno.
E così, non sono tanto le apparizioni spettrali, anche se alcune di quelle che vedremo non si dimenticano facilmente, a generare paura, quanto piuttosto il luogo in sé, che qui assume la connotazione labirintica di un girone dei dannati da cui non puoi più andartene. In altre parole, il destino degli ignari conduttori di un innocuo show televisivo a base di spaventi facili, hanno la sorte segnata nel momento esatto in cui varcano la soglia del manicomio. Che non è quella di essere spaventati a morte da ectoplasmi vari, no; quello è solo l’inizio. La loro è una sorte anche peggiore, ovvero smarrirsi lì dentro per sempre entrando di fatto a far parte dell’infestazione.

In questo senso, la location assume, per forza di cose, un ruolo determinante. Non si tratta di corridoi ricostruiti in un qualche studio, ma di un vero ospedale abbandonato, già sede di riprese per molti prodotti televisivi e cinematografici canadesi.  È già un posto minaccioso e squallido per fatti suoi, ma è stato fatto un gran lavoro per acuire la sensazione di non avere punti di riferimento precisi, di girare sempre in tondo per ritornare nello stesso punto, o peggio, di muoversi costantemente in una direzione vedere che il corridoio non ha una fine, che il sotterraneo prosegue a perdita d’occhio, che la fila di porte aperte su chissà quali orrori continua fino a non si sa dove.
Aiuta, e sapevate che ci saremmo tornati, il linguaggio adottato, perché è proprio l’idea di vedere i personaggi muoversi in prima persona a confondere e a far perdere l’orientamento allo spettatore. Essendo i nostri occhi gli stessi dei due operatori presenti sul set della trasmissione, diventa molto facile, per noi che guardiamo, non capire con esattezza dove siamo finiti, alla centesima panoramica a schiaffo.
E se vi state chiedendo che cosa diavolo continuano a riprendere a fare, pure alla bocca dell’inferno, la risposta è che quelle telecamere sono la loro unica fonte di luce, e l’unico modo per vederci qualcosa, grazie alla visione notturna.

Aggiungeteci che, come vuole la tradizione da BWP in giù, da un certo punto in poi, mentre il numero degli attori in campo si assottiglia sempre di più, le riprese diventano un video diario atto a mantenere la sanità mentale e anche a tentare di lasciare qualcosa di sé nel momento in cui ogni speranza è ormai perduta, e capirete che non siamo in zona Cloverfield, ove si continua a riprendere perché la sceneggiatura dice così. Ma, se ci pensate bene, Cloverfield (per quanto io mi diverta molto a vederlo) lo si potrebbe realizzare anche meglio in maniera tradizionale, ed è un found footage soltanto perché ai tempi qualunque film di quella specie era considerato a incasso sicuro con la minima spesa. Ecco la differenza sostanziale tra film che necessitano il linguaggio del found footage e quelli che, al contrario, lo utilizzano quando se ne potrebbe fare benissimo a meno e forse ci si guadagnerebbe anche qualcosa.
Credo dipenda da se si comincia a scrivere avendo ben chiaro in mente di voler girare un found footage o se questa scelta viene fatta a posteriori. È evidente, per quanto riguarda Grave Enconters, che si tratti di un film nato in questo modo. Al netto della discutibile CGI di alcune sequenze, è molto efficace, spaventa a dovere e propone anche uno sguardo non banale sulla classica storia della sinistra magione infestata.
Fossi in voi, un pensierino su Prime ce lo farei, anche se il doppiaggio è abbastanza mortificante. So che esiste un seguito, scritto da Minihan, ma non diretto da lui, e recupererò anche quello, statene certi. Fosse per me giunto il momento di rivalutare un intero sotto-genere?

 

10 commenti

  1. SaulVerner · · Rispondi

    Ciao Lucia,
    ottimo articolo. Sono un grosso fan del fan footage (come approccio narrativo anti-hollywoodiano) e volevo sapere se potevi indicarmi gli altri tuoi articoli sul blog riguardanti appunto film found footage.
    Grazia, Simone.

    1. Ciao!
      Allora, il found footage e io non siamo mai andati troppo d’accordo, quindi qui per il momento non trovi moltissimi film appartenenti al genere.
      Di sicuro ho recensito Lake Mungo e The Atticus Institute, che sono tra i miei preferiti. E poi c’è Trollhunter cui ho dedicato un articolo da poco.
      Poi non ricordo benissimo il resto. Qualcosina la trovi anche nella rubrica delle pillole. Spero di esserti stata utile!

      1. SaulVerner · · Rispondi

        Grazie, vado subito a leggere.

        1. Alessandro Silvio Tassone · · Rispondi

          C’è un articolo sicuramente anche su The Bay

          1. Vero! Mi ero dimenticata! 10 anni di post quasi quotidiani e ti sfugge qualcosa sempre!

  2. A me non era dispiaciuto per niente, più di tanti altri comunque

    1. No, infatti è un buon horror, molto spaventoso!

  3. per me il filmone per eccellenza ambientato in un manicomio abbandonato è “session 9”, snobbato da un sacco di gente (e non ne ho mai capito il motivo, é inquietante come pochi). questo lo avevo adocchiato con disgusto all’epoca dell’uscita, satura di found footage, ma visto che sono anni che non ne vedo uno e la location mi attrae parecchio, mi ci fiondo 😀

    1. Session 9 compie 20 anni proprio nel 2021. Ci scapperà di sicuro un post celebrativo, perché è anche il mio film preferito della serie Manicomi Abbandonati!

  4. Assolutamente d’accordo con la tua puntuale recensione: un found footage (perché sì, è concepito e strutturato per essere questo) davvero niente male questo Grave Encounters, come già ti dissi in un commento su queste pagine diverso tempo fa 😉
    Persino i difetti come la CGI al risparmio sono dosati con saggezza, qui: anche quelle deformazioni, alla fine, colpiscono comunque per la loro velocità, proprio quella stessa che permette di non entrare troppo nel dettaglio della povertà dei mezzi a disposizione (mantenendo allo stesso tempo intatti paura e terrore)… e il finale, poi, tanto agghiacciante quanto perfetto come tappa finale di un labirintico percorso soprannaturale degno del dantesco “lasciate ogni speranza o voi che entrate”.
    P.S. Adesso però mi prende un altro tipo di brivido: non è che arriverai a rivaluterai pure Oren Peli, vero? 😛

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