Scare Package

Registi vari – 2019

All’inizio non avevo moltissima voglia di recensire Scare Package, anzi, c’è stato un certo momento, più o meno a metà della visione del film, in cui lo stavo interrompendo e per lanciare il mio monitor dalla finestra, perché Scare Package è uno di quei prodotti ultra indie che hanno il potere di grattare i nervi anche allo spettatore più ben intenzionato, e non per il basso budget, figuriamoci se mi faccio spostare di un millimetro da queste quisquilie; neanche per la recitazione spesso approssimativa: i nomi “famosi” sono tre in croce e credo che spesso e volentieri i registi al timone dei vari episodi abbiano usato dei loro amici, quindi è giustificabile che non ci si ritrovi al cospetto di consumati professionisti.
No, il problema è che Scare Package, quando raggiunge l’obiettivo prefissato dal suo stesso creatore, è uno spasso, ma quando lo sbaglia è brutto in maniera quasi dolorosa.
Il progetto, ideato e creato da Aaron B. Koontz, già produttore di Starry Eyes e regista horror dalla carriera altalenante, è quello della tipica antologia horror comedy, ma con una connotazione chiaramente metacinematografica, dove tutti i segmenti e la cornice siano realizzati da gente che il genere lo conosce e lo ama, così da potersi prendere amichevolmente gioco di esso e, allo stesso tempo, provare a sovvertirne i tropi.
Nulla che non sia già stato fatto, con più soldi e idee migliori. Ma Scare Package ha dalla sua quell’atmosfera da gira scolastica, dove tutti si divertono come tanti scemi e, se da un lato è vero che questo tipo di operazione forse hanno stancato, dall’altro hanno sempre il potere di farti sentire parte di una comunità molto più grande di te, formata da individui cresciuti guardando i tuoi stessi film e parlando il tuo stesso linguaggio.

Il film si apre con Cold Open, diretto dalla giovane Emily Hagins, sbarcata di recente addirittura su Netflix con un lungometraggio (non però horror) e fan di vecchissima data del genere. Scare Package inizia sotto i migliori auspici, perché il corto di Hagins ispira un’immediata simpatia e si basa su un giochino meta meno fastidioso del previsto: il protagonista Mike fa di mestiere il personaggio di contorno nei film dell’orrore, quello che, per esempio, all’inizio di uno slasher, manomette per errore la segnaletica stradale così che le future vittime si dirigano verso un manicomio infestato e non al campeggio dove erano dirette; Mike è stanco di questo lavoro, vorrebbe avere, una volta tanto, un arco narrativo degno di chiamarsi tale, e così, mentre fa saltare la corrente nell’appartamento di due baby sitter la notte di Halloween, decide di restare nel film e provare a salvare le due ragazze dall’assassino mascherato che sta per arrivare.
Tra tutti gli episodi è il più cerebrale e, passatemi il termine, sofisticato, e richiede un certo livello di astrazione per essere apprezzato. Resta comunque molto godibile, e il povero spettatore è convinto che da qui in poi si possa solo migliorare.

E invece riceve subito una brutta sorpresa quando si entra nella cornice dell’antologia, ambientata in una videoteca gestita da un grande fan del cinema horror in cerca di un commesso da assumere per dargli una mano. Diretto dallo stesso Koontz, l’episodio contenitore è di una noia mortale, almeno fino alla seconda metà del film, quando si trasforma in un’altra cosa, ma ne parleremo a tempo debito.
Sono dell’idea che un’antologia possa benissimo fare a meno di un filo conduttore e, se proprio deve esserci, bisognerebbe renderlo in qualche modo memorabile. Immaginare che tutti i segmenti che appaiono in Scare Package siano altrettanti VHS sparsi per il negozio non è una pessima trovata, ma è gestita in maniera dilettantesca, e somiglia più a un mero riempitivo che a un’ambientazione generale ben studiata e meditata.
Comunque non preoccupatevi perché sta per arrivare uno dei due segmenti migliori del mucchio, ovvero One Time in the Woods, per la regia di Chris McInroy, esordiente quasi assoluto e in attesa si dirigere il suo primo lungometraggio, che a questo punto attendo con una certa trepidazione.

One Time in the Woods è un delirio ultra splatter dalla breve durata e dagli effetti speciali artigianali strabilianti. Non ha una vera propria struttura narrativa, è più che altro un accumulo delle tipiche situazioni da horror boschivo, e quindi c’è il killer mascherato, ma c’è anche una melma verde che provoca mutazioni e i nostri ignari campeggiatori se la dovranno vedere con entrambe le cose, in un tripudio di decapitazioni, squartamenti e corpi che si decompongono davanti ai nostri occhi. Non c’è molto altro, perché non è necessario niente altro quando hai a disposizione pochi minuti e decidi di giocarteli in questo modo. Se per quanto riguarda Cold Open siamo dalle parti di Scream, qui il punto di riferimento è il primissimo Peter Jackson e credo che il regista abbia colto in pieno lo spirito di un’antologia di questo tipo: rapidità, divertimento e frattaglie.
Chi invece, e mi duole tantissimo ammetterlo, non lo ha colto è una delle poche facce note presenti in Scare Package, ovvero l’attore Noah Segan, a cui voglio un mondo di bene per i suoi ruoli in film come Deadgirl e Starry Eyes e che qui esordisce alla regia con il corto M.I.S.T.E.R., bruttarello forte, con l’ambizione di voler raccontare qualcosa di rilevante, ma senza il tempo e forse neanche la capacità di farlo sul serio. Che peccato.

Ancora peggio va con Girls Night out of Body, addirittura co-diretto, nel senso che per girare questi dieci minuti scarsi di nulla ci si sono messe in due, Courtney e Hilary Andujar, che di lavoro farebbero, e anche molto bene, le scenografe. Hanno infatti curato la scenografia non solo del loro segmento, ma di tutto Scare Package e comunque se date un’occhiata alla loro filmografia, resterete sorpresi dalla quantità di buoni film su cui hanno messo le mani. Nella loro partecipazione a Scare Package ambiscono a ribaltare i cliché dello slasher, con l’esile vicenda di tre amiche seguite da un assassino e una sorta di caramella stregata che ha effetti imprevisti su chi la mangia. No, davvero, siamo al grado zero dell’ammiccamento furbetto e smaliziato, ma tenete presente che non è neppure l’episodio peggiore.

Ci risolleviamo decisamente con The Night He Came Back Again! Part IV: The Final Kill, una delizia per gli appassionati di slasher, questa sì: diretto dal direttore della fotografia Anthony Cousins, racconta dei vari e disperati tentativi di un gruppo di amici di uccidere un serial killer mascherato che sono finalmente riusciti a catturare dopo anni di eccidi. Il problema è che, come ogni slasher che si rispetti, questo assassino è molto duro a morire e venderà cara la pelle.
Se dovessi scegliere il segmento più interessante del mucchio, sceglierei Cold Open, se dovessi scegliere quello che mi ha divertita di più, di scuro sarebbe One Time in the Woods, ma The Final Kill (fatemi abbreviare il titolo, per cortesia) è quello più riuscito in ogni aspetto: riesce a raccontare comunque una storia, per quanto breve e sconclusionata, non trascura l’aspetto meta che è un po’ il cuore dell’operazione, ci va giù pesantissimo in gore ed effettacci e fila come un missile grondante sangue. 

Dalle vette di The Final Kill si precipita nel mare di letame rappresentato da So Much to Do, su cui neanche ho voglia di spendere due parole perché non se le merita, roba che, mentre lo vedevo, mi stavo chiedendo si trattasse per caso di un pessimo scherzo.
Da lì si ritorna alla nostra cornice, trasformata per l’occasione in una sorta di meta luna park horror dove ogni singolo stereotipo del genere vi viene spiattellato in faccia senza alcun ritegno con risultati che vanno dall’ottimo al risibile anche nello spazio di un solo stacco di montaggio: Horror Hypothesis, questo il titolo del segmento finale di Scare Package, ha suscitato delle reazioni molto contrastanti nella vostra affezionatissima. Devo ammettere che, anche contro la mia stessa volontà, qualche risata è riuscito a strapparmela, ma restava forte quel sospetto di essere presa per il culo che non se ne è andato neanche a tre giorni dalla visione.
Per concludere, Scare Package è un prodotto volutamente di nicchia, che può piacere soltanto a me e a qualche altro matto, ma gli manca comunque quella marcia in più per diventare un cult. Con un paio di tagli alla cornice e un attenzione maggiore alla qualità dei corti inclusi nel progetto, sarebbe stato diverso. Così com’è, è riservato ai completisti e ai super appassionati, e pure loro avranno qualcosina da ridire.
Ammirevole sempre e comunque lo sforzo produttivo di Shudder.

4 commenti

  1. Non avendo trovato i sub l’ho lasciato in attesa; lo spirito dell’operazione mi intriga, ma da più parti ne sento parlare maluccio.
    Grazie Lucia

    1. Ma perché almeno tre episodi su sette sono davvero tanto brutti. Però credo che invece quelli riusciti valgano la pena.
      Anche il mio giudizio sul film è tiepido, però alla fine cerco sempre di essere benevola con questo tipo di operazioni molto indipendenti. Ho il cuore tenero 😀
      Grazie a te!

      1. Per tre orrori sbagliati su un totale di sette direi che si può pure rischiare (anch’io però vorrei trovare dei sottotitoli, prima) 😉

  2. Un’antologia molto altalenante ma che ha attirato la mia attenzione. Adoro le antologie e anche se non sono riuscite le guardo lo stesso con piacere. Ottima recensione che spiega per filo e per segno gli episodi migliori e quelli peggiori e cosa funziona e cosa no. Grazie mille!

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