Pillole di fine Estate

Credo sia la prima volta, in quasi 42 anni di vita, che festeggio la fine dell’estate. Già è stato un anno non particolarmente felice (non solo per me, per tutti, ma considerazioni di questo tipo non servono certo a star meglio, anzi), e agosto ha dato la botta definitiva di cui ormai sarete tutti a conoscenza, se avete letto qualche articolo delle ultime due settimane. Che poi, lo so io per prima: festeggiare la fine di una stagione non ha alcun senso, è soltanto un esercizio sterile per esorcizzare la sofferenza e tentare di scrollarsela di dosso. E tuttavia ho così poco di cui essere allegra che anche queste stronzate mi vanno bene. E quindi, per celebrare la fine dell’estate e il fatto che mancano due mesi ad Halloween, eccovi quattro horror nuovi di zecca che vi consiglio, anche se con qualche riserva, di recuperare. Sono stata attenta a selezionare quattro film il più possibile diversi tra loro, in maniera tale da accontentare un po’ tutti i gusti: si va dal mumblegore con allegate spocchia e presunzione, allo sf horror classico e lineare, passando per due found footage che però non potrebbero essere più distanti, come concezione e messa in scena.
Accendiamo i motori, dunque, e bando alle ciance.

Stavolta, per fare una cosa nuova, procediamo in ordine di gradimento, partendo da quello che ho apprezzato meno per chiudere con il mio favorito. Cominciamo quindi con The Rental, opera prima di Dave Franco, che affronta il genere con un’attitudine da primo della classe da far venir voglia di prenderlo a ceffoni a due per volta finché non diventano dispari. Fortunatamente, alla sceneggiatura c’è anche la mano di uno dei padrini del mumblegore, ovvero Joe Swanberg, a cui voglio un po’ di bene, ma arrivato a tre quarti di film deve essersi rotto le scatole di scrivere, perché il film molla gli ormeggi, dimentica tutto il lavoro fatto in precedenza e si conclude con un banale slasher che neppure può contare sulla violenza degli omicidi, che poi Franco si impressiona a girarli.
E tuttavia, tutto il prima è favoloso. La storia di due coppie di amici e del loro weekend in un air B&B gestito da un razzista fila spedita tra incomprensioni, tensioni sessuali represse, piccole rivalità, gelosie, un senso crescente di isolamento vissuto dall’unico personaggio non bianco del gruppetto (la divina Sheila Vand), ed è un bel campionario di nevrosi su cui costruire un orrore non convenzionale. Peccato poi che The Rental diventi convenzionale nel peggior significato possibile del termine e lasci con una pessima sensazione di incompiutezza, come fossero due film distinti e separati, cuciti a forza insieme per fare minutaggio. Comunque il cast, che oltre a Vand comprende Alison Brie e Dan Stevens, è ottimo, e poi chissà, magari a voi il film finisce per piacere tutto.

Proseguiamo col primo horror girato e ambientato durante la pandemia, Host, diretto dall’inglese Rob Savage e prodotto da Shudder; le riprese, effettuate in piena quarantena, sono state tutte fatte su Zoom, con cast e tecnici ognuno a lavorare separatamente a casa propria. Si tratta, per forza di cose, di una sorta di found footage sul modello dei due Unfriended, che però si svolgevano su Skype e soprattutto avevano dei personaggi non obbligati da circostanze esterne a “incontrarsi” su una app. Nei mesi di lockdown, per lavoro o per diletto, Zoom lo abbiamo utilizzato un po’ tutti, e ciò rende Host un film di immediata identificazione. Certo, l’idea di organizzare una seduta spiritica per vincere la noia della quarantena non è tra le più felici,  ma per le nostre protagoniste è soltanto uno scherzo, un diversivo, un modo come un altro per passare il tempo. Come tuttavia anni e anni di cinema horror ci insegnano, le sedute spiritiche finiscono sempre in vacca, e questa non farà eccezione, anche se non c’è contatto fisico tra i partecipanti. Di positivo c’è che il film dura meno di un’ora, e quindi non tira una situazione statica troppo per le lunghe, ma va subito al sodo; di negativo c’è che somiglia davvero troppo al primo Unfriended e, a parte il dato tecnico, di certo importante, il film è una ghost story nella media, con dei picchi di crudeltà niente affatto scontati, e pure dei momenti di gore molto pregevoli. Forse si poteva fare qualcosina di più a livello di scrittura, ma credo che pure troppo bene sia riuscito. Forse Unfriended gli è superiore perché, pur essendo un film soprannaturale, mostra una cognizione più profonda della tecnologia di cui fa uso (che infatti sarà protagonista del seguito Dark Web), mentre in Host essa è un semplice accessorio. Val comunque la pena di vederlo e, oltretutto, il regista è un simpaticone.

Restiamo in ambito found footage, e in questo caso vi assicuro che il termine calza a pennello al film, per dire due parole su Spree, diretto da Eugene Kotlyarenko, e probabile Oscar per il miglior montaggio del 2020, se i premi venissero assegnati da Ilgiornodeglizombi. Spree racconta del giovane aspirante influencer Kurt (Joe Kerry), alla disperata ricerca di follower per il suo canale YouTube che non va mai in doppia cifra. Kurt è un individuo imbarazzante, che non praticamente nulla da dire, ma pretende di essere visto e ascoltato da milioni di persone. Di mestiere fa l’autista di un servizio tipo Uber, chiamato appunto Spree, e per diventare virale, decide di riprendere la sua giornata di lavoro in un video live della durata di 24 ore, innescando una reazione a catena di violenza e follia, messa in scena dal regista con un continuo bombardamento visivo e sonoro a un livello di isteria raramente visto, anche nei found footage più concitati. Ma oltre all’ottima resa sul piano estetico, e alla sopraffina abilità da parte del montatore Benjamin Moses Smith di mischiare tra loro una miriade di punti di vista, di formati, di telecamere differenti per costruire un flusso continuo, ma molto coerente, di immagini caotiche, Spree è un film spaventoso per le sue implicazioni di natura sociale. Molto più che il Joker dell’anno scorso, Spree è un Taxi Driver per l’epoca dei social e fa gelare il sangue nelle vene. Bravissimo Kerry, e anche coraggioso ad accettare un ruolo così sgradevole.

E ora ce ne andiamo in Russia, per dire tutto il bene possibile di Sputnik, un horror fantascientifico che secondo gran parte della critica fa il verso ad Alien (e ci sta), ma è in realtà una riedizione in salsa sovietica di The Quatermass Xperiment, punto di riferimento da lodare senza alcuna riserva, considerando anche che si tratta dell’esordio di un regista molto giovane, Egor Abramenko.
Siamo nel 1983, e due astronauti, durante una missione spaziale in orbita, sono vittime di un misterioso incidente. Soltanto uno di loro sopravvive, ma non ha memoria di quanto accaduto, e di sicuro c’è qualcosa in lui che non torna. Viene portato in isolamento, tenuto confinato in una zona presidiata dall’esercito. Per capirci qualcosa, chiamano una giovane psichiatra, Tatyana Klimova, sotto inchiesta per il suoi metodi di cura poco ortodossi. Ora, se conoscete la trama di The Quatermass Xperiment, avrete già chiaro in mente cosa è accaduto al povero cosmonauta superstite. Ma, anche se non lo avete visto, credo non abbiate alcun dubbio sul fatto che ci sono di mezzo gli alieni, giusto?
E quindi parliamo del design della creatura aliena, che è di una bellezza assoluta, e riesce a suscitare tutta una serie di sentimenti contrastanti, e oscillanti tra terrore estremo ed estrema tenerezza, pur essendo interamente ricostruita in post-produzione. Il suo aspetto, e le sue studiatissime movenze, comunicano allo stesso tempo un senso di alterità totale e di familiarità, come se incarnassero le nostre paure ancestrali e universali. Ma quello che funziona davvero nel film, è il rapporto che si instaura tra l’alieno e la sua controparte umana, e di riflesso, con la psichiatra. Menzione speciale per Oksana Akinshina, che interpreta  Tatyana e mi ha fatta innamorare alla prima inquadratura.
Vedete Sputnik, senza scuse.

7 commenti

  1. sputnik e the rental sono già lì in attesa (il primo per la trama, il secondo per il cast): ti farò sapere!

    (ti mando un abbraccio, perchè sì e perchè ci sta tutto)

    1. Ricambio l’abbraccio immediatamente e spero che Sputnik ti piaccia ❤

  2. Io festeggio le pillole mensili gentilmente fornite dall’amica Lucia!
    Rental, devo confessarti, mi è piaciuto assai, Franco mi è sembrato molto maturo nel delineare le psicologie dei protagonisti e nel gestire la progressione tensiva della vicenda secondo scansioni nette e nitide; sì, il finale è la parte meno interessante, ma ho amato la scena sulla scogliera (che molti in giro invece hanno criticato).
    Host è caruccio, anche se il suo più grande difetto è che un collegio docenti in modalità telematica o un consiglio di classe online sono assai più spaventosi di una seduta spiritica 😀
    Gli altri due ancora non li ho visti, ma la curiosità è altissima.

    1. Rental, forse non sembra perché io invece il finale l’ho detestato (non la scena sulla scogliera, quella è l’ultima scena interessante del film), è piaciuto molto anche a me. La prima parte fa presagire un conflitto vero, forte ed esasperato tra i quattro personaggi. Poi però, davvero, la minaccia è soltanto esterna, è tutto un gigantesco “abbiamo scherzato” e credo di essere stata molto aspra nei confronti del film proprio perché fino a quel momento mi stava piacendo da matti.
      Host sì, è caruccio, ma hai ragione 😀

      1. Sì, hai ragionissima, nel finale la parte più interessante del film viene soppiantata da uno slasher poco incisivo

  3. Il Quatermass sovietico ce l’ho già lì bello e pronto che aspetta solo di essere visto 😉 , e Host lo seguirà a ruota (vista anche la sua “parentela” con Unfriended)…

    1. Sapevo che con il Quatermass sovietico avrei avuto subito la tua attenzione 😀

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