Open 24 Hours

Regia – Padraig Reynolds (2018)

Se questo fine settimana avete voglia di un horror cruento che vi intrattenga senza troppe complicazioni, Open 24 Hours dovrebbe proprio fare al caso vostro. Negli ultimi giorni, su questo blog abbiamo trattato di un paio di horror recenti con tematiche di un certo peso: era arrivato il momento di un po’ di leggerezza e così ho scoperto che questo slasher, atteso dalla sottoscritta da parecchio tempo, era finalmente uscito. Mi ci sono precipitata, perché avevo bisogno un’oretta e mezza di disimpegno, ma con un certo grado di diffidenza, in parte perché del regista Reynolds, qui al suo terzi lungometraggio, avevo visto solo una roba davvero pessima nel 2016, e in parte temevo mi sarei trovata di fronte al tipico filmetto indie da tre lire, quello che si crede più intelligente di te, insomma.
E invece no: non soltanto Open 24 Hours è uno slasher serissimo e dalla struttura molto classica, ma è anche girato e fotografato magnificamente, nonostante il budget sia così basso che le riprese sono state effettuate in Serbia per risparmiare.
Se mi dai uno slasher come si deve, con tutto il comparto tecnico che fa un lavoro egregio, tanto gore dispensato nei momenti gusti, e persino un ottimo cast, io sono una piccola sociopatica felice.

Mary (Vanessa Grasse, già vista qualche anno fa in Leatherface) è in libertà vigilata da un paio di settimane ed è in cerca di un lavoro. Motivo della sua permanenza delle patrie galere è l’aver dato fuoco al suo ragazzo, James, altrimenti noto come il Rain Ripper, un serial killer che uccideva nelle notti di pioggia e obbligava la povera Mary a guardare la fine delle sue vittime. Dopo aver subito tutto questo per anni, Mary ha appiccato un incendio nella casa dove viveva con James. Purtroppo il figlio di puttana è sopravvissuto, anche se gravemente ustionato, e si trova in carcere, mentre Mary, seppure libera, è devastata dai sensi di colpa per aver assistito impotente agli omicidi del fidanzato, terrorizzata all’idea che lui torni per vendicarsi, e con un bel carico di problemi mentali, tra cui paranoia e allucinazioni varie.
L’unico lavoro che riesce a trovare è il turno dalle 10 di sera alle 6 del mattino in una stazione di servizio aperta 24 ore, appunto, e proprio durante la sua prima notte di lavoro si scatena l’inferno. Forse è solo la sua mente, stanca e fragile, che le fa vedere cose irreali. Oppure James è davvero nascosto da qualche parte ed è pronto ad attuare la sua vendetta.

Il cinema horror e le stazioni di servizio sperdute in mezzo al nulla hanno un rapporto idilliaco e duraturo; che siano dei semplici punti di passaggio, dove ai personaggi viene dato l’ultimo avvertimento prima che si avviino verso il loro inevitabile destino, o la principale ambientazione del film, attraggono da sempre l’attenzione dei registi del cinema della paura, perché possiedono una valenza duplice: estremi avamposti della civiltà  o non luoghi in cui sprofondare e morire. Pensate, per esempio, a un gioiellino come Splinter che non se lo ricorda più nessuno ed è un peccato, e si svolge quasi per la sua intera durata all’interno di una stazione di servizio. Punti di passaggio, dove nessuno si ferma mai a lungo, bolle sospese nello spazio, dove può davvero succedere di tutto.
E puntualmente, in Open 24 Hours, succede.

Prima di diventare uno slasher puro e semplice, prendendo quindi un’altra strada, Open 24 Hours mi ha ricordato The Last Shift, ovvero uno dei più grossi spaventi del decennio scorso. In entrambi i casi, infatti, passiamo parecchio tempo in compagnia della nostra protagonista, da sola, e in entrambi i casi, ci sono dei dubbi sulla sua sanità mentale, su quanto sia lei stessa, in preda a sensi di colpa e a suggestione, a fabbricare gli incubi che la perseguitano.
La differenza sostanziale è che, in Open 24 Hours, noi non condividiamo in ogni istante il punto di vista di Mary, e quindi sappiamo che c’è qualcuno, nei pressi della stazione di servizio, oltre a lei e agli sporadici avventori, sappiamo che questo qualcuno è animato da pessime intenzioni, ma non sappiamo chi sia, questo qualcuno; Mary, al contrario di noi, è  propensa a credere di essere vittima delle sue visioni e, in questo modo, è più vulnerabile ed esposta a chiunque abbia deciso di farle la pelle.

È nel mettere in scena le allucinazioni che, nella prima parte del film, Reynolds, il suo direttore della fotografia David Matthews e il suo montatore Ed Marx (date un’occhiata alla sua ventennale carriera) danno il meglio, rendendo tangibili i terrori di Mary, mostrandoci brevi sprazzi quello a cui ha dovuto assistere quando era prigioniera di James, dando vita e corpo al suo sentirsi responsabile, anche se indiretta, della morte di tante persone.
Apprezzabile soprattutto il non indulgere a un’eccessiva frammentazione delle inquadrature per suggerire la scarsa lucidità della protagonista, che di solito è quella la direzione più semplice e anche quella più seguita da registi non troppo competenti. Al contrario, qui si sceglie di tagliare il minimo indispensabile, di far respirare il film, con la conseguenza che l’effetto di terrore puro causato dalle apparizioni delle vecchie vittime di James ne esce amplificato.

Per essere un horror/slasher privo di troppe pretese, Open 24 Hours è anche scritto in maniera molto più sofisticata di quanto a prima vista non possa sembrare; da un lato dissemina indizi e false piste, dall’altro gioca con il concetto di narratore inaffidabile e ci fa sospettare, fino all’ultimo istante, una soluzione sulla falsa riga di Haute Tension, se avete chiaro a cosa mi riferisco. Certo, non è un film che usi una qualche delicatezza nell’affrontare un tema complesso come il senso di colpa del sopravvissuto, ma riesce comunque a fornire, a tale proposito un paio di spunti di un qualche interesse. È serie B che più serie B non si può, e non lo consiglieri a nessuno che non sia un appassionato di lungo corso del genere, ma non è serie B decerebrata, mostra di avere un enorme rispetto per l’intelligenza del suo pubblico di riferimento, un dettaglio spesso trascurato da parecchie produzioni indipendenti e non.

Aggiungete che, da un punto di vista estetico, Open 24 Hours è una favola: sfrutta alla grande l’atmosfera spettrale dell’unica location in cui si svolge, dalla facciata esterna bagnata dalla pioggia e ricoperta di luce gialla al neon, ai corridoi del minimarket che fungono da nascondigli per carnefici e vittime, fino ad arrivare al fetido ufficio del proprietario, tramutato per l’occasione in un vero e proprio mattatoio. C’è anche un inseguimento, verso la fine, all’interno di uno sfasciacarrozze, che mi ha fatto alzare in piedi e applaudire l’intero reparto (serbo) di scenografia. Sarà pure un filmettino costato due spicci, ma è curato in ogni più infimo dettaglio, e questo non è soltanto indice di padronanza del mestiere, ma anche di considerazione nei confronti del genere, perché il fatto di realizzare “soltanto un piccolo horror” non è mai scusa per essere sciatti.
Opem 24 Hours è un film che, se avessi vent’anni di meno e avessi il tempo di farlo, mi rivedrei almeno una volta a settimana. Risveglia in me l’istinto del fan di una categoria cinematografica di nicchia, poco amata dai critici e snobbata dal pubblico colto, e il tutto senza essere un’operazione nostalgica. Per un futuro Ciclo Zia Tibia 2040.

4 commenti

  1. l’ennesima prova che il grande cinema si fa senza soldi ma con grandi idee ^^

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Privo di troppe pretese perché sa perfettamente fino a quale punto e quanto può pretendere (operazione intelligente e controllata a basso budget, appunto)… Al netto delle differenze che, almeno in parte, lo accomunano a Last Shift, Open 24 hours mi ricorda un po’ l’episodio di Body Bags diretto da John Carpenter, e cioè The Gas Station 😉

  3. Seguendo i tuoi consigli ho recuperato The Last Shift e in questi giorni ho visto Relic e The Beach House, tutti film molto belli. Quindi sicuramente seguirò anche quest’ulteriore consiglio di visione, anche perché io faccio parte degli appassionati della categoria di riferimento, quindi non dovrebbe deludermi.

    1. Se ti è piaciuto The Last Shift, sono convinta che apprezzerai anche questo. Io mi sono divertita come una selvaggia.

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