Swallow

Regia – Carlo Mirabella-Davis (2020)

La nonna del regista di questo film è morta in un istituto per malattie mentali; il motivo? Si lavava ossessivamente le mani, fino a consumare quattro confezioni di sapone al giorno. Il marito la fece rinchiudere e i dottori la sottoposero a varie terapie molto aggressive, per concludere il tutto con una lobotomia: “I always thought that it was very punitive — that she was being punished for not living up to society’s expectations of what they felt a wife or a mother should be. I wanted to make a movie about that.”
E il film lo ha fatto, e come se lo ha fatto, ed è un tributo magnifico, che ci consegna uno dei più interessanti, sfaccettati e impegnativi personaggi femminili degli ultimi anni; è uno sconvolgente body horror senza una sola goccia di sangue, è la consacrazione di un’attrice, Haley Bennet, di un coraggio e di un’intensità senza pari, è l’ennesima storia che ribalta la prospettiva cui siamo sempre stati abituati. Siamo appena all’inizio di marzo, quindi è un po’ troppo presto per parlare, ma io ho già trovato il mio horror del cuore.

Hunter è una giovane moglie e futura mamma. Non ha altre caratteristiche, almeno all’inizio del film. Sposata a un uomo ricchissimo, dirigente nell’azienda del paparino, vive in una villa-prigione con piscina sulle rive del lago e, a parte mostrarsi felice e perfetta, non ha niente, ma proprio niente da fare tutto il giorno. Non ha un passato, non ha una vita propria, non ha una personalità, sembra uscita dritta da Stepford, è tutta sorrisi accondiscendenti e frasi di circostanza.
Ma, come sappiamo tutti, la perfezione non è una cosa semplice da mantenere e Hunter sviluppa un disturbo alimentare noto come picacismo, e che porta a mangiare cose non commestibili: terra, cartone, metallo, gesso e via così. Comincia tutto con un cubetto di ghiaccio al ristorante, durante i festeggiamenti con marito e suoceri per la usa gravidanza. Poi si passa a una biglia, a una puntina, a una batteria, fino ad arrivare ad aghi, chiodi, spille da balia. Quando, durante un’ecografia, la faccenda viene allo scoperto, le persone che ha intorno stringono le maglie del controllo intorno a lei, la sorvegliano ventiquattro ore su ventiquattro, non rispettano neanche il segreto professionale dell’analista che loro scelgono per lei e, infine, decidono di rinchiuderla, perché una cosa del genere è troppo imbarazzante, troppo contraria al modello di vita imposto, troppo assurda. E nessuno che si domandi, anche una sola volta, come stia veramente Hunter. L’importante è che la smetta di coprire di ridicolo la famiglia.

Dicevamo che Swallow è, prima di tutto, un body horror: Hunter manda giù, nel corso del film, una serie di oggetti sempre più pericolosi, sempre più acuminati e di volume crescente; vedere quello che le estraggono dallo stomaco in ospedale non è affatto piacevole, e Mirabella-Davis non ci va per niente leggero nel mostrare il dolore provato dalla nostra protagonista, anche se non indulge mai in dettagli raccapriccianti, preferendo stare fisso sui primissimi piani di Bennet che potrebbe stare sei ore di fila davanti alla macchina da presa senza pronunciare una sola parola e comunicare lo stesso una gamma infinita di stati d’animo ed emozioni.
E tuttavia, anche se in maniera atipica e inedita, è il corpo, un corpo femminile, il nucleo centrale del film, un campo di battaglia conteso tra Hunter e la famiglia di suo marito, un corpo che cessa di appartenere a Hunter nel momento in cui scopre di essere incinta, e di cerca di riprendere il controllo ingoiando chiodi. Ma è anche un corpo sottoposto a un continuo sforzo di adeguamento a degli standard imposti, e che si ribella entrando innescando una reazione a catena che è sì autodistruttiva, ma anche liberatoria.

Il regista inquadra Hunter come se fosse sempre in gabbia, o tra le geometrie fredde e asettiche della villa, o stretta nella morsa di marito e suoceri. Si esce di rado, al massimo per sdraiarsi sul lettino dell’analista, sapendo che comunque racconterà ogni dettaglio della seduta a chi la paga, che non è Hunter: lei non ha risorse economiche sue, lei, come le fa notare il marito, non sa fare niente e non si deve comportare da “troia ingrata”, ma abbozzare e fare tutto quello che le viene detto.
Il volto di Bennet è sempre più segnato dal terrore e dal panico di un animale catturato e mandato al macello, come fanno intendere le prime inquadrature del film, che sconsiglio ai vegetariani come me perché sono un discreto colpo al cuore (sì, è un trigger warning).
Ma, mentre il film procede, la passività di Hunter si trasforma prima in rabbia e poi in consapevolezza. Swallow non è in revenge movie, non è neppure un film violento. Per questo, dicevo prima, capovolge il punto di vista e non rispetta le aspettative dello spettatore, che è naturalmente portato, in anni e anni di visioni dedicate a figure vittime di emarginazione e alla malattia mentale, a prevedere un certo tipo di conclusione.

Vogliamo che chi sta facendo del male a Hunter la paghi, vogliamo vedere il sangue, ma il regista non ci dà questa soddisfazione, perché Swallow non è (per fortuna) Joker e il collegamento diretto tra un disturbo mentale e un comportamento criminale, in questo caso, non viene non dico realizzato, me neanche concepito. Stessa cosa per un altro cliché, quello della donna come una pentola a pressione che, a un certo punto, scoppia e ammazza tutti. Non è quel tipo di horror: Swallow è la storia di una lenta ripresa del controllo sul proprio corpo percepito come altro da sé e, soprattutto, di proprietà altrui. È un film che non asseconda gli stereotipi che dovrebbe combattere, ma la li elude con la dolcezza. Sarà anticlimatico, forse, ma è di una coerenza adamantina con l’intero percorso del film, ed è magnifico.

Carlo Mirabella-Davis ha 39 anni e questo è il suo esordio dopo una serie di corti. Non sono solita andare a sfrugugliare nella vita dei registi, ma la scrittura così poco convenzionale del suo film mi ha talmente colpita che ho fatto delle ricerche su di lui e, oltre alla vicenda già raccontata della nonna, ho scoperto che, quando aveva 20 anni, Carlo si faceva chiamare Emma Goldman e si identificava come donna. Definisce il suo film una “macchina per l’empatia” e un modo per dare voce a chi non ne ha.
Perché, è sempre bene tenerlo a mente, anche a questo serve il cinema, e non potrei essere più felice che una persona così abbia scelto l’horror, il body horror, per dare una voce a quelli che spesso sono costretti a restare in silenzio, a tutte le Hunter di questo mondo.
Dedicato a chi ancora pensa che il cinema horror sia soltanto blood and tits.

 

14 commenti

  1. Sembra davvero una bomba potentissima, inquietante ma potentissima.

    1. Sì, lo è. Una delle cose più belle di questo pessimo inizio 2020.

  2. Blissard · · Rispondi

    Bell’articolo. L’ho visto ieri ed è piaciuto molto anche a me; è un po’ lineare e quasi “meccanico” nella narrazione, però – come dicevi tu – fa saltare del tutto le convenzioni revenge (cosa che alle riletture #metoo non riesce per niente) e tratteggia piccoli particolari (il cambiamento di atteggiamento di Luay nei confronti della protagonista, che prima gli appare una viziata malata immaginaria, poi gli suscita compassione e solidarietà) che sfociano in un finale (a sorpresa, veramente) da groppo in gola.
    Non è un horror, ad ogni modo, ma ci piace lo stesso.

    1. Dici che non è un horror?
      Io credo che non possa appartenere a nessun altro genere se non al body horror.
      MI spiego: non ha il classico sviluppo da film dell’orrore, questo sì, ma se è horror Midsommar ed è horror The Nightingale, questo, secondo me, rientra pienamente nella categoria del genere.
      Anche The Lighthouse è considerato un horror.
      Ormai l’horror si è davvero infiltrato ovunque.

      1. Blissard · · Rispondi

        Non è facile tracciare confini secchi, ma midsommer e the lighthouse hanno a mio parere molti elementi riconducibili all’horror, the nightingale e questo swallow molti d meno. Per dire, è un revenge e c è pure un orso dilaniatore, ma non ascriverei the revenant all horror

  3. enricotruffi · · Rispondi

    Da come lo descrivi, mi ricorda alla lontana lo splendido e inquietantissimo Safe di Todd Haynes, soprattutto per il lato estetico di “casalinga intrappolata in geometrie algide e perfette” anche se probabilmente con esiti diversi. Me lo segno!

    1. Guarda, ci hai preso in pieno. E poi Mirabella-Davis mi ricorda moltissimo Hayes!

  4. Giuseppe · · Rispondi

    “Macchina per l’empatia” e modo per dare voce a chi non ne ha: mi sembra proprio che, da quello che scrivi in maniera adamantina, un inusuale body horror come Swallow assolva egregiamente ad entrambi gli scopi (grazie ad una bravissima e sofferta Haley Bennet), ragion per cui me lo segno anch’io…

    1. È un film bellissimo. Io lo proietterei addirittura nelle scuole 😀

  5. Jena Plissken · · Rispondi

    Ottima recensione e col dono di mettere una maledetta curiosità, come tuo solito. C’è qualcosa -a leggerti- che mi fa pensare al gioiellino sottovalutato di Friedkin, “the bug”.

    1. Grazie.
      Bug era più paranoico e ossessivo, ma comunque è un tipo di film “da camera” abbastanza simile.

  6. Devo guardarlo anche io in questi giorni. Devo dire che la nonna del regista in questo particolare momento storico non si troverebbe poi male. A parte gli scherzi, avevo letto già in giro qualcosa al riguardo e mi ero incuriosita. Adesso lo sono ancora di più.

  7. jionicandreva · · Rispondi

    Sono curiosissimo di vederlo ora ma non ho idea di come reperirlo… è disponibile in qualche sito di streaming?

  8. […] Born 1982. In the Invisible Man e nell’indipendente Swallow – anche qui, leggete Lucia ed Erica – il controllo e la violenza sono perpetrate da un nucleo ristretto di persone, le […]

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