Tanti Auguri: 60 anni di Le Spose di Dracula

Regia – Terence Fisher (1960)

ll film di Dracula senza Dracula e, di conseguenza, senza Christopher Lee. Per molti, The Brides of Dracula è soltanto questo: un momento di passaggio nella filmografia Hammer, prima che Lee, dopo essersi rifiutato di tornare a vestire i panni del vampiro più famoso del mondo, cambiasse idea e riprendesse il ruolo nel 1966 per non lasciarlo più.
Il destino della seconda incursione della Hammer nei territori dei non morti assetati di sangue ha avuto quindi un destino un po’ particolare, quello di essere percepita come un’anomalia, se non addirittura un mezzo passo falso. Per alcuni, tuttavia, Le Spose di Dracula è non soltanto uno dei più riusciti esempi dello stile Hammer, ma anche la miglior regia di Terence Fisher e una delle variazioni sul tema del vampirismo di maggior interesse, poiché segna il momento in cui la Hammer si stacca del tutto dall’eredità complessa e ingombrante della Universal e si muove in autonomia.
Io mi trovo più d’accordo con questa linea di pensiero: Le Spose di Dracula non è né un’anomalia né tantomeno un passo falso. Al contrario è un condensato di tutto ciò che, in seguito, verrà definito come lo stile Hammer, nonché una prova maiuscola di Terence Fisher. Certo, l’assenza di Lee si sente, ma in compenso credo che qui si trovi una delle più affascinanti incarnazioni di Van Helsing mai portate su schermo, interpretato da un Peter Cushing che è una dimostrazione pratica dell’esistenza di Dio. E scusate se è poco.

La morte del Conte non ha messo fine all’incubo derivato dalla presenza dei vampiri in Transilvania, anzi. Lo impara a proprie spese la povera Marianne, un’insegnante francese in viaggio verso un collegio femminile. La sua carrozza la abbandona in un villaggio sperduto in mezzo al nulla, e una misteriosa baronessa le offre di passare la notte nel suo castello. La sventurata accetta ed è così ingenua da invaghirsi del figlio della baronessa, tenuto incatenato in un’ala a parte del castello perché, dice la madre, è malato di mente.
Il giovane barone Meinster è di bell’aspetto, gentile, galante, e pare disperato per le angherie subite dall’anziana donna.
Ovviamente è un vampiro e, non appena Marianne lo libera andare, lui fa subito fuori la madre e se ne va in giro per le campagne a trasformare in non morte le più avvenenti fanciulle del luogo.
Per fortuna che arriva Van Helsing a mettere una pezza su tutta l’incresciosa vicenda. Un Van Helsing che, com’è tradizione di casa Hammer, sa essere un perfetto gentiluomo e un eroe d’azione che prende, letteralmente, a calci volanti i vampiri. Stoico, resistente alla fatica e al dolore, armato di croci e acqua santa, il Van Helsing di Peter Cushing è, qui molto più che nel primo Dracula, il vero protagonista della vicenda; il film è un one man show di Cushing, a cui soltanto due vecchie volpi come Martita Hunt e Freda Jackson osano rubare la scena. E se è vero che l’accoppiata Cushing-Lee è insuperabile e vederli condividere lo schermo è sempre una gioia, il mio debole per Cushing mi fa apprezzare forse ancora di più poter assistere a un suo assolo di una quarantina di minuti.

Ma credo che Le Spose di Dracula, oltre a offrire a Cushing la possibilità di incarnare l’unico Van Helsing della storia del cinema e della narrativa per cui si fa davvero il tifo, sia anche un film in grado di anticipare di parecchio i tempi, soprattutto per quanto riguarda la caratterizzazione del principale antagonista, il barone Meinster.
Ho sempre detto e scritto che è consuetudine, nei film Hammer, schierarsi dalla parte dei vampiri, auspicando così la vittoria del caos sull’ordine e dell’eversione sullo status quo. E ho sempre ribadito che non si trattava di una reazione casuale: persone come Fisher e Sangster (sceneggiatore di The Brides of Dracula) volevano che il loro pubblico si sentisse così. È sì un fatto legato alla scrittura, ma è anche, come direbbero quelli bravi, un fatto di framing: è raro che i vari cacciatori e assassini di vampiri che si sono avvicendati nel corso della serie di film su Dracula della Hammer siano messi dal regista sotto una luce eroica e positiva. L’unica eccezione è, appunto, il Van Helsing di Cushing, e molto più ne Le Spose rispetto al primo Dracula. Lo stesso Cushing, quando si troverà a interpretare un ruolo analogo a Van Helsing in Vampiri Amanti, non ne uscirà benissimo, in quanto a simpatia del pubblico.
Ne Le Spose di Dracula è molto difficile che uno spettatore si metta lì a sperare che uno come il barone Meinster faccia strage di tutti i villici e instauri in Transilvania il dominio del caos. E il motivo è abbastanza semplice: Meinster non è caotico.

Se Bela Lugosi era un esotico e minaccioso nobile dall’accento europeo, e il Dracula di Christopher Lee esercitava sulle sue vittime un’attrazione di natura quasi animalesca, accentuata dalla quasi totale assenza di dialoghi da lui pronunciati, Meinster è, con quel paio di decenni di anticipo su Coppola, un damerino lezioso e logorroico, che seduce la povera Marianne chiedendola addirittura in sposa, mentre lei se ne innamora nello spazio di circa dieci secondi, ed è pronta a ignorare tutto ciò che le è accaduto di brutto negli ultimi giorni per convolare a nozze con questo tizio biondo e belloccio che non sfigurerebbe in un odierno paranormal romance. Poi sì, per fortuna siamo sempre in zona Hammer, e Meinster non può essere redento in nessun modo; eppure, il suo animo tormentato, la sua apparente sensibilità nervosa, il rapporto a dir poco conflittuale con la madre, che prosegue addirittura post-mortem, ne fanno una figura di succhiasangue estremamente moderna. Non è il puro agente della distruzione dei valori cristiani e borghesi che cala sulla società per dare alle brave mogli vittoriane insoddisfatte quello che i loro mariti mai potranno avere; è, al contrario, un individuo fragile, a suo modo complesso, ma non abbastanza per far scattare nello spettatore quel meccanismo di identificazione col mostro e con l’emarginato che invece scatta con la creatura di Frankenstein: è infatti pur sempre un signorotto locale che sfrutta la popolazione come se fosse di sua proprietà. Ed è un piacere vederlo arrostito nella scena finale.

Diversa è invece la situazione delle due “spose” di Meinster (avrete capito, arrivati fin qui, che il nome di Dracula nel titolo era soltanto un’esca e che qui Dracula non c’entra niente): nella loro assoluta e innocente perfidia di vampire appena venute al mondo, pur apparendo per pochi minuti, risultano molto più iconiche e, passatemi il termine, hammeriane della loro controparte maschile. Soprattutto Andree Melly, con quel volto così particolare, quasi alieno, aggiunge un elemento di sensualità malata a un personaggio che, sulla carta, serve soltanto a essere morsa e poi riapparire in camicia da notte bianca e con i canini finti; dal canto suo, l’altra sposa, Marie Devereux, può vantare una delle più intense, prolungate e spaventose scene di resurrezione di un vampiro mai girate in casa Hammer, superiore persino, se parliamo di puro pathos, al ritorno alla vita attraverso il sangue che si vede in Dracula: Principe delle Tenebre.

Ma è forse nel reparto scenografie e costumi che The Brides o Dracula dimostra di essere non soltanto all’altezza degli altri film Hammer sui vampiri, ma anche staccarli di un paio di lunghezze: lo sfarzo del castello Meinster, la bellezza dei vari completi sfoggiati da Cushing, l’idea di puro genio del mulino nella sequenza finale. Le immagini e i colori di questo film balzano fuori dallo schermo e ti stordiscono. The Brides of Dracula è il film che inaugura la Hammer degli anni ’60, ovvero, dopo i primi passi alla fine degli anni 50, e dopo essersi affermata sul mercato con tre enormi successi uno dietro l’altro, il momento di massimo splendore della casa di produzione inglese, culminato proprio con il ritorno di Lee nel 1966. Ma, per quanto magnifico, Dracula: Principe delle Tenebre è già di maniera, mentre con Le Spose di Dracula, Fisher è davvero scatenato, è davvero impegnato a perfezionare e a definire nella sua completezza uno stile che lui, più degli altri, aveva contribuito a inventare.
Pensate, per esempio, alla già citata scena al mulino, alla fine del film, alla complessità di messa in scena, alla serie di stunt non proprio banali, molti dei quali eseguiti da Cushing in persona; pensate ai vari piani sequenza che seguono Van Helsing mentre si aggira, da solo, nel castello, che da un lato aiutano col minutaggio, altrimenti piuttosto scarso, dall’altro servono per sfoggiare il lavoro enorme di scenografi e arredatori.
Le Spose di Dracula dovrebbe essere il paradiso per ogni fan della Hammer degno di chiamarsi tale ed è un peccato che l’assenza di Lee ne abbia condizionato così pesantemente la percezione.
Esce in UK il 7 luglio del 1960 e, ve lo assicuro, è ancora un film piacevolissimo, con tanti piccoli dettagli da scoprire: guardatelo con attenzione e forse vi ritroverete a convenire con chi lo ritiene il miglior film di vampiri della Hammer.

5 commenti

  1. Un dato interessante, per amore della speculazione.
    Il Van Helsing di Stoker si chiama Abraham, parla un inglese rudimentale e viene “da Amsterdam”, dove “insegna all’Università”. È il #massimoesperto di malattie esotiche, ma non riconosce un caso di vampirismo evidente in tempo per salvare Lucy.
    Il Van Helsing di Brides of Dracula ha per iniziali JVH (come da monogramma sulla sua borsa, in cui ha il kit del perfetto ammazzavampiri), insegna all’Università di Leida, ed è in generale più giovane e atletico del personaggio descritto da Stoker. Dei vampiri sa tutto – più di un prete transilvano, che infatti si becca una breve lezioncina sull’argomento.
    Io da anni sostengo che si tratta di Jacob Van Helsing, il cugino del vecchio Abraham 😉

    1. Mi sembra una teoria da prendere seriamente in considerazione, perché non può essere lo stesso personaggio! 😀

  2. Questo film lo vidi oltre trenta anni fa, un pomeriggio estivo su rai uno. La scena finale del mulino mi piacque moltissimo, ed essendo un bimbo pauroso, all’epoca chiedevo spesso ai miei genitori se nei paesini delle dolomiti dove andavamo a far le vacanze c’era un mulino. Bellissimo film.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    In effetti, a pensarci, questo spiegherebbe bene la presenza di un Van Helsing/Cushing così aitante e spigliato 😀
    Peter Cushing qui fa davvero la figura del gigante, per non parlare delle vampire Andree Melly e Marie Devereux che riescono comunque a bucare lo schermo pur avendo solo una manciata di minuti a disposizione… chi ne esce peggio, alla fine, è proprio il barone Meinster di David Peel a cui tocca l’onere di portare in scena un discepolo di Dracula dal fascino non paragonabile a quello del maestro.

    1. È uno show incredibile di quel genio assoluto che era Cushing.
      Ma è anche un ottimo esempio di stile Hammer. È davvero triste che nessuno si fili questo film.

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