Tanti Auguri: 10 Anni di Trollhunter

Regia – André Øvredal (2010)

Ultimo dei compleanni di ottobre, e anche unico a cadere davvero nel corso del mese: Trolljegeren, questo il titolo originale del film, esce infatti nelle sale in Norvegia il 29 ottobre del 2010 e lancia la carriera dell’allora giovane e promettente Øvredal, regista scandinavo meno famoso, ancora per poco, del suo collega Wirkola, ma ormai residente in pianta stabile nel cinema americano, soprattutto dopo il successo, l’anno scorso, del suo Scary Stories to Tell in the Dark con tanto di produzione e benedizione da parte di del Toro. Trollhunter è il suo esordio in solitaria, nel senso che aveva già diretto un thriller nel 2010, ma si trattava di una co-regia. La storia dei tre aspiranti filmmaker e del cacciatore di troll su cui decidono di realizzare un documentario è invece del tutto di Øvredal, sceneggiatura compresa, e ha fatto una certa impressione anche al di fuori dei confini della Norvegia.
Trollhunter esce al momento giusto, nel pieno dell’ondata di found footage seguita agli incassi gargantueschi di Paranormal Activity. Non se se ve lo ricordate, quel periodo: ogni dieci horror che uscivano, almeno la metà erano found footage. E di questi, gran parte era spazzatura.
Perché il blues del filmato ritrovato è solo all’apparenza un sotto-genere facile da realizzare. Al contrario, la sua limitatezza e le regole ferree a cui è obbligato a sottostare, lo rendono economicamente molto vantaggioso, ma una sfida quasi impossibile dal punto di vista artistico.

Tanto più che Trollhunter non è un mockumentary come poteva esserlo Lake Mungo, ma un found footage puro: il filmato trovato negli hard disk dei ragazzi protagonisti è dato quindi in pasto al pubblico senza alcuna manipolazione a posteriori; quello che c’era è quello che vediamo. Niente musica aggiunta, niente montaggio, niente processo di post-produzione. Un’impostazione ancora più radicale rispetto anche a TBWP, che di questo tipo di approccio è il prototipo, perché Trollhunter riesce a essere così spartano da sembrare vero, ma allo stesso tempo è anche estremamente cinematografico. Insomma, si vede che dietro al film c’è un serio professionista che sa esattamente quale effetto ottenere dal mezzo scelto. Molti found footage hanno infatti il difetto di sembrare fatti a caso. Al che voi direte: “Scusa, Lucia, ma non è proprio questo lo scopo? Restituire la sensazione di un filmato amatoriale?”.
Sì, lo scopo del gioco è questo, ma se va mantenuta viva l’illusione di avere sotto gli occhi un materiale grezzo e no lavorato, ciò non significa che detto materiale debba essere veramente grezzo e non lavorato. Altrimenti la funzione stessa del cinema in quanto tale cessa di avere senso.

Trollhunter è, al contrario, un film molto costruito, sia in sede di sceneggiatura che di riprese, e persino di montaggio, dato che il film compie il miracolo di tagliare tutte le parti inutili di cui invece molti found footage abbondano. Non solo, ma si nota che alcuni stacchi sono studiatissimi ed elaborati, fermo restando l’obbligo di replicare lo spegnimento e l’accensione della telecamera, o meglio ancora, la pressione del dito sul tasto rec o pausa. Le inquadrature stesse, se si escludono alcuni passaggi dovuti, come la fuga disperata nel tunnel o il momento in cui il gruppo si divide, la prima notte nei boschi, e tutto diventa molto concitato e traballante, sono il frutto di una scelta ponderata: meno professionali lungo tutta la prima parte del film (ma abbastanza da tenere sempre in campo ciò che conta), più impostate nella seconda, quando al cameraman dilettante che ci accompagna sin dall’inizio, si sostituisce un’operatrice professionista.

Questo perché è sempre valido il vecchio adagio (che mi sono inventata io ora) secondo cui più è raffinato l’artificio, più la sospensione dell’incredulità è naturale: in Trollhunter si crede dall’inizio alla fine, e qui risiede principalmente la sua efficacia, nel dato tecnico: senza quello, crolla l’intera impalcatura.
Molto spesso, infatti, succede che un found footage sia tale all’insegna del perché sì. Il linguaggio scelto non è specifico per la storia che si vuole raccontare, che poteva essere messa in scena in decine di modi differenti e nulla sarebbe cambiato. Lo stesso Paranormal Activity è così: il linguaggio non è necessario alla vicenda narrata, che al contrario viene asservita a esso. Nel caso di Trollhunter, non riesco a vedere la sua storia raccontata in maniera diversa: la caccia al troll, creatura tipica del folklore nordico, che qui si svuota da qualunque aura romantica o eroica e diventa una prosaica faccenda proletaria. Ed è giusto che il vecchio cacciatore, scazzatissimo perché nel suo sporco lavoro non ha i diritti che spettano agli altri lavoratori, decida di smascherare una cospirazione governativa atta a tenere nascosta l’esistenza dei troll, tramite tre ragazzini con una telecamera. C’è della poesia.

E c’è della poesia anche nella decisione, da parte di Øvredal, di mostrarli a tutto campo, i suoi troll, senza ricorrere, se non nei primissimi incontri dei protagonisti con le creatura, a un altro meccanismo tipico del found footage, ovvero il non far vedere, anche per meri motivi di budget, la minaccia. Invece no, Øvredal se ne frega ed eccoli, i suoi bellissimi troll in tutto il loro splendore. Un comparto vfx (non c’è un effetto pratico neanche a pagarlo, ed è giusto così, in questo caso) strabiliante, considerando anche i costi contenuti dell’operazione. Forse soltanto il green screen delle finestre nel finale mostra un po’ il fianco, ma i troll sono uno spettacolo, in particolare per come sono integrati nell’immagine e per come interagiscono con l’ambiente circostante e, quando capita, con i personaggi umani. 

Voi lo sapete: il found footage non è il mio genere, e di solito, se proprio devo, preferisco quelli che adottano la forma del mockumentary rimontato e rielaborato a posteriori. Ma ritengo Trollhunter l’eccezione che conferma la regola, uno dei pochissimi film della sua specie ad aver sfruttato appieno le potenzialità del filone cui appartiene, e da un punto di vista narrativo e da un punto di vista estetico. Basta pensare a quanti registi hanno cominciato con un found footage e a quanti poi sono riusciti ad arrivare al secondo film. Credo si contino sulle dita di una mano. E potrebbero raccontarvene parecchie i due registi di TBWP, su come esordire con un genere così codificato possa condizionare un’intera carriera, soprattutto in negativo.
Øvredal, al contrario, è stato così bravo, e fortunato, da non lasciarsi condizionare. Ci ha regalato questo piccolo film che ha insegnato al mondo intero come si gira un found footage, e poi è andato per la sua strada, senza più tornare sul luogo del delitto.
Perché io credo che il found footage sia un ottimo trampolino di lancio, ma a un certo punto, bisogna pur crescere e dedicarsi ai film veri.

6 commenti

  1. mi manca
    ma ssttitd l’ho proprio trovato deludente

  2. Blissard · · Rispondi

    Dovrei rivederlo, all’epoca non mi colpì tantissimo, ma c’è da dire che – come fai notare tu – si era anche saturata la pazienza degli orrorofili nei confronti di mdp traballanti e soggettive infinite.

    1. Sì, all’epoca eravamo davvero tutti saturi. Io mi sono disintossicata dal found footage per qualche tempo e, a rivederlo ora, questo film mi ha colpita in positivo. Dovrei rivedere anche The Taking of Deborah Logan e Hell House LLC, perché me li ricordo poco, proprio perché di mdp shakerate non ne potevo più 😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Su Hell House LLC al momento ho il buio assoluto, ma The Taking of Deborah Logan non mi era sembrato poi male (mdp shakerate a parte 😛 )
        Trollhunter fa parte dei titoli di cui mi servirebbe un ripassino dato che non ne ho più un ricordo preciso, a prescindere dal fatto che fossero riusciti o meno… altri, come The Dyatlov Pass Incident e The Banshee Chapter, invece li ho ancora ben presenti.

        1. Guarda, è un film che ho visto ai tempi, era il 2015, e mi ha spaventata seriamente. Solo che a parte lo spavento, non ricordo altro, quindi dovrei rivederlo 😀

  3. L’ho trovato molto interessante, anche per quanto sia nato e sviluppato molto dietro alle leggende norvegesi.
    Poi adoro la criptozoologia, quindi sto film per me è stato Oro puro

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