Tanti Auguri: 30 Anni di Darkman

Regia – Sam Raimi (1990)

Questa volta un po’ ho barato: Darkman esce nelle sale americane il 24 agosto del 1990, mentre noi lo celebriamo a settembre. Questo perché ad agosto c’era un altro film da festeggiare, e come facevo a esimermi? Ho quindi scelto il primo buco libero nella programmazione settembrina, ed eccoci qui, a parlare di un film che Raimi ha diretto quando era poco più che un ragazzino. Fatevi i vostri calcoli: è nato nel 1959. Non dovrebbe essere un dato impressionante, perché nel ’90 era giù uscito da tre anni Evil Dead 2 e, nella nostra logica distorta di appassionati di horror, Raimi andrebbe considerato già uno arrivato, quando in realtà non era praticamente nessuno.
E infatti, tutti i suoi tentativi di accaparrarsi i diritti di un fumetto (avrebbe voluto adattare Batman. Poi sappiamo com’è andata a finire) vanno a vuoto e tra Evil Dead 2 e Darkman passano tre anni, che per un giovane regista sulla (quasi) cresta dell’onda sono un’eternità.

Ma non è soltanto Batman a solleticare le fantasie di questo genietto della macchina da presa: c’è un altro personaggio, oggi molto meno famoso di Batman, ma da cui il Pipistronzo (scusate) ha rubacchiato senza pietà parecchi elementi fondanti e le cui origini vanno ricercate nelle riviste pulp degli anni ’30 e ’40. Parliamo di The Shadow, ovviamente, ma anche in questo caso, il povero Raimi proprio non ci riesce a farsi dare i diritti, e allora pensa: sapete che c’è? Me lo faccio da solo, il mio supr-anti-eroe.
E così scrive un racconto di poche paginette intitolato Darkman e lo propone come soggetto alla Universal.
Se il riferimento letterario principale di Darkman è The Shadow, a livello visivo ci sono (oltre ai fumetti, da cui vengono mutuati montaggio e composizione dell’inquadratura), i film della Universal degli anni ’30 e ’40, nonché qualcosina dell’epoca del muto, soprattutto nella recitazione caricatissima imposta agli attori: Frankenstein, L’Uomo Invisibile, Il Gobbo di Notre-Dame e via così, in una vera e propria ricostruzione filologica di un linguaggio perduto nel tempo, che coinvolge anche le musiche di  Danny Elfman prima che diventasse lezioso.

Raimi è tra i principali responsabili dell’aver impostato l’estetica dell’horror anni ’80, ma Darkman non è affatto figlio di quell’estetica; è un film che riesce a essere allo stesso tempo straordinariamente avanti rispetto a suoi contemporanei e incapsulato in un passato remoto, che trent’anni fa non era stato riscoperto.
È, all’atto pratico, un cinecomic molto più di quanto non lo fosse il Batman di Tim Burton, ma è anche uno spettacolo desueto, ha il sapore di un freak show di quelli dove lavorava il giovane Tod Browning, utilizza strambe transizioni tra una scena e l’altra, ha un gusto quasi espressionista nell’esasperazione dei sentimenti in campo: amore, rabbia, vendetta; è altamente stilizzato, astratto, oserei dire e, com’è logico, la Universal, quando si trovò per le mani questo oggetto così fuori dai canoni, ne rimase spiazzata e non seppe bene cosa farne.

È una storia vecchia come il cinema: il giovane autore di belle speranze, al suo primo film ad alto budget (in questo caso diciamo medio, dai), fallisce clamorosamente e si rovina la carriera. Ma Raimi non è uno qualsiasi e, qualunque cosa gli succeda, alla fine cade sempre in piedi, perché possiede una qualità che a molti ragazzini che si affacciano sui set per le prime volte manca: la furbizia, unita a un certo equilibrismo che gli permette di seguire gli ordini della produzione, e di far lo stesso passare la propria visione.
Certo, dopo le prime proiezioni di prova, Darkman era considerato un disastro senza precedenti: 18 milioni di dollari buttati in un film che, a sentire gli spettatori di quelle anteprime, era tra i peggiori mai realizzati.
Il montatore imposto a Raimi dalla Universal, e in conflitto con lui e Tapert, ha un esaurimento nervoso durante la post-produzione: per questo motivo, se prestate attenzione ai titoli di testa e coda, trovate un montatore ufficiale e due “supervisori al montaggio”. Questo per dire che il film è stato tagliuzzato a tutto spiano, ed è soprattutto stato alleggerito in corso d’opera, per renderlo meno esplicito. Non è un caso, e non è neanche una precisa scelta di Raimi, se tutti gli omicidi avvengono fuori campo.

L’unica cosa chiaramente horror di Darkman è infatti il trucco di Liam Neeson, realizzato da Tony Gardner e davvero impressionante. Il resto del film è violentissimo nelle implicazioni, ma molto pulito per ciò che mostra in campo.
Che poi, anche questo, volontario o imposto dallo studio che sia, è in linea con lo stile dei classici Universal, quasi tutti girati ai tempi del famigerato Codice e quindi per forza di cose molto contenuti e casti.
Ma facciamo una comparazione ancora più ardita: prima che il termine horror diventasse d’uso comune, quelli della Universal erano considerati dei melodrammi a tinte forti. E Darkman, che non è un horror, non è del tutto un film d’azione, non è un film di supereroi, perché Dio ce ne scampi, ha una fortissima componente melodrammatica, è un film dove ogni emozione del protagonista viene amplificata, come spiegato dalla dottoressa che, dopo il suo ritrovamento, mezzo morto e gravemente ustionato, lo salva, condannandolo a essere un mostro per tutto il resto della sua vita.
La pelle sintetica che si squaglia dopo 99 minuti, i cattivi dai tratti grotteschi e dai vezzi caratteristici (la risata tipica , la collezione di dita, l’abilità da funambolo), il laboratorio ricostruito in un magazzino abbandonato: tutto questo è un retaggio del pulp, è il biglietto da visita con cui Darkman si presenta ai suoi spettatori.
Eppure, nel suo intimo, Darkman è un melò come lo era Il Fantasma dell’Opera con Lon Chaney.

Forse è per questo che non è mai diventato una serie multimiliardaria, nonostante abbia incassato la rispettabilissima cifra di 48 milioni. Esistono, è vero, un paio di seguiti, datati rispettivamente ’95 e ’96, ed entrambi mai arrivati in sala, ma usciti solo per il mercato home video. Ma non sono certamente all’altezza delle potenzialità di un personaggio come Darkman, di cui il film di Raimi è una vera e propria origin story (in questo anticipa i moderni cinecomic). Purtroppo il resto della storia dello scienziato divenuto giustiziere non è stata mai raccontata, o è stata raccontata male, in filmetti dozzinali caduti in un meritato oblio.
Alla fine, Raimi avrebbe avuto il suo adattamento dai fumetti, dodici anni dopo Darkman, che in ogni caso lanciò la sua carriera hollywwodiana, e contribuì ad allontanarlo dalle sue origini horror, genere a cui sarebbe tornato, nella sua forma non contaminata, soltanto nel 2000 (sì, festeggeremo anche questo ritorno, a dicembre). È, ancora oggi, un film bellissimo, Darkman, magari non è riuscito esattamente come Raimi lo aveva concepito, è di sicuro il frutto di un compromesso, ma come tutto il cinema di Raimi, è un otto volante su cui noi siamo stati e sempre saremo felicissimi di fare un giro.

14 commenti

  1. Anche politicamente scorretto perchè la fidanzata di Westlake” l’ha da al cattivo”, ottimo Larry Drake (r.i.p) come braccio destro del boss, tra l’altro la scena di Liam Neeson bendato che picchia gli infermieri non la rifà uguale in Spiderman 2, pure i due Crank lo citano.

  2. Inchini per la citazione finale a L’Almanacco di Dylan Dog.
    L’ho rivisto durante il lockdown e niente, è troppo figo questo film.

    1. Inchino a te per averla beccata ❤
      Anche se non era riferita a Darkman, ma a L'Armata delle Tenebre, mi pare di ricordare.

      1. Possibilissimo, io non mi ricordo dove ho conservato i primi Almanacchi, non posso neanche controllare 😀

  3. Anastasia · · Rispondi

    Dio santo che filmone😍

    1. Sì, un film davvero meraviglioso. E, secondo me, quello di cui parleremo a dicembre è ancora più bello.

  4. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Tra le altre cose mi hai fatto venire voglia di rivedere the Gift.. Darkman, sì, ci si accorge subito che all’ enfant prodige sono stati imposti dei compromessi.
    Ma va bene così. Rimane uno strano oggetto, fuori dal tempo senza essere nostalgico.
    Come sai, condividiamo la totale repulsione verso un certo tipo di fandom, perciò lungi da me stracciarmi le vesti (metaforicamente: sto scrivendo in boxer e maglietta dei Ramones :D) gridando a “Sam vendutohh!!1!!1! Turbocapitalisa corrottoh da Ollivud!!”. Però che bello per noi se avesse girato QUALCHE horror in più…

    1. The Gift è un film bellissimo e tremendamente sottovalutato.
      Io non vedo l’ora di dedicargli un post a dicembre, e ti do ragione: il Raimi horror manca anche a me. Per questo ho messo il lutto quando hanno cancellato Ash vs Evil Dead dopo due stagioni.

  5. Luca Bardovagni · · Rispondi

    E devo rivedermi pure Drag me to Hell! (Il bello dei tuoi articoli è che mi mettono SEMPRE in mente altra roba, in questo caso in maniera piuttosto ovvia,e subito “Vediamo se la Lucia ne ha parlato”). Mi fece un effetto strano (lo vidi in sala). C’entra il nichilismo estremo -punttualmente colto da te-? Ma io ci SGUAZZO nel nichilismo! C’entra qualche scena “esagerata”? Ma io ho una tonnellata di pelo sullo stomaco. Non ho battuto ciglio davanti a Bone Tomahawk, per dire.
    Non so…Mi fece un po’ lo stesso effetto It Follows…(curiosamente due film su una maledizione che “si trasmette” ma le analogie finiscono lì)..
    Anyway, lunga vitta al Raimi nostro. Ogni tanto, tra un uomo in calzamaglia e un action, ricordati di noi!

  6. Darkman è e rimane un classico Universal senza tempo, sospeso fra passato e futuro, che non ha mai perso un grammo del proprio fascino nonostante il nostro Sam non sia stato libero di muoversi come avrebbe (giustamente) voluto… I due seguiti sono a malapena una pallida eco del capostipite (per quanto il primo dei due possa risultare almeno guardabile).
    Ah, e la citazione dell’Almanacco ci sta tutta, ovviamente (anche se all’epoca non ci si riferiva a Darkman) 😉

    1. Alla fine sì, è un classico mostro Universal, quindi forse è anche arrivato il momento di farlo tornare sulle scene, chissà…

      1. E non sarebbe male se potesse rimetterci mano personalmente lo stesso Raimi, questa volta avendo il controllo completo (senza compromessi)…

  7. Molto bello, i due seguiti televisivi e home video non rendono minima giustizia.
    Chissà se nessuno, magari Raimi stesso, con maggiori mezzi, potrebbe pensare di riprendere mano al personaggio e riproporlo oggi.

  8. E’ un film incredibile e ancora oggi riesce a emozionare e divertire. Che poi è anche grazie a Raimi se Lian Neeson è riuscito ad arrivare al successo. E’ una storia molto triste e drammatica che non segue i cliché e lo dimostra perfettamente soprattutto in quel bellissimo finale dove compare anche Bruce Campbell.

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